E' di oggi la notizia che la figlia del vice Presidente degli Stati Uniti, Mary Cheney, sia incinta e che si prepari al lieto evento insieme alla compagna da 15 anni, Heather Poe.
Cosa succederebbe in Italia se la stessa cosa capitasse ad un illustre esponente del governo?
Stando alle reazioni che hanno accompagnato la notizia dell'iniziativa del Consiglio comunale di Padova, si può immaginare che: a) innanzitutto la cosa rimarrebbe segretissima e si avrebbe timore a parlarne; b) che se proprio di dovesse dire, si cercherebbe di coprire la cosa il più possibile, dal momento che in Italia pare non sia concepibile che due persone dello stesso sesso formino una famiglia. 

Cosa è successo a Padova? Proprio niente, nonostante il clamore dei giornali.
A Padova il Consiglio comunale ha raccomandato all'Ufficio anagrafe di applicare una norma del 1954 in forza della quale ha rilevanza anagrafica anche una coppia di conviventi.
Una legge che vige da tempo nel nostro Paese e che ora viene applicata anche alle coppie dello stesso sesso, visto che la nozione di conviventi include anche i conviventi dello stesso sesso.
E' divertente il fatto che questa norma, pensata per le convivenze non matrimoniali eterossessuali, oggi sia tranquillamente ritenuta applicabile alle coppie omosessuali, sulla base di un'interpretazione estensiva della stessa p.a. che di quella norma è destinataria.
Perchè la stessa cosa non si possa fare per le norme in materia di matrimonio appare un vero mistero.

La cosa che colpisce, leggendo l'annuncio della maternità della figlia di Cheney, è la gioia dei genitori che proprio non possono dirsi persone di sinistra (per quanto tale categoria valga nel contesto statunitense).
Ma il punto è proprio questo: se si lascia stare l'ideologia e si guarda agli affetti tutto si ricompone armonicamente.
In Italia ci vorrebbe un po' meno politica e un po' più di amore.

 

 

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Il libro è stato pubblicato in Finlandia nel contesto delle iniziative comunitarie in materia di non discriminazione, che sono parte di una strategia più ampia dell'Unione europea per migliorare la condizione dei lavoratori. In Finlandia già a partire dal 2002 si svolgono ricerche sulla condizione delle lesbiche dei gay, dei bisex e dei transessuali sul posto di lavoro, nell'ambito di un progetto denominato Sexual and Gender Minorities at Work

Le norme di rango costituzionali finniche - non diversamente dalla nostra Carta costituzionale - pur enfatizzando il ruolo del principio di uguaglianza, non menzionano espressamente l'orientamento sessuale come una possibile fonte di discriminazione. Va ricordato però come l'espressione "any other reason related to the person", similmente all'espressione "condizioni personali" contenuta nell'art. 3, 2° co., Cost. italiana, consenta all'interprete di estendere all'orientamento sessuale la protezione dell'ordinamento statuale contro le discriminazioni.

In Finlandia, tale interpretazione estensiva è avvalorata dall'entrata in vigore nel 1995 di una riforma del Codice Penale e nel 2001 di una riforma del Employment Contracts Act, contenenti norme che proibiscono ogni discriminazione sul posto di lavoro fondata sull'orientamento sessuale.


Nel febbraio 2004, poi, sono state recepite le direttive 2000/43/CE per la parità di trattamento tra le persone indipendentemente dalla razza e dall'origine etnica e 2000/78/CE per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, attraverso la riforma dell'Equality Act.

Ciò è avvenuto anche in Italia, anche se molte riserve si possono esprimere sulla normativa di recepimento. Più precisamente si tratta del d. lgs. 9.7.2003, n. 215, Attuazione della direttiva 2000/43/CE per la parità di trattamento tra le persone indipendentemente dalla razza e dall'origine etnica, e del d. lgs. 9.7.2003, n. 216, Attuazione della direttiva 2000/78/CE per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro.

L' Equality Act finlandese non si estende alla protezione delle persone transessuali, ma solo perché coerentemente con la sentenza della Corte di giustizia CE (C-13/1994), la discriminazione a discapito delle persone transessuali è considerata una discriminazione di genere ed è fatta rientrare nell'ambito della Direttiva sull'eguaglianza tra uomini e donne.

In definitiva - come gli Autori del volume tengono a specificare nell'introduzione - l'orientamento sessuale e l'identità di genere sono concetti separati, che nell'ambito della ricerca vanno riferiti: il primo alle lesbiche, ai gay, ai bisessuali, e il secondo ai transessuali.


Interessante è il filo conduttore dei diversi contributi contenuti nel volume: l'analisi dei riflessi nella vita lavorativa della "eteronormatività", ossia il punto di vista eterosessuale che si riflette nelle istituzioni e nei rapporti interpersonali, per cui essere etero è naturale, legittimo, desiderabile e, pertanto, la sola condizione possibile nell'ambito del luogo di lavoro.
Il principio fondamentale del diritto comparato in base al quale se un problema esiste in un ordinamento esiste ovunque, sembra ancora più evidente quando si parla di diritti delle persone. Viene allora da chiedersi per quale motivo in Italia delle discriminazione fondate sull'orientamento sessuale e perpetrate sul posto di lavoro non si senta mai parlare.

Per quale motivo pochi hanno criticato la normativa di recepimento italiana della direttiva 2000/78/CE, che rappresenta solo un adempimento formale volto ad evitare sanzioni da parte della Commissione europea, ma che, nella sostanza, si rivela dal punto di vista giuridico, una normativa inutile? Come può il lavoratore discriminato essere veramente protetto quando sullo stesso ricade la prova della discriminazione subita?


