Posta in questi termini, la questione concernente l'opportunità di introdurre nel nostro ordinamento un istituto per la tutela dei conviventi di fatto, scolora in una mera diatriba terminologica. E per certi versi, considerare le due posizioni in campo come mere impuntature nominalistiche sarebbe tranquillizzante. Infatti, pur cambiando denominazione, la carica innovativa del progetto di legge sul Patto civile di solidarietà rimarrebbe inalterata.
E' evidente, invece, che non si tratta di una questione nominalistica e che scegliere tra le due opzioni non sia affatto indifferente sul piano pratico.

 

Il disegno politico che si cela dietro la proposta dei Contratti di convivenza solidale è chiaro: riconoscere una qualche forma di tutela delle convivenze - dimostrandosi così sensibili verso una pressante domanda sociale - e nello stesso tempo prendere nettamente le distanze nei confronti di un sia pur minimo riconoscimento delle unioni omosessuali.
Tale presa di posizione non appare né sorprendente né originale.
Con l'attenzione vigile che da oltretevere si riserva costantemente a quanto accade nel mondo, il Prefetto della dottrina della fede, l'allora Signor Joseph Cardinal Ratzinger, il 3 giugno 2003 esprimeva le sue "razionali" Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, arrivando a conclusioni coerenti con la propria visione antropologica, fondata sull'esclusivo riconoscimento della famiglia eterosessuale fondata sul matrimonio.
Il documento rinvenibile sul sito della Santa Sede, dice in buona sostanza: a) che non bisogna discriminare le persone omosessuali; b) che il matrimonio è solo quello eterosessuale perché l'unione matrimoniale è per sua natura finalizzata alla procreazione; c) che non si può far luogo ad alcun riconoscimento delle unioni omosessuali per diverse motivazioni di ordine razionale, che l'attuale Pontefice non manca di illustrare dettagliatamente, confondendo spesso la teologia con il diritto, e la morale con la psicologia.
Le recenti esternazioni dei vertici della Chiesa italiana in materia - va sottolineato - sono assolutamente in sintonia con le posizioni espresse da Benedetto XVI nel 2003. Ma è bene altresì notare come le parole del Cardinal Vicario e la lettera pastorale di Ratzinger non siano semplice esercizio della libertà di parola. Non serve essere "laicisti" (sic!) per riscontrare la sussistenza di un dato di fatto: l'uso sempre più incisivo da parte della Chiesa di quella che un tempo si definiva potestas indirecta in temporalibus, il mezzo che la Santa Sede usa per "guidare" la società, anche dopo la dismissione del Triregno. 

Che quanto si va sostenendo non sia frutto di malevolenza "laicista", è dimostrato dalle parole dell'ex Prefetto della dottrina della fede, contenute nel documento prima ricordato.
Ecco il passaggio della lettera interessante ai nostri fini: "Se tutti i fedeli sono tenuti ad opporsi al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, i politici cattolici lo sono in particolare, nella linea della responsabilità che è loro propria. In presenza di progetti di legge favorevoli alle unioni omosessuali, sono da tener presenti le seguenti indicazioni etiche. Nel caso in cui si proponga per la prima volta all'Assemblea legislativa un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge. Concedere il suffragio del proprio voto ad un testo legislativo così nocivo per il bene comune della società è un atto gravemente immorale".
E l'ammonizione a quanto pare non è rimasta inascoltata. Non si tratta di fare dietrologia. Tali notazioni sono importanti per comprendere il contesto in cui nasce una proposta che, se sostenuta, rischia di affossare definitivamente il progetto di legge sul PaCS ovvero di far scemare il suo significato sociale e culturale

Eppure, al di là di qualsiasi valutazione politica, è nel merito che la (contro)proposta dei Contratti di convivenza solidale non convince. Si suggerisce di introdurre nel codice civile un contratto che regoli la convivenza tra due o più persone, senza prevedere alcuna forma di registrazione.
I (contro)proponenti amano ribadire che si tratta di contratti di diritto privato, come se questo fosse un elemento distintivo rispetto al PaCS. L'uso ossessivo dell'attributo "privato" assolve - probabilmente - una funzione retorica. Serve a rassicurare, a distinguere nettamente il nuovo istituto dal matrimonio. Anzi, proprio per non essere fraintesi, tengono a precisare che tale contratto non deve assolutamente essere iscritto in nessun registro anagrafico (formalità troppo simile a quella riservata all'atto matrimoniale e quindi da evitare), perché si tratta (appunto) di un "contratto di diritto privato".
Ma che cosa desta maggiore perplessità nei Contratti di convivenza solidale? Semplice: l'assoluta inutilità di uno strumento giuridico siffatto nella vigenza dell'attuale Codice civile.
Forse non tutti sanno che i privati possono regolare i loro rapporti, stipulando contratti diversi da quelli espressamente nominati nel codice civile e nelle leggi complementari. E ciò è possibile, purché tali accordi abbiano un contenuto patrimoniale e purché siano funzionali alla soddisfazione di interessi meritevoli di tutela (art. 1322 c.c.). Si tratta dei c.d. contratti atipici. Esempi tra i più noti sono il leasing, il factoring, la sponsorizzazione, il contratto di parcheggio e così via. Tutte figure contrattuali queste, che nel codice civile non sono regolate. Del resto, fior di avvocati in tutta Italia da anni redigono contratti per regolare gli aspetti patrimoniali delle convivenze (etero o omosessuali che siano), a suon di laute parcelle. Il che induce a riflettere sulla reale (e disinteressata) convinzione con cui alcuni di loro si sono espressi contro i progetti di legge in materia. 

