La Corte di Giustizia ha emesso oggi l’attesa sentenza con la quale ha chiarito l’ambito di operatività della Direttiva 78/2000 recepita in Italia dal D. Lgs 216/2013, avvalorando l’interpretazione datane da Avvocatura per i diritti LGBTI – Rete Lenford nei propri atti.
L’Associazione esprime la propria soddisfazione in merito alla decisione – che nasce a seguito di un’azione legale avviata nel 2014 da Rete Lenford- nella quale la Corte afferma che il divieto di discriminazione in ragione dell’orientamento sessuale previsto dalla Direttiva 2000/78 è violato da dichiarazioni omofobe pronunciate da chi esercita, o può essere percepito come capace di esercitare, un’influenza determinante sulla politica di assunzioni di un datore di lavoro, indipendentemente dall’attualità di un procedura di selezione. Il caso riguardava le dichiarazioni rese da un noto avvocato italiano durante la trasmissione radiofonica “La Zanzara”.
Qualora tali dichiarazioni, rese in pubblico, dovessero essere sottratte dall’ambito di applicazione della direttiva 2000/78 “l’essenza stessa della tutela concessa dalla medesima direttiva in materia di occupazione e di lavoro … potrebbe divenire illusoria” (così si legge nel Comunicato Stampa diffuso stamani dalla Corte).
Il principio affermato dalla Corte fissa quindi il criterio guida che deve impegnare tutti i soggetti economici a tutela del buon funzionamento del mercato del lavoro che non tollera discriminazioni in ragioni dell’orientamento sessuale.
Inoltre, il diritto dell’Unione accoglie positivamente la norma di diritto nazionale la quale prevede che un’associazione sia legittimata ad agire in giudizio per chiedere il risarcimento dei danni, anche se un individuo leso non è identificabile, dal momento che le dichiarazioni realizzano una discriminazione di natura collettiva.
Rete Lenford ringrazia l’avvocato Alberto Guariso per aver rappresentato l’Associazione e aver seguito il caso sin dal giudizio di primo grado insieme alla socia avvocata Caterina Caput e al socio avvocato Francesco Rizzi.
La vicenda. L’associazione nel 2014 aveva avviato una causa nei confronti di un noto avvocato ed ex parlamentare, che nel corso di un’intervista radiofonica aveva dichiarato che mai avrebbe assunto nel proprio studio legale persone omosessuali. Sia il Tribunale di Bergamo, che la Corte d’Appello di Brescia avevano riconosciuto che tali dichiarazioni si ponevano in violazione con la Direttiva europea e la legge italiana di attuazione, che vietano la discriminazione per orientamento sessuale in materia di lavoro.
La questione giuridica. La Corte di Cassazione, a cui il soccombente ha presentato ricorso, con ordinanza depositata il 20.07.2018, aveva sospeso il procedimento, ritenendo pregiudiziale l’interpretazione del diritto dell’Unione europea da parte della Corte di giustizia. Il rinvio riguardava due punti: 1) se Avvocatura per il Diritti LGBTI – Rete Lenford, in quanto associazione di avvocate e avvocati possa essere considerata ente rappresentativo di interessi collettivi, tale da essere abilitata ad agire in giudizio per vedere tutelati tali interessi; 2) se possa ritenersi sussistente la violazione della direttiva in materia di parità di trattamento in materia di lavoro, quando le dichiarazioni non facciano riferimento ad una procedura di assunzione effettivamente esistente. Infatti, nel caso per cui è causa, l’intervistato aveva dichiarato che mai avrebbe assunto persone omosessuali, ma non aveva in corso una procedura di assunzione.
L’udienza pubblica si è tenuta il 15 luglio 2019 e il 31 ottobre 2019 l’Avvocata Generale Eleanor Sharpston aveva presentato le proprie conclusioni, escludendo che le dichiarazioni rese dall’avvocato potessero ritenersi “scherzose” e non discriminatorie, come sostenuto dalla sua stessa difesa e dallo Stato italiano, e ritenendo Rete Lenford “esattamente il tipo di associazione portatrice di un interesse legittimo ad agire in siffatte circostanze”.
Restiamo adesso in attesa di leggere la sentenza.
In allegato il Comunicato Stampa n. 48/20 della Corte di Giustizia.