La riflessione che il libro sollecita va anche in un'altra direzione. Posto che in Italia non si ha ragione di dubitare che ci siano discriminazioni sul luogo di lavoro fondate sull'orientamento sessuale, perché nessuno delle persone discriminate agisce in giudizio? Qualcuno potrebbe avanzare l'ipotesi che la regola processuale sfavorevole, appena ricordata, sia la ragione dell'inattività dei soggetti discriminati. Ma viene il dubbio che la vera ragione sia un'altra, ossia la poca consapevolezza da parte delle persone discriminate dei propri diritti e la poca preparazione in questa materia dei giuristi (anche dei giulavoristi) italiani. Sarebbe interessante se un libro come quello che qui pubblichiamo, vedesse la luce anche nel nostro Paese, ne guadagneremmo tutti e non solo culturalmente.

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Niente "Patti civili di Solidarietà" (PACS), nell'ordinamento italiano, ma "Diritti e Doveri delle Persone Stabilmente Conviventi" (DICO).

È solo una questione di nomi? Come quando, nel 1970, si è nascosta l'introduzione del divorzio dietro la perifrasi "scioglimento degli effetti civili del matrimonio"?

Sappiamo da tempo che non è al suo nome che la rosa deve il proprio profumo. È bene allora non fermarsi alle etichette ed esaminare con attenzione il provvedimento in questione.

Vediamo quali sono i contenuti essenziali del disegno di legge licenziato dal Governo.

Di cosa parliamo, anzitutto? Non di un "patto" - cioè di atto bilaterale -, bensì di "dichiarazioni"; di una  somma di atti unilaterali: dichiarazioni di convivenza rese contestualmente o separatamente dagli interessati.

Perché - c'è da chiedersi - questa insistenza sulla forma? Ma per il "Rito", è ovvio. Un patto sottoscritto davanti a un pubblico ufficiale ha una solennità che manca di certo a una "dichiarazione". La direttiva è: stare lontani, molto lontani da tutto ciò che possa far avvertire una vaga somiglianza con un rito matrimoniale, civile o religioso che sia. 

Chi sono i soggetti presi in considerazione? Chi può avvantaggiarsi dei diritti, ed essere gravato dei doveri, che la nuova normativa dovrebbe prevedere?

Pur con qualche imprecisione l'art. 1 stabilisce che i destinatari della legge saranno due persone, anche dello stesso sesso, unite da reciproci vincoli affettivi. Un uomo e una donna; due uomini o due donne ma anche - ci si è premurati di sottolineare - due sorelle; ciò che conta è che gli interessati convivano stabilmente e si prestino assistenza e solidarietà materiale e morale.

Non possono invece rientrare nella legge tutta una serie di persone già legate tra loro da vincoli particolari: di coniugio (tra loro o con altri, immaginiamo: su questo il testo manca di precisione), di parentela o affinità, adozione, affiliazione.

Dubbi tecnici fa sorgere l'esclusione prevista nel caso di vincolo dovuto a tutela, curatela, amministrazione di sostegno. Restando alla lettera del d.d.l., emerge una possibile contraddizione con le norme del codice civile già vigenti. Ad esempio: il convivente che abbia chiesto l'interdizione del partner e sia stato nominato tutore (come prevede l'attuale codice civile) potrebbe restare escluso dai vantaggi e dai doveri che verrebbero previsti dalla nuova legislazione. Convivente per l'art. 424 del codice civile, non però ai fini del DICO. È così? E se è così, si tratta di un effetto penalizzante voluto, oppure di una mera svista?


Inoltre, va rilevato come il vincolo di convivenza di cui si parla preceda, non segua, le dichiarazioni; la formulazione utilizzata sembra cioè mirare a sottolineare come - al contrario di quanto accade nell'atto matrimoniale - il funzionario dell'anagrafe non raccoglierà le dichiarazioni rendendole vincolanti con il sigillo dell'autorità; egli si limiterà invece a prendere atto di una realtà preesistente.


All'art. 4 si stabilisce il diritto del convivente di accedere alle strutture sanitarie per fini di visita e di assistenza nel caso di malattia o ricovero; e si precisa che saranno le strutture stesse a disciplinare le modalità di esercizio di tale diritto. C'è da chiedersi se la formulazione non sia tale da consentire ai responsabili della struttura di modulare in maniera diversificata il diritto del convivente sino, magari, a ridurlo a mera apparenza. Pensiamo a un orario concepito come segue: visite coniugi e parenti, dalle 9 alle 19; visita "stabili conviventi", dalle 20 alle 20.30.

Secondo l'art. 5 il convivente potrà attribuire al partner la rappresentanza nella decisioni in materia di salute e per il caso di morte: cure, trapianti, e così via. È un'innovazione che va a colmare una lacuna normativa che è stata fonte di ingiustizie e crudeltà. Ma perché non rendere la designazione automatica, salvo patto contrario? Per quale altra ragione si dovrebbe continuare a presumere che il coniuge - magari già separato - sia la persona più idonea a effettuare certe scelte, mentre per il convivente vige la presunzione contraria, ed è necessario un apposito atto di nomina?


Anche l'art. 7 in tema di assegnazione degli alloggi di edilizia pubblica si presta a interpretazioni discriminanti: si dice che le Regioni dovranno "tener conto" della convivenza ai fini delle graduatorie: sarà lecito attribuire punteggi minori alla coppie di fatto rispetto a quelle sposate?

Altri dubbi sollevala formulazione (art. 9) circa i diritti del convivente che presti attività lavorativa nell'impresa del partner. In casi del genere, l'art. 230-bis prevede per i familiari un ben più ampio pacchetto di vantaggi. Per il convivente ci si limita invece a prevedere la partecipazione agli utili.


La famosa questione della reversibilità dei trattamenti pensionistici è contemplata nell'art. 10, ma è rinviata al futuro riordino generale della materia.

Quanto ai diritti ereditari (art. 11), serviranno nove anni per permettere al convivente di diventare successore legittimo, in concorso con gli altri familiari.

Alla cessazione della convivenza il soggetto in stato di bisogno potrà aver diritto agli alimenti (art. 12): non già al mantenimento, come è invece previsto in generale nel caso di separazione tra coniugi.

Meritevoli di attenzione sono, infine, alcune regole finali.