Un "contratto di convivenza solidale" si può stipulare già oggi, senza approvare una legge ad hoc, purché abbia un contenuto patrimoniale e purché i contraenti siano avvertiti del fatto che quel contratto non avrà alcun effetto nei confronti dei terzi (ossia gli altri privati, oppure lo Stato), in virtù dell'art. 1372 c.c. che limita alle parti contraenti gli effetti di un determinato accordo.
Le parti del contratto in questione non potranno, per esempio, beneficiare automaticamente di diritti come la successione nel contratto di locazione o la pensione di reversibilità, ovvero essere equiparati fiscalmente alle coppie unite in matrimonio. 

La novità del PaCS - nella sua formulazione attuale - sta invece proprio nel fatto che: a) eccezionalmente un contratto potrà spiegare effetti nei confronti dei terzi; b) potrà avere un contenuto non solo patrimoniale, ma anche non patrimoniale (si potranno prevedere, infatti, obblighi di aiuto e sostegno reciproco tra le parti, oltre a dare indicazioni sulle decisioni di fine vita, rispetto alle quali l'altro contraente sarà legittimato a pronunciarsi in caso di perdita della capacità di intendere e volere, e così di seguito).
Ma se un certo contratto deve avere effetto nei confronti dei terzi, è bene che questo contratto possa essere conosciuto dai terzi. Da qui la necessità di una sua registrazione. Se infastidisce l'annotazione del patto in un qualsiasi registro anagrafico, si potrà immaginare un registro ad hoc, anche se ciò sembra confliggere con il principio della semplificazione dell'attività amministrativa inaugurato dalle leggi Bassanini.
Il PaCS vuole essere uno strumento di tutela per quei cittadini che non vogliono o non possono contrarre matrimonio, per quei cittadini che condividono un progetto di vita, che costituiscono una famiglia senza fondarla sul matrimonio, che realizzano se stessi in una formazione sociale luogo di reciproco sostegno, connotata da un rapporto affettivo e sessuale. 

Le "altre forme di convivenza", che pure alcuni statuti regionali riconoscono con espressione vaga e per certi versi ambigua, non sono oggetto di questo progetto di legge.
La ragione è presto detta: nel rapporto di coppia vi sono esigenze di carattere personale e patrimoniale diverse da quelle delle comunità di tipo familiare. Non si può mettere sullo stesso piano la convivenza di un gruppo di studenti e quella di un ragazzo e di una ragazza che intendono sperimentare per un certo periodo la quotidianità della vita di coppia prima di convolare a giuste nozze. Nel caso di un gruppo di studenti, ad esempio, non avrebbe senso prevedere una norma che sancisca il diritto di astensione dal deporre in tribunale contro il proprio convivente, o che conceda ai conviventi le medesime opportunità di una coppia coniugata per quanto riguarda l'accesso al mondo del lavoro.
E' evidente che la diversità degli interessi da tutelare in ciascun caso, esige che si tengano distinte le differenti situazioni. Ben venga, allora, una legislazione sulle "altre forme di convivenza", ma con un progetto di legge separato, come è avvenuto in Catalogna con le "unioni di mutuo aiuto". Un progetto di legge che evidenzi - come si è cercato di fare con il PaCS - le peculiarità di una certa situazione di fatto e proponga delle serie e concretamente realizzabili risposte alle domande di giustizia che emergono dal tessuto sociale.

 

(il saggio è apparso originariamente nella rivista Critica liberale, 2005, vol. XII, n. 115, pp. 111-112)

