Testo dell’intervento di Francesco Bilotta, socio fondatore di Avvocatura per i diritti LGBTI – Rete Lenford, al FVG Pride – 8 giugno 2019

Grazie a tutte e a tutti voi di essere qui, siamo tantissime e tantissimi! E un grazie speciale al Comitato FVG Pride e a tutte le persone che hanno dedicato il loro tempo e le loro energie per realizzare un evento così bello, così riuscito e così partecipato. Ne sono orgoglioso in quanto abitante del Friuli Venezia Giulia, cittadino di Trieste e, soprattutto, omosessuale. Sono qui anche per rivolgere a tutte e a tutti voi un saluto da parte delle socie e dei soci, nonché delle e degli aderenti, di Avvocatura per i diritti LGBTI – Rete Lenford.

Voglio (anche io) ricordare che, con un atto palesemente illegittimo, il Comune di Trieste ci ha negato il permesso di allestire un palco in questa piazza perché la nostra manifestazione non sarebbe coerente con gli indirizzi di mandato del sindaco e della Giunta.

Appresa la notizia, mi è subito venuto in mente un altro palco, allestito in questa piazza poco più di 80 anni fa. Era coperto di tricolori e circondato da una folla osannante, proprio là davanti alle finestre che danno sulla sala del Consiglio comunale. Da quel palco Benito Mussolini ha annunciato la promulgazione delle leggi razziali, poi entrate in vigore nel novembre del 1938.
Tra le altre cose ebbe a dire: “occorre una chiara, severa coscienza razziale che stabilisca non soltanto delle differenze ma delle superiorità nettissime”.
L’essenza del fascismo non è solo la negazione violenta di ogni libertà, l’essenza del fascismo è il controllo capillare della vita delle persone, delle loro scelte esistenziali perché si conformino a un’ideologia imposta dallo Stato. Ne discende la negazione della dignità delle persone e l’esclusione di coloro che non si adeguano — ossia di coloro che, non aderendo al modello imposto, vengono additati come “differenti”, come “diversi”.

La razza, la religione, l’orientamento sessuale, l’identità di genere, le caratteristiche fisiche, i comportamenti sociali possono essere e spesso sono – ancora oggi – ragioni di esclusione dagli spazi pubblici, di privazione delle più elementari libertà: ragioni per ridurre intere esistenze al silenzio e annientarle.
La negazione di quel palco ci ricorda che il fascismo non è stato consegnato alla storia. Bisogna che apriamo gli occhi! Basta guardarsi intorno per vedere persone escluse, cancellate dalla società, prive della propria dignità e libertà di autodeterminazione.

È a partire da queste convinzioni – vorrei dire, da questa irrinunciabile esigenza di liberazione – che 50 anni fa lesbiche, gay, trans, travestite, drag queen, drag king, si sono ribellate alla polizia durante l’ennesimo raid allo Stonewall Inn di New York.
È questa esigenza irrinunciabile di liberazione ad aver animato ogni Pride in ogni parte del mondo. È questa esigenza irrinunciabile che ci anima anche oggi.
Il Pride in Italia nel 2019 è un appello alla vigilanza. Un appello a tenere gli occhi aperti contro gli attacchi alla dignità e alle libertà di ogni tipo. È un monito a rinnovare – ogni giorno, in ogni posto – quella originaria ribellione per determinare nella quotidianità un cambiamento.

A chi dice che il movimento LGBTI non ha più obiettivi, che non c’è niente ancora per cui combattere, che quasi non ha più senso che esista, vorrei chiedere: ma dove vivete?!