In particolare, l'art. 13, al primo comma, contiene una norma di notevole importanza. Essa fa infatti salvi tutti i diritti e gli obblighi previsti da altre disposizioni vigenti. È Il caso, ad esempio, degli articoli del codice relativi a tutela, curatela, amministrazione di sostegno; oppure delle norme in materia di cooperative edilizie che ammettono, in caso di morte dell'assegnatario, il convivente "more uxorio" a subentrare nell'assegnazione dell'alloggio.


Resta il dubbio circa i diritti che non già la legge, ma l'evoluzione giurisprudenziale ha nel corso del tempo riconosciuto a favore del convivente: ad esempio, il diritto al risarcimento dei danni patiti dal coniuge di fatto a causa dell'uccisione del convivente. Su questo il d.d.l. tace, ma un'interpretazione che sia fedele alla ratio del provvedimento non dovrebbe indurre a una riduzione dei diritti già ora assicurati dall'ordinamento.

Un altro punto sul quale il d.d.l. tace è il destino dei diritti dei conviventi che non dovessero provvedere alle dichiarazione formale di convivenza. Sappiamo che già ora essi sono destinatari di alcuni diritti, di fonte legale e giurisprudenziale; sarebbe opportuno che la nuova legge si esprimesse a proposito, con una precisazione che la legge stessa non pregiudica in alcun modo i diritti della coppie di fatto. 

A questo punto, che giudizio può meritare il d.d.l. del Governo?

Si tratta, com'è noto, di un compromesso; di una sintesi che, in quanto tale, non può non suscitare mezze soddisfazioni e mezze delusioni. Siamo realisti: i PACS sono sepolti, prima ancora di nascere. La comunità che ai PACS più teneva incassa il riconoscimento formale di un qualche status pubblicistico delle coppie omosessuali, ma paga un prezzo non indifferente rispetto alle sue speranze e aspettative.

Dal punto di vista più generale - al di là della verifica puntuale del contenuto tecnico della normativa - il d.d.l. governativo sui "DICO" produce un'impressione non del tutto gradevole; quantomeno se il gusto del lettore è calibrato sui valori di laicità dello Stato e di indipendenza delle sfera civile da quella religiosa.

Dalla lettura del testo traspare una tale attenzione - lessicale e di sostanza - nei riguardi delle suscettibilità delle gerarchie cattoliche che lo Stato italiano sembra comportarsi alla stregua di un minorenne emancipato o di un inabilitato: gestisce con infantile orgoglio l'argent de poche, ma resta succube dell'occhiuta sorveglianza del curatore per ogni decisione di qualche peso.

Per tutto il - breve - testo del d.d.l., sembra di sentire in sottofondo una voce rassicurante che ripete: "Non è un matrimonio, non è un matrimonio".

In molti casi, ad esempio, si sarebbe potuto intervenire sulla normativa esistente limitandosi ad aggiungendo i conviventi agli elenchi già previsti: una tecnica peraltro già utilizzata dal legislatore che ha riformato l'interdizione. Ad esempio, perché non inserire il convivente tra i soggetti previsti dall'art. 230-bis in tema di impresa familiare, e attribuirgli così i diritti che spettano a chi lavora nell'impresa familiare? V'è un'unica ragione: quella di discriminare il convivente rispetto al coniuge e più in generale ai "familiari", fossero anche affini di secondo grado; quello di rimarcare la "non coniugalità" del rapporto di convivenza. Si rimarca che un cognato sarà sempre più importante di un convivente

Che dire, poi, della scelta di fondo: quella di evitare a ogni costo la rilevanza di un "patto"?

Insomma: tutto il d.d.l. è ispirato alla logica di riconoscere "un po' meno" diritti alle convivenze rispetto ai matrimonio; il terrore per il fantasma dell'equiparazione ha guidato la penna dei proponenti.

A questo punto, non resta che prendere atto che la via italiana alla tutela delle coppie di fatto, e in particolare delle coppie omosessuali, prende una via diversa da quella che è invece percorsa dagli altri Paesi europei ai quali amiamo, per molti altri versi, paragonarci.

Per definizione, il compromesso raggiunto è sempre il migliore possibile, stanti le condizioni di partenza e i rapporti di forza. Rimane l'amarezza per un periodo storico nel quale lo Stato italiano appare tremebondo di fronte ai non possumus d'oltre Tevere. E poi la tristezza per un quadro politico così dissestato da aver minato fortemente l'autonomia decisionale del parlamento.

Manca l'orgoglio, manca la passione.

 

Il disegno di legge sulle coppie di fatto non scardina la famiglia. Non lo fa sotto il profilo del diritto; non lo fa sul piano sociologico.

La società cambia, si rinnova, esplora nuova strade; e lo fa senza, al di là e anche contro il codice civile. Il diritto - in uno Stato democratico - risponde al cambiamento secondo principi liberali; in particolare: accoglie senza difficoltà le istanze - provenienti da una parte, anche piccola, della società - quando determinano un miglioramento della condizione di alcuni senza peggiorare quella di altri.La legge sulle coppie di fatto, di cui si parla in questi giorni, si limita ad aumentare - e in maniera assai limitata - i diritti di qualcuno senza ridurre le prerogative di alcuno. Si limita a rimediare ad alcune lacune che sono causa di disagio e talvolta di drammi. Il diritto di visitare il compagno malato e di rappresentarlo per alcune decisioni sanitarie; quello di subentrare in un contratto di locazione e di concorrere a una casa popolare; la possibilità di ereditare e di ottenere qualche beneficio pensionistico o alimentare. A chi fa del male? E poi, basta questo per terremotare l'istituto familiare? Ovviamente no. Se ne accorgerebbe anche un infante neoalfabetizzato. E ovviamente lo sa il cardinale Ruini; e lo sa ogni parroco di campagna; come lo sanno i nostri rappresentanti al Parlamento. 

 

Eppure, a sentire la crescente drammaticità degli appelli che provengono dalle gerarchie ecclesiastiche, siamo alla Crociata.

Ma se la Chiesa mostra una veemenza degna di miglior causa - e di cause migliori, e più evangeliche, ce ne sarebbero - è perché la posta in gioco è ben diversa da una manciata di diritti offerti alle coppie irregolari (fossero pure omossessuali).