Il Tribunale costituzionale spagnolo con la sentenza n. 41 del 13 febbraio 2006 ha riconosciuto per la prima volta l’illegittimità del licenziamento a causa dell’orientamento sessuale. La stampa spagnola ha dato ampio risalto alla vicenda.
Il caso risale al 30 luglio 2002, quando la compagnia di volo italiana Alitalia notificò il licenziamento ad un proprio impiegato analista di marketing, assunto con contratto a tempo indeterminato. L’azienda aveva motivato il licenziamento spiegando che il dipendente contestava sovente gli organi direttivi della Compagnia e commetteva errori di calcolo nello svolgimento delle proprie mansioni, dimostrando in tal modo una mancanza di diligenza che avrebbe giustificato il licenziamento.
Il lavoratore aveva presentato ricorso contro il licenziamento davanti al Tribunale di Barcellona, che ne aveva riconosciuto l’illegittimità, riscontrando l’esistenza di violenze psicologiche subite dal lavoratore tra l’ottobre 2001 e il luglio 2002 a causa del proprio orientamento sessuale. Nel procedimento la compagnia aerea non è riuscita a dare la prova contraria, limitandosi a contestazioni generiche e mancando di provare il compimento di comportamenti rilevanti sul piano disciplinare.
Dopo il giudizio di primo grado, l’Alitalia aveva presentato ricorso al Tribunale Superiore di Giustizia della Catalogna, il quale, ribaltata la decisione assunta in prime cure, affermava che il licenziamento non può essere considerato immotivato, per la presenza di alcune violazioni contrattuali da parte del lavoratore, che comportavano conseguenze disciplinari.
Il Tribunale costituzionale, invece, riconfermando la sentenza di primo grado, afferma che nonostante l’orientamento sessuale non sia espressamente menzionato nell’art. 14 della Costituzione come una delle ipotesi concrete per le quali esiste il divieto di trattamenti discriminatori, è senza dubbio da tenersi incluso in quella parte dell’articolo che fa riferimento a “qualsiasi altra condizione o circostanza personale o sociale”. Inoltre, ritiene che l’omosessualità abbia in comune con le altre ipotesi di divieto di discriminazione di cui all’art. 14 Cost. “il fatto di essere una differenza storicamente molto vituperata e che ha posto gli omosessuali, sia a causa dell’azione delle istituzioni, sia a causa della pratica sociale, in posizioni svantaggiate e contrarie alla dignità delle persone, che l’art. 10.1 della Costituzione protegge, a causa dei profondi pregiudizi radicati normativamente e socialmente contro questa minoranza”.
Il Tribunale ricorda che quando si prova indiziariamente che un contratto risolto può nascondere la lesione di diritti fondamentali, come la discriminazione a causa del proprio orientamento sessuale “incombe al datore di lavoro provare che la propria decisione risponde a motivi ragionevoli e del tutto estranei alla violazione del diritto del quale si tratta”.
Il Tribunale Costituzionale ritiene che si sarebbe potuta affermare la legittimità del licenziamento solo se l’impresa avesse comprovato le violazione contrattuali contestate nella lettera di licenziamento e avesse dimostrato la totale mancanza di connessione tra il licenziamento e l’omosessualità del lavoratore. Non avendo dato tale prova, il Tribunale costituzionale ha ritenuto che questa connessione esiste molto chiaramente perché i fatti provati riflettono comportamenti pieni di disprezzo del superiore del lavoratore rispetto al suo orientamento sessuale, “così come l’esistenza di una organizzazione e distribuzione del lavoro che lo pregiudicava, sovracaricandolo di compiti da svolgere, indica, come minimo, la possibilità che la lesione ci sia stata”.

 

 

 

Allegati

trib_cost_spagnolo_rotelli_sentenza.doc
 

Many commentators would say that, with only 3 of 46 member states of the Council of Europe permitting same-sex couples to marry as of March 2007 (4 if a recent recommendation in Sweden becomes law in 2008), it is too early to take the question of equal access to legal marriage for same-sex couples to the European Court of Human Rights (cf. 1 of 50 states in the USA). But it is often hard to persuade individual litigants and their lawyers not to do so. The Court has already received an application from Austria, and could soon receive others from France and Ireland.

 

These applicants are probably wasting their time (and more importantly the Court's time), as a result of two recent decisions dealing with same-sex couples consisting of a transsexual woman and a non-transsexual woman, R. and F. v. United Kingdom, Application No. 35748/05 (declared inadmissible on 28 Nov. 2006) (couple from Scotland), and Wena & Anita Parry v. United Kingdom, Application No. 42971/05 (declared inadmissible on 28 Nov. 2006) (couple from England). See http://www.echr.coe.int/  (HUDOC, click "Decisions" on the left and type in the application number; admissibility decisions have less precedential weight than judgments.).

 

In each case, the two women were married as a male-female couple before the transsexual woman (born male) transitioned. Under the UK's Gender Reassignment Act 2004, the transsexual party to such a marriage must choose between legal recognition of their gender reassignment and remaining legally married to their spouse: a divorce is a condition of obtaining a full gender recognition certificate. At the time their cases were considered by the Court, both couples were legally different-sex (the transsexual women were legally male) but factually same-sex. They argued that the European Convention on Human Rights requires the UK Government to grant the gender recognition certificates AND permit them to remain married as both legally and factually same-sex couples, rather than force them divorce and then register as a same-sex couple under the UK's Civil Partnership Act 2004.

 

A 7-judge Chamber of the Court unanimously declared both applications inadmissible as manifestly ill-founded. The reasoning in each decision is identical (the following quotations are from Parry):

 

(1) No violation of Article 8 (right to respect for private and family life)

 

"In the present case, the Court notes that the requirement that the applicants annul their marriage flows from the position in English law that only persons of the opposite gender may marry; same-sex marriages are not permitted. Nonetheless it is apparent that the applicants may continue their relationship in all its current essentials and may also give it a legal status akin, if not identical to marriage, through a civil partnership which carries with it almost all the same legal rights and obligations. It is true that there will be costs attached to the various procedures [an annulment or divorce followed by a civil partnership]. However the Court is not persuaded that these are prohibitive or remove civil partnership as a viable option. The Court concludes, as regards the right to respect for private and family life, that the effects of the system have not been shown to be disproportionate and that a fair balance has been struck in the circumstances."

 

(2) No violation of Article 12 (right to marry)

 

"In domestic law marriage is only permitted between persons of opposite gender, whether such gender derives from attribution at birth or from a gender recognition procedure. Same-sex marriages are not permitted. Article 12 of the Convention similarly enshrines the traditional concept of marriage as being between a man and a woman (Rees v. United Kingdom, 1986). While it is true that there are a number of Contracting States which have extended marriage to same-sex partners, this reflects their own vision of the role of marriage in their societies and does not, perhaps regrettably to many, flow from an interpretation of the fundamental right as laid down by the Contracting States in the Convention in 1950. The Court cannot but conclude therefore that the matter falls within the appreciation of the Contracting State as [to?] how to regulate the effects of the change of gender in the context of marriage (Christine Goodwin v. United Kingdom, 2002). It cannot be required to make allowances for the small number of marriages where both partners wish to continue notwithstanding the change in gender of one of them. It is of no consolation to the applicants in this case but nonetheless of some relevance to the proportionality of the effects of the gender recognition regime that the civil partnership provisions allow such couples to achieve many of the protections and benefits of married status. The applicants have referred forcefully to the historical and social value of the institution of marriage which give it such emotional importance to them; it is however that value as currently recognised in national law which excludes them."

