Dal pacs alle unioni civili, dalle unioni civili al "riconoscimento giuridico dei diritti, prerogative e facoltà delle unioni di fatto". Dapprima poteva apparire soltanto una questione nominalistica, anche se l’insieme del testo lasciava trasparire ben altro. Ora le scelte operate dall’Unione appaiono in tutta la loro chiarezza.
Ricordiamo ancora una volta le parole di Franco Grillini, che aveva definito il pacs "la mediazione della mediazione, oltre la quale v’è la rinuncia". Ebbene, siamo ora in presenza della mediazione della mediazione della mediazione della mediazione. Non più la soluzione scandinava, o la soluzione francese, ma piuttosto, parrebbe, la soluzione vaticana al problema.
La proposta dell’Unione potrà, forse, avere qualche rilievo per le coppie formate da persone di sesso diverso che non intendono sposarsi, anche se, come vedremo oltre, la formulazione del testo licenziato dal tavolo dell’Unione con il solo dissenso coerente ed apprezzabile della Rosa nel Pugno potrebbe riservare amare sorprese anche a tale riguardo.
Certamente così non sarà per le coppie formate da persone dello stesso sesso, per le quali, ben lungi da un traguardo in termini di uguaglianza formale e sostanziale, si prospetta il perpetuarsi della tradizione italiana fatta di disparità di trattamento. La proposta disattende in primo luogo la nota risoluzione del Parlamento Europeo del 1994, i cui contenuti furono più volte ripresi da successive risoluzioni, che richiedeva agli stati membri di estendere l’istituto matrimoniale o altri istituti equivalenti alle coppie formate da persone dello stesso sesso.
L’istituto matrimoniale è stato esteso da tre paesi europei, Paesi Bassi, Belgio e Spagna. Numerosi altri paesi, e precisamente Svezia, Danimarca, Islanda, Finlandia, Norvegia, Regno Unito, Germania, Repubblica Ceca (la cui proposta di legge è stata approvata poche settimane orsono in via definitiva dal Senato del paese) hanno optato per la creazione di un istituto equivalente che fosse disponibile soltanto per le coppie formate da persone dello stesso sesso, ma che riconoscesse a tali coppie la maggior parte (o la quasi totalità) dei diritti derivanti dal matrimonio. Istituti che il giurista olandese Kees Waaldijk ha definito "quasi-matrimoni".
Altri paesi ancora, tra cui Francia, Andorra e Lussemburgo, hanno preferito una soluzione più debole, rappresentata dai patti civili di solidarietà.
Soltanto il Portogallo, già ben cinque anni orsono, ha optato per una soluzione di riconoscimento di alcuni diritti alle unioni di fatto, benchè abbia poi introdotto più recentemente nella propria Carta costituzionale il divieto di discriminazione fondata sull’orientamento sessuale.
E crediamo questo sia un punto sul quale occorre soffermarsi. La soluzione prospettata dall’Unione non soltanto perpetua disuguaglianze sia dal punto di vista formale e sostanziale. Non solo è intrinsecamente conservatrice e anti-europea: basti pensare alle riforme che i leader socialdemocratici, laburisti e socialisti europei, e nello specifico Schroeder, Blair e Zapatero, hanno saputo proporre; ma si pensi altresì che il modello del pacs era sostenuto dal partito popolare di Aznar in Spagna e che i neogollisti francesi hanno recentemente presentato un disegno di legge per migliorare il pacs francese, ampliando la gamma di diritti riconosciuti e riducendo le distanze con il matrimonio, mentre a sinistra si inizia a discutere dell’estensione dell’istituto matrimoniale alle coppie formate da persone dello stesso sesso. V’è di più.
Il riconoscimento dei diritti delle unioni more uxorio è già una realtà persino in Croazia ed in Slovenia: ed il parlamento croato già nel 2003 non ha esitato ad estendere specificamente ed espressamente i diritti alle unioni di fatto formate da persone dello stesso sesso.
