Per semplicità si possono registrare tre tipi di reazioni: la presa di distanza (dell’on. Fini che oltre alle scuse rivolte alla diretta interessata pare abbia gratificato di un giudizio non proprio lusinghiero il suo compagno di partito); il chiarimento (del Ministro Bindi che ci ha tenuto a ribadire che a lei gli uomini piacciono, aggiungendo una battuta mordace all’indirizzo del Senatore); il monito (dell’on. Grillini che – chissà se confortato dalla scienza personale o dalla legge dei grandi numeri – ha confermato agli italiani che anche in AN ci sono degli omosessuali).
In modo diverso queste tre reazioni restituiscono al lettore la stessa impressione: rendono esplicito il vero senso delle parole del Senatore. Sono un insulto, o per lo meno sono state percepite come tale. Dare ad una donna della lesbica, o ad un uomo del gay, in Italia nel 2006, significa marchiarlo, ascriverlo ad una minoranza che va tenuta il più possibile ai margini della vita pubblica. E’ l’insulto massimo a nord come a sud.
In un Paese sereno – e non è il nostro – in cui l’omosessualità è uno dei modi di vivere la propria affettività, la reazione doveva essere un’altra. Bisognava chiedersi – e avrei avuto piacere, dopo le dichiarazioni per la prima volta non razziste di un politico di aerea cattolica quale è la Bindi, che fosse stata proprio lei a porgere la domanda piuttosto che rispondere piccata al Senatore – scusi ma perché una lesbica non può occuparsi della famiglia?
Il problema non è tanto che un omosessuale non possa essere ministro o ricoprire una funzione pubblica. Non era questo il senso delle parole del Senatore. La sua affermazione è ben più grave: un omosessuale non può occuparsi di famiglia, sottintendendo che la ragione di tale impossibilità è l’inidoneità a crearne una.
Né basterebbe un’interpretazione restrittiva e bonaria della frase, secondo cui una persona non sposata non potrebbe occuparsi di questioni legate alla famiglia. Del resto le suore e i preti – tanto per citare due categorie che nel nostro Paese godono di stima e rispetto generali – si occupano di famiglia ogni giorno.
Ma lasciamo stare le polemiche. Preme piuttosto riflettere sulla motivazione pseudo-giuridica del Senatore. Una lesbica non si può occupare di famiglia – è la sua tesi – perché la famiglia per la Costituzione italiana è quella fondata sul matrimonio ed è quindi formata necessariamente da due persone di sesso diverso.
Per brevità è bene ricordare al Senatore alcune delle questioni che evidentemente gli sfuggono.
Sarebbe opportuno innanzitutto che lui e quelli che la pensano come lui – a quanto pare disseminati trasversalmente nell’emiciclo di Montecitorio e di Palazzo Madama – rileggessero con attenzione l’art. 29 Cost. Sarà così possibile che si avvedano che c’è scritto chiaramente che la famiglia è una realtà sociale che preesiste al matrimonio. Pertanto, richiamare detta norma quale ostacolo per il riconoscimento delle convivenze al di fuori del matrimonio è un grave errore interpretativo anche alla luce delle pronunce della Corte Costituzionale la quale, quando è stata chiamata ad affrontare questioni legate alle convivenze di fatto, ha chiarito che si tratta di due diverse forme di vita comune, ognuna dotata di propria dignità, e caratterizzate la prima (la convivenza) dal maggior spazio alla soggettività individuale dei conviventi e la seconda (il matrimonio) dal maggior rilievo alle esigenze obiettive della famiglia come tale.
Se poi avessero anche la pazienza di leggere la Costituzione per intero scoprirebbero che il diritto alla realizzazione personale è un diritto fondamentale ed inviolabile sancito dagli artt. 2 e 3 Cost. il cui riconoscimento (anche nel contesto di un rapporto di convivenza) deve prescindere dalla considerazione dell’orientamento sessuale dei singoli.
Le persone omosessuali già oggi in Italia hanno creato nuclei familiari stabili e duraturi. Occorre ribadire che sotto il profilo giuridico non vi è alcun ostacolo costituzionale a concedere loro un riconoscimento formale (minimo) come il PaCS o (massimo) come il matrimonio.
Visto che nei giorni scorsi Mons. Maggiolini ha ripreso Giuliano Amato sulla questione delle radici cristiane della Costituzione europea, intimandogli di tacere visto che non conosce la storia del cristianesimo (accusa francamente risibile se rivolta ad un uomo di cultura come Amato), viene da suggerire lo stesso self-restraint alle gerarchie cattoliche, che ormai vengono ascoltate come esegeti raffinati di un testo (la Costituzione italiana), che richiede competenze che loro non hanno.
Da ultimo, è il caso di ricordare al Senatore che in altre parti del mondo la famiglia omosessuale è una realtà pluridecennale che ha dato ottima prova di sé. Pertanto, prima di profondersi in giudizi sull’adeguatezza delle persone omosessuali ad occuparsi di famiglia, sarebbe più sensato preoccuparsi della loro emarginazione e della difficoltà di vivere in una società in cui sono cittadini con molti doveri e quasi nessun diritto.