 

(3) No violation of Article 14 (prohibition of discrimination)

 

"The Court doubts that the applicants can, for the purposes of Article 14 ..., claim that they are in a comparable position to others who are unaffected by the new legislation but to the extent that any possible issue of difference of treatment arises, this is justified on the same grounds identified above in the context of Articles 8 and 12 ..."

 

Normally the original intent of the drafters in 1950 is not considered significant in interpreting the European Convention, which the Court construes in light of current European practices and not those of decades ago, so the Court's invocation of this idea seems contrary to normal practice. And it is worth noting that UK civil partnerships confer almost all the rights of marriage, not just "many" as the Court suggested.

 

In same-sex marriage litigation around the world, it is still worth citing the case law of the European Court of Human Rights for its analogies between sexual orientation and race, religion and sex, its "strict scrutiny" ("particularly serious reasons" are required), and its rejection of the "procreative capacity argument" in its 2002 Goodwin judgment. The decisions in R. & F. and Parry must be acknowledged. But they only show that the Court is not yet willing to interpret the Convention as requiring full equality for same-sex couples in 46 countries with over 800,000,000 people. This does not mean that a court interpreting a constitution for one country, or one state within a country, with a much smaller population, should hesitate to require full equality.

 

Il presente saggio, con alcuni aggiornamenti, riproduce un capitolo del libro a cura di Silvia PICCININI, La tutela dei soggetti deboli nella famiglia e nelle istituzioni socio-sanitarie, 2007, ESI, Napoli.
Le riflessioni che seguono nascono dalla lettura del libro di Matteo BONINI BARALDI, Le nuove convivenze tra discipline straniere e diritto interno, Ipsoa, 2005.

 

 

 

Allegati

famiglia_tutela_mio.pdf
 

Sulla prima questione ha affermato: "Non può essere riconosciuto a nessuno il diritto di dare morte ad un altro, se eutanasia vuol dire questo, e vuol dire questo, non sono d'accordo".

Sulla seconda questione: "Non penso che sia utile per il bambino essere adottato e crescere con due persone dello stesso sesso".

Ha poi aggiunto che per trovare soluzioni a questi problemi non si può andare al muro contro muro, ma bisogna cercare soluzioni "condivisibili".

Su L'Unità di ieri, Stefano Passigli ha difeso la posizione del Segretario DS, scagliandosi contro Vattimo e contro chi ha chiesto a Franco Grillini e agli altri militanti gay iscritti ai DS di lasciare il partito, seguendo l'esempio di Aurelio Mancuso, il segretario nazionale di Arcigay.

Cerchiamo di ragionare.

 

C'è innanzitutto una questione di metodo. Assistiamo ad una semplificazione delle questioni che coinvolgono aspetti importanti della vita delle persone come le scelte di fine vita o come diventare genitori, che è sconcertante. Aveva ragione Sartori quando, qualche tempo fa, in un articolo pubblicato su La Stampa, sosteneva che i politici italiani scelgono la propria agenda sulla base dei titoli dei giornali, e preoccupati solo dei titoli del giorno dopo.

Quanto al merito. Chi può pensare che ci sia qualcuno disposto ad accettare che eutanasia possa voler dire uccidere deliberatamente una persona per il gusto di farlo? Quello si chiama in un modo molto preciso: omicidio. Eutanasia significa un'altra cosa: significa interrompere le sofferenze immani che una persona affronta suo malgrado, a causa di uno stato patologico, senza godere di un'esistenza dignitosa, senza poter lenire il dolore, senza nutrire speranze di guarigione.

Chi può pensare che nell'adottare un bambino non si debba mettere al centro il benessere del minore? E' cosa talmente ovvia che non vale neppure la pena parlarne, mentre Passigli ne parla come se fosse una trovata eccezionale.

Ma perché un bambino cresciuto da una coppia gay dovrebbe stare peggio degli altri?

Delle due l'una: o i gay sono essere incapaci di amore e sono dei pessimi educatori oppure un figlio di due omosessuali - si pensa - può soffrire di tale condizione a causa della società che lo circonda.

Ovviamente la prima soluzione è da scartare, giacchè l'orientamento sessuale non mi consta che si rifletta sulla vita affettiva delle persone né - a meno che Fassino non sia d'accordo con la moglie di Fini - mi pare che essere gay comporti l'incapacità di educare un bambino. L'anno scorso negli Stati Uniti è stato dichiarato padre dell'anno proprio un omosessuale.

Forse allora il problema è la società, che è omofoba e razzista. E la società italiana lo è certamente. Se questo allora è il problema, le dichiarazioni di Fassino non aiutano certo a migliorare la situazione. Né serve specificare che si tratta di un'opinione personale, perché essere leader di un partito importante come i DS amplifica tale opinione e ne fa un caso politico.