Qui è in gioco il potere, gli equilibri dello Stato, il ruolo di una gerarchia che mostra di non aver digerito la caduta del concetto di religione "di Stato". Il finanziamento delle scuole confessionali, l'8 per mille e gli altri privilegi non bastano.

Il pastore è ormai incapace di controllare il proprio gregge. Tra quanti si dichiarano cattolici, la gran parte gestisce gli affetti e la sessualità in totale autonomia; sullo sfondo, inascoltata, la dottrina e le regole della Chiesa. I cattolici si amano; si lasciano; convivono; si tradiscono; conoscono il sesso prima, fuori, dopo e durante il matrimonio. Certo, molti si sposano con il rito religioso; ma per quanti è solo una questione coreografica? Quanti si faranno rivedere in parrocchia forse solo al momento del battesimo dei loro figli? I cattolici divorziano. Fra loro, qualcuno riacquista - a caro prezzo - lo stato libero, puntando all'annullamento rotale (magari adducendo motivazioni risibili). Molte donne cattoliche abortiscono: per necessità, malattia, povertà, solitudine, e magari per scelta; come tutte le donne.

La Chiesa non controlla più il suo gregge e vuole che a farlo sia lo Stato; vuole che le regole di una parte siano legge per tutti. Un obiettivo ambizioso, che oggi appare a portata di mano a causa di un quadro politico caotico e della debolezza di un governo costretto a mediare su ogni virgola.

È questa la ragione dell'alleanza - questa sì contro natura - che si va delineando.

Un'alleanza con una sedicente Casa delle Libertà che a sua volta, pur di far cadere il governo avversario, è disposta a contraddire la propria ditta.

Dove sono i finiti i molti che, in altre occasioni, si dichiarano orgogliosi delle proprie radici liberali, socialiste e, persino, radicali?

Ma dove sono - e perché non si fanno sentire - i sinceri credenti? Quelli che testimoniano con la propria condotta i valori cristiani di cui sono portatori e rifuggono dell'idea di poterli imporre agli altri? Come fanno costoro a non reagire a questa fiera dell'ipocrisia?

Allineati e coperti, dietro gli stendardi della CEI, si affollano divorziati, conviventi more uxorio - o meglio: concubini -; devoti a Saint Tropez e a St. Moritz; pellegrini in marcia verso il Billionaire, non verso Assisi.

Facce di bronzo, sepolcri imbiancati, mercanti nel tempio.

 

Non c'è Francesco, né Madre Teresa in questi giorni, nelle pagine dei giornali; c'è, invece, molto Machiavelli.

Per i « liberali » della C.d.L., Palazzo Chigi val bene una messa: pur di cacciare Prodi dal governo voterebbero contro i PACS, contro i DICO, contro l'aborto, il divorzio e anche per il rispristino del vecchio diritto di famiglia. Per la Chiesa, il recupero della centralità perduta e del controllo sociale sembra ormai giustificare ogni alleanza, fosse pure con il diavolo.

Sono tempi difficili, per chi crede davvero nella libertà; e altrettanto difficili per chi crede, davvero, nel messaggio evangelico.

Tempi difficili. Perché c'è da dubitare che questo Parlamento - privo di statisti, ma infarcito di spregiudicatissimi pregiudicati e di politici disposti a vendersi la primogenitura per una rielezione - riesca a recuperare autonomia e orgoglio, e a varare una legge di semplice decenza civile.

E allora, perché non scompaginare le carte? Perché non tentare una mossa di judo politico, lasciando che la scompostezza e la virulenza degli attacchi di chi sta cercando lo scontro frontale si disperda nella mobilità del bersaglio?

Si ritiri il d.d.l. governativo. Si intraprenda la strada della proposta di legge di iniziativa popolare. Si raccolgano non cinquantamila firme, ma uno, due, cinque milioni.

Ci si conti finalmente, nel dibattito democratico e nelle piazze; si discuta faccia a faccia là dove è impossibile - senza essere coperti dal ridicolo - violentare le leggi della logica e della decenza; come invece troppo spesso capita di constatare quando si ascolta la quotidiana litania delle dichiarazioni dei politici ai microfoni dei telegiornali.

Con le riforme in Spagna e Regno Unito del 2005 e 2006, il matrimonio tra persone dello stesso sesso o un istituto giuridico analogo sono stati introdotti praticamente in quasi tutta Europa.

 

Alcuni paesi hanno rimosso tout court il divieto di sposare una persona dello stesso sesso (così Spagna, Olanda, Belgio), altri hanno previsto un nuovo istituto riservato alle unioni omosessuali che, pur con diversa denominazione (in Germania Lebenspartnerschaft, nel Regno Unito registered partnership, in Svizzera unione domestica registrata), costituisce una sorta di matrimonio. In taluni casi è stata prevista una specifica disciplina analoga al matrimonio sino a riconoscere, come nella legge tedesca, la possibilità di scegliere un cognome comune; altrove si è utilizzata invece la tecnica del mero rinvio a tutta la normativa sul matrimonio (Danimarca, Svezia, Norvegia, Finlandia, Islanda), fatte salve talvolta le disposizioni inerenti la potestà sui figli e l'adozione.

Tra i paesi che non hanno ancora introdotto il matrimonio o istituti prettamente paramatrimoniali, molti hanno comunque previsto forme di registrazione pubblica delle famiglie di fatto, comprendendo in tale nozione anche le unioni omosessuali, come ad es. la Francia (con i cd. Pacs), il Lussemburgo, la Repubblica Ceca.

(continua)

 

 

 

Allegati

gattuso.doc
 

Periodicamente ritorna, come un fenomeno carsico, un gran dibattito sulla legge anagrafica e sempre più spesso capita di sentire amenità e sciocchezze di ogni sorta. Tra queste merita una menzione speciale quella di alcuni cattedratici che hanno voluto farci sapere, in modo apocalittico, che la legge anagrafica apre in Italia le porte alla poligamia. Spero che queste pagine serviranno a fugare ogni dubbio anche su questo millantato rischio e che si conoscano meglio i Registri delle unioni civili e le attestazioni di famiglia affettiva.

