Fonte: l’Unità di mercoledì 15 aprile 2009
Sempre più spesso si sente parlare delle «terapie riparative». Più in generale dell’opportunità e dell’efficacia
di interventi psicologici mirati amodificare l’orientamento omosessuale. Per carità, quasi nessuno
sostiene pubblicamente che queste «terapie» andrebbero imposte come forme di idratazione psicologica per povere anime condannate all’infelicità. Ma in parecchi sostengono che, in fondo, «se è il paziente a chiederlo», perché mai lo psicologo non dovrebbe aiutarlo? Non sarebbe un’imposizione, anzi la massima espressione del rispettodella libertà altrui di scegliere per sé la miglior vita, inquesto caso eterosessuale.
Purtroppo, di questi tempi, altre scelte di miglior vita (per esempio sposare la persona amata, uomo o donna che sia)o di miglior morte (per esempio rinunciare a dolorose agonie)godono di attenzioni meno sollecite.
Quello del condizionamento «terapeutico» del proprio orientamento sessuale è un tema «sensibile», direbbero alcuni, e dai molti profili: deontologico (è un giusto fine?), scientifico (ricerche affidabili ne dimostrano la praticabilità?), psicologico (cosa spinge unapersona a chiedere di modificare la direzione del proprio desiderio?), sociale (la richiesta di «riorientamento » è frutto di una pressione alla conformità?), religioso (c’è un conflitto di valori tra essere gay o lesbicae anche cattolico/a o musulmano/ a?).
Un tema così complesso non è sfuggito ai «grandi laboratori culturali» del nostro paese:Sanremo («Luca era gay, ma adesso sta con lei») e Porta a Porta («Gay: si può cambiare», senza punto interrogativo, è il titolo di una recente puntata). È sfuggita invece, anche se segnalata da due agenzie (Ansa e Adnkronos), una ricerca molto interessante, appena pubblicata in Gran Bretagna sulla rivista BMC Psychiatry. Titolo della ricerca: «Come rispondono i professionisti della salute mentale ai clienti che cercano aiuto per cambiare il proprio orientamento omosessuale».
LA RICERCA
La ricerca, durata sette anni e condotta da Annie Bartlett, Glenn Smith e Michael King della St. George University e della University College Medical School di Londra,haanalizzato le risposte di 1.328 psichiatri, psicologi e psicoterapeuti a un questionario sul tema. Anche se solo il 4%dei terapeuti intervistati riferisce che, su richiesta dell’interessato, proverebbe a modificare l’orientamento sessuale di un paziente, il 17% riconosce di aver condotto intervenutipsicologici mirati a riorientare le preferenze sessuali di qualche paziente gay o lesbica. Nessuno dei terapeuti intervistati, però, è in grado di raccontare l’evoluzione clinica di questi interventi. In termini tecnici: niente follow up. Le ragioni elencate dai clinici per motivare l’intervento «riparativo» vedono al primo posto la «confusione del paziente circa il proprio orientamento sessuale», al secondo la «pressione sociale e familiare», al terzo i «problemi di salute mentale» e al quarto le«credenze religiose». «L’uomo omosessuale che ho aiutato a diventare eterosessuale», risponde per esempio uno degli psicologi «riparatori» intervistati, «viene da un ambienorme è inaccettabile; per lui la cosa più importante era essere accettato dalla comunità». È questo il lavoro dello psicologo? Garantire il massimo adattamento anche a costo di manipolare l’identità? «Per molti uomini e donne», dice il Prof. King, uno degli autori della ricerca, «scoprire di essere gay è motivo di stress. Per questo alcuni si rivolgono allo psicologo (o ci vengono mandati dai genitori) per essere aiutati a cambiare. Di questi psicologi, alcuni magari sono animati dalle migliori intenzioni. Ma quello che dovrebbero fare è aiutare i loro clienti a fare i conti con la loro condizione, a capire che ad avere un problema è la società, non sono loro». Oggi, requisitominimodi qualsiasi trattamento psicologico è che sia evidence based, cioè basato su ricerche scientifiche in grado dimisurarne e provarne l’efficacia. Eppure,concludono gli autori, «una minoranza significativa di professionisti della salutementale cerca di aiutare clienti lesbiche o gay adiventare eterosessuali. Siccome non esistono ricerche in grado di provare l’efficacia di tali interventi, si tratta di opzioni sconsiderate e spesso dannose».
ACCETTARSI
Non stupisce che vi siano persone infelici, gay e lesbiche, che chiedono di essere aiutate a «cambiare» orientamento. Accettarsi e volersi bene non è facile. Per alcune persone omosessuali, sottoposte fin da piccole a condizionamenti sociali, culturali e affettivi (leggi deludere i genitori), può essere particolarmente difficile. Stupisce che vi siano professionisti, anche se una minoranza, che offrono l’illusione di un «riorientamento» senza considerarne le conseguenze dannose sul piano psicologico.
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