Né si può ritenere che Fassino pensi che crescere in una famiglia gay incida sullo sviluppo affettivo e sessuale del bambino. E' statisticamente provato che crescere in una famiglia omosessuale non aumenta la possibilità di essere gay una volta diventati adulti. Del resto se ci fosse un tale rapporto osmotico tra orientamento sessuale dei genitori e quello dei bambini, in Italia non ci dovrebbero essere gay, visto che sono tutti nati in famiglie rigorosamente eterosessuali.

Allora quelle parole che senso hanno? Servono a rassicurare i futuri compagni d'avventura del Partito democratico.

Ma per raggiungere questo obiettivo serviva mortificare migliaia di cittadini italiani?

In ogni caso, ognuno si prende le proprie responsabilità. Anche restare in un partito il cui segretario si esprime con una superficialità disarmante.

 

Il Tribunale Supremo spagnolo ha confermato una sentenza dell'Audencia Nacional che ha condannato lo Stato a indennizzare con 6 mila euro, per danni morali, un soldato che nel 1979 era stato escluso dal servizio militare in quanto omosessuale. Così ha stabilito la sezione del Contenzioso amministrativo con una sentenza che rigetta il ricorso presentato nel 2003dal soldato Pere C. contro la sentenza dell'Audencia Nacional.

Di seguito la traduzione di Antonio Rotelli dell'articolo de El Pais sulla vicenda.

 

 

 

Nel 1999, il soldato si era rivolto al Ministero della Difesa e aveva richiesto un indennizzo di 961.619 euro sostenendo di essere stato arruolato nel servizio militare nella base navale di Cartagena il 2 maggio del 1978 e, dopo aver prestato giuramento, di essere stato destinato alla Base dei Sottomarini dove, a suo giudizio, era stato trattato in modo "vessatorio e denigratorio dai propri superiori".
Secondo quanto affermato nella sentenza, Pere C. tentò il suicidio e fu ricoverato di urgenza nell'Ospedale Militare della Marina e il 12 febbraio 1979 un decreto dello Stato maggiore lo escluse dal servizio militare perché omosessuale, circostanza che si fece annotare nella sua cartella militare.
L'esclusione dal servizio militare si ebbe nel 1979 e successivamente modificata negli anni 1991 e 1995. Il ricorrente dimostra - aggiunge la sentenza - che questa situazione gli ha provocato gravi lesioni e danni morali "a causa dell'emarginazione sofferta per via della registrazione in un documento ufficiale di un aspetto tanto intimo che tocca i suoi diritti all'onore, all'intimità e all'uguaglianza".
 
Disturbi psicologici Il Ministero della Difesa aveva archiviato ben due volte il ricorso in quanto l'uomo non era comparso dinanzi al competente Tribunale Medico Militare per il riconoscimento dei danni subiti e dele possibili cause e perché il ricorso presentava vizi formali. Secondo varie perizie mediche, Pere C. soffre di disturbi schizzo- affettivi e gli è stato diagnosticato un "disturbo delirante limite della personalità e delirio contro l'Esercito spagnolo, contro il quale sostiene una battaglia legale".
L'Audencia Nazionale nell'ottobre del 2003 aveva esaminato parzialmente il suo ricorso e gli aveva accordato l'indennizzo per danni morali sebbene avesse concluso che non era stato dimostrato che i danni sofferti a causa delle infermità erano conseguenza di responsabilità imputabili all'Amministrazione militare. 
Nonostante ciò, Pere C. ricorse al Tribunale Supremo considerando che i 6 mila euro "in nessun modo arrivano a riparare la benché minima parte del pretium doloris e le conseguenze fisiche e psicologiche sofferte, nè le spese che ha dovuto sostenere in avvocati e procuratori affinché fosse riconosciuta la discriminazione subita". 

Il Tribunale Supremo ricorda che l'indennizzo riconosciuto non ha come obiettivo quello di riparare la totalità dei pregiudizi sostenuti dal ricorrente, che include le conseguenze fisiche e psicologiche che ritiene essere state causate dal ministero della difesa e che sono stati esclusi dall'Audencia "con argomentazioni ragionevoli". 

 

La Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato il Regno Unito per la violazione dell'art.8 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo a causa del mancato riconoscimento ad un transessuale del diritto alla pensione al raggiungimento dell'età prevista per il sesso femminile. Infatti, le autorità britanniche avevano dato prevalenza al sesso biologico della nascita, non tenendo conto del mutamento avvenuto successivamente.

Allegati

CEDU 32570_2006.pdf
 

Bene

 

- l'inserimento nel codice civile nel libro sulle persone e famiglia;

- la presenza di un registro pubblico a fini di pubblicità tenuto dal giudice di pace;

- sottoscrizione congiunta davanti al notaio o al giudice di pace;

- la possibilità dei partner di inserire nel contratto i contenuti che preferiscono, anche scegliendo il regime patrimoniale, avendo sempre l'obbligo di prestarsi aiuto reciproco;

- parificazione ai parenti di primo grado per l'assistenza e le informazioni a carattere sanitario e penitenziario;

- scelte sanitarie e post mortem spettano al partner in via presuntiva, salvo diversa indicazione scritta;

- modalità di risoluzione del contratto

 

Male

- stranieri che sottoscrivono il cus. Devono essere regolarmente soggiornanti e non si dice nulla sull'ottenimento del permesso di soggiorno in quanto parte di un cus;

- successione ereditaria. Rimangono i 9 anni previsti dai DICO. Si eredita tutto, in mancanza di testamento, solo se mancano parenti entro il sesto grado, quindi solo prima dello stato. Spetta un quarto se si concorre con figli; la metà se si concorre con tutti gli altri. Il punto negativo vero sono solo i 9 anni;

- disciplina previdenziale rimessa a successiva legge di riordino del settore;

- trasferimenti di sede lavorativa per agevolare il mantenimento della comune residenza rimessi alla contrattazione , prevedendo tra i requisiti per l'accesso al beneficio una durata almeno triennale del CUS. 