Ma in Italia parole quali "coppie formate da persone dello stesso sesso", "omosessuale", "orientamento sessuale" sono tabù. Ed ai soggetti in questione si negano diritti civili, diritti di cittadinanza, diritti umani. A tal punto che il gruppo della Margherita al Parlamento europeo si è astenuto al voto sulla risoluzione contro l’omofobia che il Parlamento ha recentemente approvata a larga maggioranza, con il supporto di gran parte del partito popolare europeo, una risoluzione che equiparava l’omofobia al razzismo, al sessismo, all’antisemitismo, e condannava l’istigazione all’odio omofobo ed alla discriminazione fondata sull’orientamento sessuale. Ma era troppo per i parlamentari della Margherita, che si sono dissociati persino dall’orientamento del gruppo di appartenenza.
Oggi in nome dello stesso tabù il centrosinistra si appresta a respingere il riconoscimento giuridico delle coppie more uxorio, indipendentemente dal fatto che siano formate da persone dello stesso sesso o di sesso diverso, preferendo invece l’opzione del "riconoscimento giuridico dei diritti, prerogative e facoltà alle persone che fanno parte delle unioni di fatto".
Allora soffermiamoci sulla nuova formulazione. Respinta l’ipotesi di un riconoscimento giuridico delle unioni civili, che avrebbe aperto all’introduzione di un nuovo istituto, conditio sine qua non per una proposta a nostro avviso minimamente accettabile, si preferisce il riconoscimento dei diritti alle persone che fanno parte dell’unione di fatto. La proposta indica soltanto che debba esistere un "sistema di relazioni sentimentali, assistenziali e di solidarietà": quali sono le persone che potranno beneficiare del riconoscimento dei diritti, visto che persino il termine "coppia" è stato accuratamente evitato? Come saranno considerate le relazioni familiari (convivenza tra fratelli, o parenti di altro ordine o grado) che certamente possono essere inquadrate nell’ambito di un "sistema di relazioni sentimentali, assistenziali e di solidarietà"? Quali saranno i criteri per il riconoscimento dei diritti? Ma, soprattutto, quali saranno i diritti? L’espressione utilizzata appare ridondante e palesemente artificiosa, lasciando di fatto spazio ad una interpretazione tanto restrittiva da ammettere al più il riconoscimento di pochi diritti extrapatrimoniali o di quei diritti che già l’ordinamento riconosce sulla base della giurisprudenza in materia. Ed in assenza di meccanismi di registrazione la titolarità di tali diritti non potrà che fondarsi su requisiti, presumibilmente di carattere temporale o patrimoniale, particolarmente onerosi per le cosiddette persone che fanno parte di unioni di fatto, eludendo quelle che sono le reali necessità per le coppie more uxorio. Pertanto, la nuova proposta non soltanto non chiarisce gli elementi di dubbio che avevamo espresso in precedenza (vedi Se le unioni civili…, alla pagina www.cgil.it/org.diritti/homepage2003/unioni.htm), ma piuttosto esplicita inequivocabilmente i nostri timori e le nostre previsioni, e palesa l’accettazione della linea proposta, o forse imposta, dalla gerarchia vaticana.
Non resta che trarre alcune conclusioni. Quando alcuni esponenti politici definiscono l’istituto del pacs un simil-matrimonio, avanzando azzardate interpretazioni del dettato costituzionale, evidentemente dimostrano di non avere le basilari nozioni giuridiche riguardo alla materia che trattano, lasciandosi di conseguenza strumentalizzare dai giudizi provenienti da Oltretevere. E quando altri esponenti politici affermano di voler trovare una soluzione condivisa che rispetti la sensibilità degli italiani, forse dimenticano che la grande maggioranza degli italiani, secondo tutte le ricerche, più o meno autorevoli, si sono espressi in favore dell’introduzione di un nuovo istit
uto giuridico quale il pacs, ed una apprezzabile maggioranza si è detta persino a favore dell’estensione del matrimonio alle coppie formate da persone dello stesso sesso. Poiché però le parole sono sempre frutto di laboriosi compromessi, forse ci era sfuggito che per soluzione condivisa si intende quella condivisa da Stato Italiano e Santa Sede, e gli italiani cui si fa riferimento sono italiani più o meno illustri, ma certamente riveriti, quali coloro che siedono alla Conferenza Episcopale Italiana.
Dr. Stefano Fabeni, LL.M.
Dr. Maria Gigliola Toniollo
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