Ancora una volta, avete usato la legge per sancire una differenza, mentre la folla vi osannava. Nella legge sulle unioni civili ci avete chiamato “specifiche formazioni sociali”! Non avete provato nessuna vergogna a non usare neppure una volta la parola famiglia.
Avete costruito un mostro giuridico per ricordarci che siamo diversi, che i nostri progetti di vita valgono di meno, che le nostre famiglie non meritano neppure di essere nominate.
Avete reso possibile – ad amministrazioni come questa – di provare a negarci la sala in cui tutti gli altri si sposano. E vi scandalizzate se il ministro della famiglia dice che le famiglie arcobaleno non esistono!
Noi non vi abbiamo detto grazie e non abbiamo intenzione di dirvelo. Riconoscerci la piena dignità sociale è un dovere che vi impone la Costituzione italiana. Sposarsi è un diritto fondamentale da cui ci state escludendo.

Ma non vi siete accontentati di questo. Avete costretto le persone trans a pietire dai tribunali il loro diritto a cambiare i documenti senza farsi sterilizzare, mentre il Parlamento girava e gira la testa dall’altra parte.

Costringete le persone a soffrire nelle gabbie del binarismo di genere, obbligandole a scegliere di essere uomo o donna, maschio o femmina.
Ci obbligate al binarismo ancor prima di darci un nome. Scegliete voi per noi il nostro sesso e il nostro genere, prima ancora di sapere come ci chiamerete.
E così – ancora oggi, ancora nel 2019 – le persone che non sono rispondenti alle logiche binarie del genere e del sesso subiscono violenze fisiche. Le persone intersex non hanno la possibilità di decidere del proprio corpo, che sottomettete fin dalla culla alle vostre ideologie farlocche.
È una negazione radicale dell’autodeterminazione. E tutto questo soltanto perché le vostre categorie, altrimenti, andrebbero in crisi davanti a una realtà che vi costringete a non prendere in considerazione. Persone che trattate come mostri, come anomalie, come casi clinici da analizzare e da passare al vaglio della vostra scienza violenta e morbosa.

Ci cacciate dalle scuole, perché si continui a ignorare che esistiamo. Avete distorto gli studi e le teorie che avete etichettato fraudolentemente come “ideologia gender”, al solo scopo di non fare i conti con i vostri privilegi.
L’ideologia gender sta tutta nelle vostre teste quando dite esplicitamente – e cito – che “i bambini sono fogli di carta bianca” su cui dovete scrivere, non riconoscendo l’autodeterminazione e l’autonomia che spetta a ogni persona per il solo fatto di essere venuta al mondo. E dite di voler difendere i vostri figli? Mentre, invece, in quelle stesse scuole i bambini e le bambine LGBTI vengono bullizzati/e, mentre parlate di difesa della famiglia e di difesa della vita… Ancora una volta sembra che preferiate la violenza!

Ci avete rinchiuso nelle carceri, nei manicomi, ci avete criminalizzato e psichiatrizzato. Continuate a parlare di noi come malati, nonostante il 27 maggio scorso addirittura l’OMS abbia deciso di non considerare più la transessualità una malattia e abbia cancellato completamente l’orientamento sessuale dalla classificazione internazionale delle malattie.

Ci escludete dalle tutele penali previste contro i reati d’odio, temendo per la vostra libertà di pensiero e di espressione mentre noi temiamo per la nostra incolumità fisica.

Come potete pensare che non abbiamo più niente per cui combattere quando ogni giorno vediamo nelle nostre strade persone che hanno perso tutto, abbandonato per necessità la loro terra di origine, che chiedono soltanto di poter vivere dignitosamente? Come potete pensare che noi ancora esclusi e discriminati possiamo girare la testa dall’altra parte e smettere dare voce a chi non ha voce?

Oggi siamo qui a ricordare prima di tutto a noi stesse e noi stessi che la lotta per i diritti è una lotta collettiva, che si combatte unite e uniti senza lasciare nessuna e nessuno indietro. La nostra presenza in questa Piazza vuole essere un messaggio chiaro e diretto:
NON ARRETREREMO DI UN MILLIMETRO IN QUESTA LOTTA. LA NOSTRA LOTTA È STATA, È E CONTINUERÀ A ESSERE UNA LOTTA OLTRE OGNI CONFINE PER LA DIGNITÀ E IL RISPETTO DELLA LIBERTÀ DI TUTTE E TUTTI.

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