 

 

 

Allegati

CUS.doc
 

La norma cui, con tutta probabilità si riferisce il cardinale è l'art. 29 Cost.:"La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio".

Una prima lettura approssimativa potrebbe rivelare la fondatezza del giudizio di incostituzionalità dei PaCS: il matrimonio sarebbe l'unico ed essenziale fondamento della famiglia quale società naturale.

Dobbiamo tuttavia ammettere che una siffatta interpretazione restrittiva della norma sarebbe poco rispettosa dello spirito (esteriorizzato anche a livello semantico) dell'intera Costituzione. 
Nella parte dedicata ai "Principi fondamentali" infatti, spesso ricorre il verbo "riconosce", ma talune volte esso è associato all'altro "promuove", formando così un'endiadi assai più forte rispetto al solo "riconosce" ( a titolo esemplificativo vedi artt. 4, 5).

Dobbiamo altresì constatare che in altre norme si parla di "tutela", che è concetto ancora diverso dal mero riconoscimento (a titolo esemplificativo, artt. 32,35). Di conseguenza, un'interpretazione più attenta e "sistematica" ci farebbe desumere che, laddove intento della Costituzione fosse stato quello di elevare il matrimonio e distinguerlo con favore nell'ambito delle "formazioni sociali" di tipo affettivo, troveremmo le parole, di ben altro spessore rispetto a "riconosce"," "promuove", o "tutela".

Il mero "riconoscimento" di per sé non implica una valutazione positiva dell'ordinamento con riguardo al matrimonio; nemmeno vi è alcun sentore di una volontà di "promozione" dell'istituto da parte del Costituente. L'unica conseguenza logico-giuridica che si può trarre dal dettame dell'art. 29 è che una legge che discriminasse la famiglia fondata sul matrimonio sarebbe incostituzionale. Tutto qui.

L'art. 29 non dice nulla e nulla vieta riguardo alle unioni di fatto e alla possibilità di sviluppo giuridico-sociale di norme che conferiscono a tali unioni dignità giuridica. Anzi, questa prospettiva sembra non solo costituzionalmente legittima, ma anche soprattutto vista con favore dalla Costituzione: il principio di uguaglianza, tesoro della Rivoluzione, sancito all'art. 3 e il proposito di "rimuovere gli ostacoli che, limitando la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana" non collimano con la previsione legislativa di una "regolamentazione giuridica" delle unioni di fatto tale da rendere loro la dignità mancata.

Chi non sceglie di "regolare i propri rapporti affettivi" (perdonate il tecnicismo razionalistico applicato ad una situazione che oltremodo irrazionale qual è il rapporto amoroso) con il matrimonio è, ad oggi, discriminato: non ha alcun diritto nella successione ab intestato, non ha diritto ad assegni di sostentamento o sovvenzioni che pur gli spetterebbero foss'egli coniuge. 

Il PaCS si pone come rimedio a tutta una serie di "diritti negati", nonostante siano conformi ai dettami costituzionali e, inoltre, apertamente condivisi dalla società civile.

Dalla società civile è orami condivisa anche la convivenza di coppie omosessuali, almeno stando agli ultimi sondaggi. Forse è questo il nodo principe della polemica avverso i PaCS, essendoci purtuttavia una società pronta ad acetire le convivenze gay e a conferire alle coppie omosessuali dei diritti. Perché negarglieli? E' forse una colpa l'essere nato omosessuale? Hanno potuto gli omosessuali, al pari di ogni persona, scegliere le loro inclinazioni sessuali? Probabilmente le risposte di Chiesa e Stato (o meglio, di una parte dello Stato!) sarebbero in totale disaccordo.

Lo Stato però, nella sua posizione di sovranità e indipendenza, ha riconosciuto l'uguaglianza di tutti i cittadini senza distinzioni... anche di "condizioni personali". E dunque perché discriminare l'omosessuale rispetto all'eterosessuale? Perché, ancora, negargli i diritti che gli spettano, se tali diritti promanano tanto dal nostro testo normativo principe, quanto da una coscienza sociale finalmente favorevole e realmente partecipe?

Bisogna ammettere che, ad onta della lettera della Costituzione, il nostro ordinamento giuridico si pone ancora in un atteggiamento di speciale favore per l'unione matrimoniale e il problema che bisogna affrontare adesso è il fatto che il sociale ha ormai superato il giuridico. A tal punto, ritengo sia il giuridico a doversi adeguare al sociale, modificando, innovando, adeguando la sua lettera. E' infatti la società che, parlando in termini di teoria generale, ha il compito di mettere in moto la macchina legislativa. Una legge non condivisa, soprattutto se tale legge tocca la carne viva del vivere sociale, sarebbe deleteria e controproducente.