 

 

In Italia l'anagrafe è regolata dalla legge n. 1228/54 (in seguito per brevità indicata come la « Legge »), nonché dal suo regolamento di attuazione approvato con il Decreto del Presidente della Repubblica n. 223/89 e successive modificazioni (in seguito per brevità il « Regolamento »).

L'anagrafe è l'ufficio deputato alla tenuta dei registri della popolazione comunale alla cui guida è posto il sindaco, sotto la vigilanza del Ministero dell'Interno e dell'ISTAT, che ha tra i suoi compiti principali quello di mantenere costantemente aggiornato il numero degli abitanti che vivono stabilmente nel territorio comunale attraverso la loro registrazione.

La registrazione della popolazione è funzionale a molteplici attività amministrative come, a mero titolo di esempio, quella della revisione semestrale delle liste elettorali comunali e l'operazione di confronto in occasione dei censimenti decennali.

La Legge organizza l'anagrafe in schedari che raccolgono in ordine alfabetico le schede individuali di tutti gli abitanti stabilmente residenti nel territorio comunale, nonché in ordine numerico progressivo le schede di famiglia e di convivenza. Ciascuna di queste ultime registra una di quelle che la dottrina giuridica chiama « situazioni di fatto» ovvero raggruppa gli abitanti del comune in base al criterio principale del luogo di abitazione.

 

È così definito con chiarezza dal Regolamento il concetto di « famiglia anagrafica » quale formazione costituita da persone che coabitino e sono legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela ed anche solo da « vincoli affettivi », nonché quello di « convivenza anagrafica » quale insieme di persone normalmente e abitualmente coabitanti nello stesso comune per motivi religiosi, di cura, di assistenza, militari, di pena, e simili.

Le persone addette alla famiglia anagrafica o alla convivenza anagrafica per ragioni di impiego o di lavoro, se vi convivono abitualmente, sono considerate rispettivamente membri della famiglia, se sussistono vincoli affettivi, o altrimenti membri della convivenza, purché non costituiscano famiglie a sé stanti. Infatti le persone sole o quelle che pur coabitando con altri non sono legate a questi da nessun vincolo o per nessun motivo, costituiscono famiglia anagrafica a sé stante (art. 4, comma 2 reg.). Le persone ospitate anche abitualmente in alberghi, locande, pensioni e simili non costituiscono convivenza anagrafica.

Le definizioni di « famiglia anagrafica » e « convivenza anagrafica », che si trovano rispettivamente negli articoli 4 e 5 del Regolamento distinguono dunque due fattispecie accomunate dal fatto di riferirsi normalmente a più persone coabitanti, almeno due, con , come detto, della persona sola che può costituire famiglia anagrafica a sé stante.

Le due fattispecie - famiglia e convivenza- si distinguono, invece, per almeno un elemento, ovvero l'esistenza o la mancanza di parentela o di un vincolo affettivo tra le persone che coabitano. La prova dei vincoli affettivi viene riconosciuta alla dichiarazione che gli interessati rendono al momento della dell'iscrizione o modifica anagrafica della famiglia o della convivenza. Pertanto si ha « convivenza anagrafica » quando il motivo che lega le persone coabitanti è sociale, religioso di cura ed altro: si fa l'esempio delle persone in carcere o dei monaci  e delle suore nei conventi; degli studenti o dei lavoratori fuori sede o degli anziani, qualora questi vivendo insieme dichiarano di prestarsi reciprocamente assistenza e cura. L'esistenza del vincolo affettivo, invece, è da solo sufficiente a creare la « famiglia anagrafica ».

Essendo l'anagrafe momento di registrazione di situazioni di fatto, essa non è funzionale alla costituzione di una famiglia legittima, che è tale indipendentemente dalla situazione di fatto e in virtù della semplice esistenza del vincolo giuridico del matrimonio. Perciò le famiglie legittime coabitanti costituiscono allo stesso tempo famiglie anagrafiche, mentre non tutte le famiglie anagrafiche sono famiglie legittime. Per quanto detto due coniugi non coabitanti e, in particolare, dimoranti in comuni diversi costituiscono due famiglie anagrafiche distinte, anche se non è difficile riscontrare errori da parte degli uffici anagrafici rispetto a questa specifica situazione.

In generale, quindi, l'iscrizione anagrafica di una famiglia o una convivenza non crea nuovi status giuridici.

La ratio della Legge è così facilmente rinvenibile nella funzione caratteristica dell'anagrafe che è quella, più volte ripetuta, di rispecchiare lo stato di fatto ovvero la situazione reale, registrando le persone stabilmente residenti in un determinato territorio comunale e fornendo per finalità amministrative (certificazioni) e di studio, notizie su quei raggruppamenti di persone coabitanti ed aventi i precisati vincoli, anche solo affettivi, che costituiscono appunto le « famiglie anagrafiche », o coabitanti per altri motivi che, invece, costituiscono le « convivenze anagrafiche ».

La Legge prevede per tutti l'obbligo di iscriversi nei registri anagrafici entro 20 giorni dalla fissazione della dimora in un comune o dalla costituzione di una famiglia o convivenza anagrafica, nonché di comunicare tutte le modifiche successive, pena l'applicazione di una sanzione amministrativa (combinato disposto degli artt. 13, comma 2 del regolamento e art. 11 della Legge).

Tutti gli atti anagrafici sono atti pubblici (art. 1, comma 3 della Legge).


(continua)

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famiglia anagrafica_rotelli_20070124.doc
 

Posta in questi termini, la questione concernente l'opportunità di introdurre nel nostro ordinamento un istituto per la tutela dei conviventi di fatto, scolora in una mera diatriba terminologica. E per certi versi, considerare le due posizioni in campo come mere impuntature nominalistiche sarebbe tranquillizzante. Infatti, pur cambiando denominazione, la carica innovativa del progetto di legge sul Patto civile di solidarietà rimarrebbe inalterata.
E' evidente, invece, che non si tratta di una questione nominalistica e che scegliere tra le due opzioni non sia affatto indifferente sul piano pratico.

