Con le sentenze nn. 32 e 33 pubblicate ieri, la Corte costituzionale si è pronunciata sulle due questioni di legittimità sollevate dal Tribunale di Padova e dalla Corte di cassazione.
Si tratta delle due questioni che Avvocatura per i diritti LGBTI – Rete Lenford, dopo aver depositato le proprie “opinioni scritte” in entrambi i giudizi di costituzionalità, nel mese di gennaio aveva posto al centro della campagna informativa e di approfondimento giuridico dedicata ai diritti delle famiglie omogenitoriali.
La prima questione riguardava la tutela da accordare al bimbo nato in Italia a seguito di fecondazione eterologa compiuta all’estero da due donne, nel caso in cui la coppia entri in crisi e la madre partoriente, legalmente riconosciuta, rifiuti di prestare il consenso all’adozione del bimbo da parte della ex compagna, madre c.d. ‘intenzionale’. La seconda, invece, concerneva la riconoscibilità in Italia, come figlio di due papà, di un bambino nato all’estero a seguito di gestazione per altri.
In entrambe le sentenze, di estrema importanza nel lungo percorso di riconoscimento della omogenitorialità, la Corte costituzionale ha sottolineato come l’attuale quadro normativo non garantisca sufficiente tutela alle figlie e ai figli di coppie formate da persone dello stesso sesso, ai quali – la Consulta lo dice chiaramente – devono riconoscersi gli stessi diritti garantiti ai bambini e alle bambine di coppie ‘eterosessuali’. La Corte, infatti, ha ampiamente rilevato l’inadeguatezza dello strumento dell’adozione in casi particolari (c.d. ‘stepchild adoption’) e ha invitato il legislatore a intervenire con la massima sollecitudine.
“Preoccupante lacuna dell’ordinamento nel garantire tutela ai minori e ai loro migliori interessi”; “impellenza” dell’intervento legislativo; “incomprimibili diritti dei minori”; “non sarebbe più tollerabile il protrarsi dell’inerzia legislativa, tanto è grave il vuoto di tutela”; “indifferibile individuazione delle soluzioni in grado di porre rimedio all’attuale situazione di insufficiente tutela”: questi alcuni dei rilievi assai significativi svolti dalla Consulta, che ha però scelto di dichiarare inammissibili le due questioni “per il rispetto dovuto alla prioritaria valutazione del legislatore circa la congruità dei mezzi adatti a raggiungere un fine costituzionalmente necessario”.

La Corte, dunque, pur rilevando l’esistenza di una violazione dei diritti fondamentali, ha scelto di non rimuovere subito la discriminazione subita da bambini e bambine “arcobaleno”. Lo ha fatto, però, “allo stato”: in altri termini, interverrà solo in futuro, in caso di prolungata inerzia normativa.
Rete Lenford non farà mancare il suo contributo alla elaborazione di una proposta legislativa, che sconterà tempi e manovre ostruzionistiche di un Parlamento troppo spesso sordo e riluttante persino ai richiami della Consulta su temi di immediata rilevanza per i diritti della persona.
Nel frattempo, la vita continua a bussare alla porta del diritto: tante famiglie restano senza protezione giuridica e sono costrette a rivendicare diritti e tutele anche nelle aule di Giustizia.
E così, se è vero – come ci ricorda la Corte costituzionale – che “le misure necessarie a colmare il vuoto di tutela dei minori sono differenziate e fra sé sinergiche”, la Magistratura dovrà intanto continuare a farsi carico di istanze di tutela che, proprio perché afferenti a diritti fondamentali, non possono certo essere messe in un indefinito stand-by.
I Giudici e le Giudici, allora, potranno adottare soluzioni interpretative della legislazione oggi vigente, capaci di dare pieno riconoscimento ai diritti dei bambini e delle bambine ad avere, anche per legge, due genitori. Soluzioni già accolte da moltissimi Tribunali e Corti d’appello e che la Corte costituzionale, pur decidendo oggi di non intervenire, non ha certo dichiarato inaccoglibili.
Insomma: anche lavorando a una riforma della filiazione che tenga conto della pluralità di modelli familiari, non ci fermiamo. Lo dobbiamo soprattutto a chi, oggi, è ancora troppo piccolo o troppo piccola per reclamare, con la propria voce, la sua identità e i suoi diritti fondamentali.