E' onere dello Stato, in questo momento, farsi carico della istanza sociale di rinnovamento di un sistema, lasciando che la Chiesa parli, indipendente e sovrana, ma "nel proprio ordine".       

 

Con la sentenza n. 253/2006, la Corte Costituzionale ha dato esito al ricorso presentato dal Governo italiano nel 2005 che chiedeva di dichiarare incostituzionale la legge regionale toscana n. 63/2004, recante disposizioni in materia di Lotta alle discriminazioni determinate dall'orientamento sessuale e dall'identità di genere.

 

 

Preliminarmente i giudici hanno dichiarato inammissibile la richiesta di declaratoria di illegittimità costituzionalità dell'intera legge, poiché la domanda del Governo è generica.

Rispetto alla subordinata richiesta di dichiarare illegittimi alcuni articoli della legge, specificamente indicati, i giudici hanno stabilito che:

- l'art. 2 è legittimo perché non attribuisce diritti in più in materia di lavoro a favore di alcuni cittadini in ragione del loro orientamento sessuale o dell'identità di genere, ma contiene una norma di indirizzo che, in linea con la vigente normativa regionale nel settore dell'educazione, istruzione, orientamento e formazione professionale, concorre ad assicurare lo sviluppo dell'identità personale e sociale, nel rispetto della libertà e della dignità della persona, dell'uguaglianza e delle pari opportunità, in relazione alle condizioni fisiche, culturali, sociali e di genere.

Allo stesso tempo l'articolo 2 non crea una nuova categoria di lavoratori svantaggiati non prevista dalla normativa nazionale, ma si pone l'obiettivo di sviluppare politiche regionali di lotta all'esclusione sociale a favore di transessuali e omosessuali. In tal modo rispetta la nozione di «lavoratore svantaggiato» prevista dalla legge statale che include tutti i soggetti che versano in determinate situazioni oggettivamente rilevabili. Secondo la Corte, quindi, l'art. 2 non stabilisce che tutte le persone con uno specifico orientamento sessuale o identità di genere sono svantaggiati, ma considera questi elementi come possibile causa di esclusione sociale;

- gli articoli 3 e 4, comma 1 sono legittimi, perché assicurano pari opportunità nell'accesso ai percorsi di formazione e di riqualificazione alle «persone che risultino discriminate e esposte al rischio di esclusione sociale per motivi derivanti dall'orientamento sessuale o dall'identità di genere» e favoriscono «l'accrescimento della cultura professionale correlata all'acquisizione positiva dell'orientamento sessuale o dell'identità di genere di ciascuno»; non violano la competenza legislativa esclusiva dello Stato, essendo norme di mero indirizzo ed espressione della competenza esclusiva della regione in materia di istruzione e formazione professionale, non incidenti su singoli contratti di lavoro e nella materia dell'ordinamento civile;

- la questione di illegittimità dell'art. 5, che disciplina la responsabilità sociale delle imprese, non è ammissibile perché generica;

, che disciplina la responsabilità sociale delle imprese,;- gli articoli 7 e 8 sono illegittimi, perché disciplinano la possibilità per il soggetto, in vista di un'eventuale e futura situazione di incapacità, di delegare ad altra persona liberamente scelta il consenso ad un trattamento sanitario. In tal modo questi articoli modificherebbero il regime della rappresentanza che rientra nell'ordinamento civile che è materia riservata alla potestà esclusiva dello Stato. Ugualmente illegittimo sarebbe il comma 5 dell'art. 7 in quanto disciplinerebbe un'altra materia rientrante nell'ordinamento civile, cioè gli atti di disposizione del proprio corpo. In particolare, secondo la Corte, introdurrebbe modifiche alla legge n. 164/82 in materia di rettificazione di sesso;

- l'art. 16 è illegittimo, perché contiene un'ipotesi di obbligo a contrarre che incide sull'autonomia dei privati, materia riservata esclusivamente allo Stato. Infatti prevede che senza un giustificato motivo gli operatori turistici non possano rifiutare le proprie prestazioni o prestarle a condizioni differenti in ragione dell'orientamento sessuale o l'identità di genere di una persona, divieto che peraltro è già previsto e sanzionato dal Regolamento attuativo del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza., perché contiene un'ipotesi di obbligo a contrarre che incide sull'autonomia dei privati, materia riservata esclusivamente allo Stato. Infatti prevede che senza un giustificato motivo gli operatori turistici non possano rifiutare le proprie prestazioni o prestarle a condizioni differenti in ragione dell'orientamento sessuale o l'identità di genere di una persona, divieto che peraltro è già previsto e sanzionato dal Regolamento attuativo del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza.

 

La Corte sostanzialmente dichiara la legittimità di 3 degli articoli impugnati e l'illegittimità di altri 3. Dichiara inammissibile la richiesta nei confronti di un'ulteriore articolo e inammissibile, per vizio di genericità della domanda, la richiesta di dichiarare illegittima l'intera legge regionale.