 

Il disegno politico che si cela dietro la proposta dei Contratti di convivenza solidale è chiaro: riconoscere una qualche forma di tutela delle convivenze - dimostrandosi così sensibili verso una pressante domanda sociale - e nello stesso tempo prendere nettamente le distanze nei confronti di un sia pur minimo riconoscimento delle unioni omosessuali.
Tale presa di posizione non appare né sorprendente né originale.
Con l'attenzione vigile che da oltretevere si riserva costantemente a quanto accade nel mondo, il Prefetto della dottrina della fede, l'allora Signor Joseph Cardinal Ratzinger, il 3 giugno 2003 esprimeva le sue "razionali" Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, arrivando a conclusioni coerenti con la propria visione antropologica, fondata sull'esclusivo riconoscimento della famiglia eterosessuale fondata sul matrimonio.
Il documento rinvenibile sul sito della Santa Sede, dice in buona sostanza: a) che non bisogna discriminare le persone omosessuali; b) che il matrimonio è solo quello eterosessuale perché l'unione matrimoniale è per sua natura finalizzata alla procreazione; c) che non si può far luogo ad alcun riconoscimento delle unioni omosessuali per diverse motivazioni di ordine razionale, che l'attuale Pontefice non manca di illustrare dettagliatamente, confondendo spesso la teologia con il diritto, e la morale con la psicologia.
Le recenti esternazioni dei vertici della Chiesa italiana in materia - va sottolineato - sono assolutamente in sintonia con le posizioni espresse da Benedetto XVI nel 2003. Ma è bene altresì notare come le parole del Cardinal Vicario e la lettera pastorale di Ratzinger non siano semplice esercizio della libertà di parola. Non serve essere "laicisti" (sic!) per riscontrare la sussistenza di un dato di fatto: l'uso sempre più incisivo da parte della Chiesa di quella che un tempo si definiva potestas indirecta in temporalibus, il mezzo che la Santa Sede usa per "guidare" la società, anche dopo la dismissione del Triregno. 

Che quanto si va sostenendo non sia frutto di malevolenza "laicista", è dimostrato dalle parole dell'ex Prefetto della dottrina della fede, contenute nel documento prima ricordato.
Ecco il passaggio della lettera interessante ai nostri fini: "Se tutti i fedeli sono tenuti ad opporsi al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, i politici cattolici lo sono in particolare, nella linea della responsabilità che è loro propria. In presenza di progetti di legge favorevoli alle unioni omosessuali, sono da tener presenti le seguenti indicazioni etiche. Nel caso in cui si proponga per la prima volta all'Assemblea legislativa un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge. Concedere il suffragio del proprio voto ad un testo legislativo così nocivo per il bene comune della società è un atto gravemente immorale".
E l'ammonizione a quanto pare non è rimasta inascoltata. Non si tratta di fare dietrologia. Tali notazioni sono importanti per comprendere il contesto in cui nasce una proposta che, se sostenuta, rischia di affossare definitivamente il progetto di legge sul PaCS ovvero di far scemare il suo significato sociale e culturale

Eppure, al di là di qualsiasi valutazione politica, è nel merito che la (contro)proposta dei Contratti di convivenza solidale non convince. Si suggerisce di introdurre nel codice civile un contratto che regoli la convivenza tra due o più persone, senza prevedere alcuna forma di registrazione.
I (contro)proponenti amano ribadire che si tratta di contratti di diritto privato, come se questo fosse un elemento distintivo rispetto al PaCS. L'uso ossessivo dell'attributo "privato" assolve - probabilmente - una funzione retorica. Serve a rassicurare, a distinguere nettamente il nuovo istituto dal matrimonio. Anzi, proprio per non essere fraintesi, tengono a precisare che tale contratto non deve assolutamente essere iscritto in nessun registro anagrafico (formalità troppo simile a quella riservata all'atto matrimoniale e quindi da evitare), perché si tratta (appunto) di un "contratto di diritto privato".
Ma che cosa desta maggiore perplessità nei Contratti di convivenza solidale? Semplice: l'assoluta inutilità di uno strumento giuridico siffatto nella vigenza dell'attuale Codice civile.
Forse non tutti sanno che i privati possono regolare i loro rapporti, stipulando contratti diversi da quelli espressamente nominati nel codice civile e nelle leggi complementari. E ciò è possibile, purché tali accordi abbiano un contenuto patrimoniale e purché siano funzionali alla soddisfazione di interessi meritevoli di tutela (art. 1322 c.c.). Si tratta dei c.d. contratti atipici. Esempi tra i più noti sono il leasing, il factoring, la sponsorizzazione, il contratto di parcheggio e così via. Tutte figure contrattuali queste, che nel codice civile non sono regolate. Del resto, fior di avvocati in tutta Italia da anni redigono contratti per regolare gli aspetti patrimoniali delle convivenze (etero o omosessuali che siano), a suon di laute parcelle. Il che induce a riflettere sulla reale (e disinteressata) convinzione con cui alcuni di loro si sono espressi contro i progetti di legge in materia. 

Un "contratto di convivenza solidale" si può stipulare già oggi, senza approvare una legge ad hoc, purché abbia un contenuto patrimoniale e purché i contraenti siano avvertiti del fatto che quel contratto non avrà alcun effetto nei confronti dei terzi (ossia gli altri privati, oppure lo Stato), in virtù dell'art. 1372 c.c. che limita alle parti contraenti gli effetti di un determinato accordo.
Le parti del contratto in questione non potranno, per esempio, beneficiare automaticamente di diritti come la successione nel contratto di locazione o la pensione di reversibilità, ovvero essere equiparati fiscalmente alle coppie unite in matrimonio. 

La novità del PaCS - nella sua formulazione attuale - sta invece proprio nel fatto che: a) eccezionalmente un contratto potrà spiegare effetti nei confronti dei terzi; b) potrà avere un contenuto non solo patrimoniale, ma anche non patrimoniale (si potranno prevedere, infatti, obblighi di aiuto e sostegno reciproco tra le parti, oltre a dare indicazioni sulle decisioni di fine vita, rispetto alle quali l'altro contraente sarà legittimato a pronunciarsi in caso di perdita della capacità di intendere e volere, e così di seguito).
Ma se un certo contratto deve avere effetto nei confronti dei terzi, è bene che questo contratto possa essere conosciuto dai terzi. Da qui la necessità di una sua registrazione. Se infastidisce l'annotazione del patto in un qualsiasi registro anagrafico, si potrà immaginare un registro ad hoc, anche se ciò sembra confliggere con il principio della semplificazione dell'attività amministrativa inaugurato dalle leggi Bassanini.
Il PaCS vuole essere uno strumento di tutela per quei cittadini che non vogliono o non possono contrarre matrimonio, per quei cittadini che condividono un progetto di vita, che costituiscono una famiglia senza fondarla sul matrimonio, che realizzano se stessi in una formazione sociale luogo di reciproco sostegno, connotata da un rapporto affettivo e sessuale. 

Le "altre forme di convivenza", che pure alcuni statuti regionali riconoscono con espressione vaga e per certi versi ambigua, non sono oggetto di questo progetto di legge.
La ragione è presto detta: nel rapporto di coppia vi sono esigenze di carattere personale e patrimoniale diverse da quelle delle comunità di tipo familiare. Non si può mettere sullo stesso piano la convivenza di un gruppo di studenti e quella di un ragazzo e di una ragazza che intendono sperimentare per un certo periodo la quotidianità della vita di coppia prima di convolare a giuste nozze. Nel caso di un gruppo di studenti, ad esempio, non avrebbe senso prevedere una norma che sancisca il diritto di astensione dal deporre in tribunale contro il proprio convivente, o che conceda ai conviventi le medesime opportunità di una coppia coniugata per quanto riguarda l'accesso al mondo del lavoro.
E' evidente che la diversità degli interessi da tutelare in ciascun caso, esige che si tengano distinte le differenti situazioni. Ben venga, allora, una legislazione sulle "altre forme di convivenza", ma con un progetto di legge separato, come è avvenuto in Catalogna con le "unioni di mutuo aiuto". Un progetto di legge che evidenzi - come si è cercato di fare con il PaCS - le peculiarità di una certa situazione di fatto e proponga delle serie e concretamente realizzabili risposte alle domande di giustizia che emergono dal tessuto sociale.

 

(il saggio è apparso originariamente nella rivista Critica liberale, 2005, vol. XII, n. 115, pp. 111-112)

Il Tribunale costituzionale spagnolo con la sentenza n. 41 del 13 febbraio 2006 ha riconosciuto per la prima volta l’illegittimità del licenziamento a causa dell’orientamento sessuale. La stampa spagnola ha dato ampio risalto alla vicenda.
Il caso risale al 30 luglio 2002, quando la compagnia di volo italiana Alitalia notificò il licenziamento ad un proprio impiegato analista di marketing, assunto con contratto a tempo indeterminato. L’azienda aveva motivato il licenziamento spiegando che il dipendente contestava sovente gli organi direttivi della Compagnia e commetteva errori di calcolo nello svolgimento delle proprie mansioni, dimostrando in tal modo una mancanza di diligenza che avrebbe giustificato il licenziamento.
Il lavoratore aveva presentato ricorso contro il licenziamento davanti al Tribunale di Barcellona, che ne aveva riconosciuto l’illegittimità, riscontrando l’esistenza di violenze psicologiche subite dal lavoratore tra l’ottobre 2001 e il luglio 2002 a causa del proprio orientamento sessuale. Nel procedimento la compagnia aerea non è riuscita a dare la prova contraria, limitandosi a contestazioni generiche e mancando di provare il compimento di comportamenti rilevanti sul piano disciplinare.
Dopo il giudizio di primo grado, l’Alitalia aveva presentato ricorso al Tribunale Superiore di Giustizia della Catalogna, il quale, ribaltata la decisione assunta in prime cure, affermava che il licenziamento non può essere considerato immotivato, per la presenza di alcune violazioni contrattuali da parte del lavoratore, che comportavano conseguenze disciplinari.
Il Tribunale costituzionale, invece, riconfermando la sentenza di primo grado, afferma che nonostante l’orientamento sessuale non sia espressamente menzionato nell’art. 14 della Costituzione come una delle ipotesi concrete per le quali esiste il divieto di trattamenti discriminatori, è senza dubbio da tenersi incluso in quella parte dell’articolo che fa riferimento a “qualsiasi altra condizione o circostanza personale o sociale”. Inoltre, ritiene che l’omosessualità abbia in comune con le altre ipotesi di divieto di discriminazione di cui all’art. 14 Cost. “il fatto di essere una differenza storicamente molto vituperata e che ha posto gli omosessuali, sia a causa dell’azione delle istituzioni, sia a causa della pratica sociale, in posizioni svantaggiate e contrarie alla dignità delle persone, che l’art. 10.1 della Costituzione protegge, a causa dei profondi pregiudizi radicati normativamente e socialmente contro questa minoranza”.
Il Tribunale ricorda che quando si prova indiziariamente che un contratto risolto può nascondere la lesione di diritti fondamentali, come la discriminazione a causa del proprio orientamento sessuale “incombe al datore di lavoro provare che la propria decisione risponde a motivi ragionevoli e del tutto estranei alla violazione del diritto del quale si tratta”.
Il Tribunale Costituzionale ritiene che si sarebbe potuta affermare la legittimità del licenziamento solo se l’impresa avesse comprovato le violazione contrattuali contestate nella lettera di licenziamento e avesse dimostrato la totale mancanza di connessione tra il licenziamento e l’omosessualità del lavoratore. Non avendo dato tale prova, il Tribunale costituzionale ha ritenuto che questa connessione esiste molto chiaramente perché i fatti provati riflettono comportamenti pieni di disprezzo del superiore del lavoratore rispetto al suo orientamento sessuale, “così come l’esistenza di una organizzazione e distribuzione del lavoro che lo pregiudicava, sovracaricandolo di compiti da svolgere, indica, come minimo, la possibilità che la lesione ci sia stata”.