A seguito dell'intervento della Corte, quindi, resta in piedi l'impianto della legge e la possibilità:

- per la regione Toscana di programmare e attuare politiche in favore delle persone con specifico orientamento sessuale e identità di genere, in ambito lavorativo, formativo, professionale, imprenditoriale; di promuovere il rispetto e la stima nei loro confronti, sia sul piano linguistico che comportamentale, nei corsi di formazione dei dipendenti regionali e nella redazione dei codici di comportamento degli uffici; di promuovere e attuare politiche sanitarie regionali di prevenzione e cura che assicurino per tutti pari dignità; di sostenere politiche culturali plurali e inclusive di ogni persona e stile di vita;

- per le associazioni senza scopo di lucro, rappresentative dei diversi orientamenti sessuali e identità di genere, di accedere presso le aziende in possesso della certificazione "Social Accountability (SA) 8000" al fine di verificare le condizioni di lavoro e il rispetto dei diritti delle persone che rappresentano sul luogo di lavoro;

- per le USL di informare e sostenere le persone nelle proprie scelte circa l'orientamento sessuale e l'identità di genere; di favorire il confronto familiare in ambito culturale e aiutare i genitori nell'educazione e cura dei figli omosessuali, transessuali o transgender. La Regione destina dei fondi per tale fine e favorisce le convenzioni tra le USL e le associazioni rappresentative di omosessuali, transessuali e transgender;

- per il CORECOM, autorità regionale di controllo delle telecomunicazioni, di vigilare sulle trasmissioni radio e televisive al fine di eliminare contenuti discriminatori e favorire la presenza di spazi dedicati alla trattazione delle tematiche dell'orientamento sessuale e dell'identità di genere;

Con riguarda agli articoli dichiarati illegittimi per violazione della competenza esclusiva dello Stato, si fanno le seguenti osservazioni:

- il divieto di discriminazione in base all'orientamento sessuale e all'identità di genere da parte degli operatori turistici, come sottolinea la Corte costituzionale, è già previsto e incluso nell'art. 187 del Regolamento attuativo del TULP che prevede: "Gli esercenti non possono, senza un legittimo motivo, rifiutare le prestazioni del proprio esercizio a chiunque le domandi e ne corrisponda il prezzo";

- la possibilità di indicare una persona che scelga i trattamenti sanitari e terapeutici ai quali essere sottoposti nei casi in cui non si sia in grado di intendere e di volere non è prevista da alcuna legge nazionale e, secondo la Corte, la materia è sottratta alla competenza legislativa delle regioni;

- quanto agli atti dispositivi del proprio corpo, con riferimento all'art. 7, comma 5, per il quale la Corte cita espressamente la legge sulla rettificazione del sesso, pare a chi scrive che possa esservi stato un fraintendimento, a cui hanno concorso insieme: la formulazione sciatta del comma, la difesa dell'avvocatura dello Stato e la carente difesa della stessa regione Toscana.

Fondamentalmente tale comma avrebbe voluto riferirsi ai tentativi numerosi che ancora oggi vengono fatti e sponsorizzati da medici indegni e da autorità religiose ottenebrate, supportarti da psicologi e psichiatri conniventi, miranti a correggere l'orientamento sessuale e l'identità di genere, seguendo la teoria che vorrebbe tali caratteri non ascritti, ma sempre condizionati da circostanze ambientali ed esperienze vissute o subite. Si pensa che i gay e le lesbiche, per esempio, possano essere guariti, perché tutto ciò che non è eterossessuale è negativo, sbagliato, malato etc.

Il comma 5 dell'art. 7, affermando il rispetto della libertà individuale e dell'autodeterminazione, prevede che i trattamenti sanitari per la cura o correzione dell'omosessualità etc. siano richiesti personalmente dagli individui che intendano sottoporvisi e che prima di esservi sottoposti siano informati su natura, scopo, rischi e conseguenze, per esempio psicologiche, che tali ‘cure' possono comportare. Quindi, mi sembra, che nessun collegamento abbia questa disposizione con la materia della rettificazione del sesso, così come regolata dalla legge 164/1982. Non potrebbe averne, per esempio, perché questa legge già prevede, attraverso l'iter che predispone, che la decisione di cambiare sesso possa essere presa solo personalmente dall'interessato e che l'intervento continuativo di operatori sanitari sia finalizzato anche ad informare e rappresentare le conseguenze ed i rischi di un tale intervento.

Per completezza di informazione, si offrono due definizioni semplici di orientamento sessuale e identità di genere, con l'avviso che non si tratta di definizioni complete o esaustive:

- l'orientamento sessuale caratterizza ogni individuo ed è solitamente individuato in base alla preponderanza di sentimenti, pensieri erotici e fantasie sessuali diretti verso un individuo di sesso diverso (orientamento eterosessuale), dello stesso sesso (orientamento omosessuale) o verso individui di entrambi i sessi (orientamento bisessuale);

- l'identità di genere è la rappresentazione di sé come uomo o come donna, indipendentemente e anche in opposizione al proprio sesso.

In conclusione il giudizio sulla sentenza della Corte è positivo, anche se nel complesso appare un po' balneare, affrettata. Alcuni dubbi restano sulla dichiarazione di illegittimità degli articoli 7 e 8, perché non è certo che la materia su cui dispongono vada a modificare le regole sulla rappresentanza, quindi di una materia civilistica di competenza esclusiva dello Stato. Quantomeno tale affermazione meritava una dissertazione più minuziosa e non una semplice statuizione quasi apodittica.

Quel che si auspica è che il Parlamento, finalmente, seguendo la scia della regione Toscana e l'esempio di altre nazioni europee, approvi al più presto una normativa antidiscriminatoria nazionale per la tutela delle persone GLBT, che anche la crescente omofobia, sotto ogni forma ed espressione, rende ormai inderogabile.

 

 

 

Allegati

corte cost_rotelli_testo.doc