 

 

 

Allegati

trib_cost_spagnolo_rotelli_sentenza.doc
 

Many commentators would say that, with only 3 of 46 member states of the Council of Europe permitting same-sex couples to marry as of March 2007 (4 if a recent recommendation in Sweden becomes law in 2008), it is too early to take the question of equal access to legal marriage for same-sex couples to the European Court of Human Rights (cf. 1 of 50 states in the USA). But it is often hard to persuade individual litigants and their lawyers not to do so. The Court has already received an application from Austria, and could soon receive others from France and Ireland.

 

These applicants are probably wasting their time (and more importantly the Court's time), as a result of two recent decisions dealing with same-sex couples consisting of a transsexual woman and a non-transsexual woman, R. and F. v. United Kingdom, Application No. 35748/05 (declared inadmissible on 28 Nov. 2006) (couple from Scotland), and Wena & Anita Parry v. United Kingdom, Application No. 42971/05 (declared inadmissible on 28 Nov. 2006) (couple from England). See http://www.echr.coe.int/  (HUDOC, click "Decisions" on the left and type in the application number; admissibility decisions have less precedential weight than judgments.).

 

In each case, the two women were married as a male-female couple before the transsexual woman (born male) transitioned. Under the UK's Gender Reassignment Act 2004, the transsexual party to such a marriage must choose between legal recognition of their gender reassignment and remaining legally married to their spouse: a divorce is a condition of obtaining a full gender recognition certificate. At the time their cases were considered by the Court, both couples were legally different-sex (the transsexual women were legally male) but factually same-sex. They argued that the European Convention on Human Rights requires the UK Government to grant the gender recognition certificates AND permit them to remain married as both legally and factually same-sex couples, rather than force them divorce and then register as a same-sex couple under the UK's Civil Partnership Act 2004.

 

A 7-judge Chamber of the Court unanimously declared both applications inadmissible as manifestly ill-founded. The reasoning in each decision is identical (the following quotations are from Parry):

 

(1) No violation of Article 8 (right to respect for private and family life)

 

"In the present case, the Court notes that the requirement that the applicants annul their marriage flows from the position in English law that only persons of the opposite gender may marry; same-sex marriages are not permitted. Nonetheless it is apparent that the applicants may continue their relationship in all its current essentials and may also give it a legal status akin, if not identical to marriage, through a civil partnership which carries with it almost all the same legal rights and obligations. It is true that there will be costs attached to the various procedures [an annulment or divorce followed by a civil partnership]. However the Court is not persuaded that these are prohibitive or remove civil partnership as a viable option. The Court concludes, as regards the right to respect for private and family life, that the effects of the system have not been shown to be disproportionate and that a fair balance has been struck in the circumstances."

 

(2) No violation of Article 12 (right to marry)

 

"In domestic law marriage is only permitted between persons of opposite gender, whether such gender derives from attribution at birth or from a gender recognition procedure. Same-sex marriages are not permitted. Article 12 of the Convention similarly enshrines the traditional concept of marriage as being between a man and a woman (Rees v. United Kingdom, 1986). While it is true that there are a number of Contracting States which have extended marriage to same-sex partners, this reflects their own vision of the role of marriage in their societies and does not, perhaps regrettably to many, flow from an interpretation of the fundamental right as laid down by the Contracting States in the Convention in 1950. The Court cannot but conclude therefore that the matter falls within the appreciation of the Contracting State as [to?] how to regulate the effects of the change of gender in the context of marriage (Christine Goodwin v. United Kingdom, 2002). It cannot be required to make allowances for the small number of marriages where both partners wish to continue notwithstanding the change in gender of one of them. It is of no consolation to the applicants in this case but nonetheless of some relevance to the proportionality of the effects of the gender recognition regime that the civil partnership provisions allow such couples to achieve many of the protections and benefits of married status. The applicants have referred forcefully to the historical and social value of the institution of marriage which give it such emotional importance to them; it is however that value as currently recognised in national law which excludes them."

 

(3) No violation of Article 14 (prohibition of discrimination)

 

"The Court doubts that the applicants can, for the purposes of Article 14 ..., claim that they are in a comparable position to others who are unaffected by the new legislation but to the extent that any possible issue of difference of treatment arises, this is justified on the same grounds identified above in the context of Articles 8 and 12 ..."

 

Normally the original intent of the drafters in 1950 is not considered significant in interpreting the European Convention, which the Court construes in light of current European practices and not those of decades ago, so the Court's invocation of this idea seems contrary to normal practice. And it is worth noting that UK civil partnerships confer almost all the rights of marriage, not just "many" as the Court suggested.

 

In same-sex marriage litigation around the world, it is still worth citing the case law of the European Court of Human Rights for its analogies between sexual orientation and race, religion and sex, its "strict scrutiny" ("particularly serious reasons" are required), and its rejection of the "procreative capacity argument" in its 2002 Goodwin judgment. The decisions in R. & F. and Parry must be acknowledged. But they only show that the Court is not yet willing to interpret the Convention as requiring full equality for same-sex couples in 46 countries with over 800,000,000 people. This does not mean that a court interpreting a constitution for one country, or one state within a country, with a much smaller population, should hesitate to require full equality.

 

Il presente saggio, con alcuni aggiornamenti, riproduce un capitolo del libro a cura di Silvia PICCININI, La tutela dei soggetti deboli nella famiglia e nelle istituzioni socio-sanitarie, 2007, ESI, Napoli.
Le riflessioni che seguono nascono dalla lettura del libro di Matteo BONINI BARALDI, Le nuove convivenze tra discipline straniere e diritto interno, Ipsoa, 2005.

 

 

 

Allegati

famiglia_tutela_mio.pdf