Periodicamente ritorna, come un fenomeno carsico, un gran dibattito sulla legge anagrafica e sempre più spesso capita di sentire amenità e sciocchezze di ogni sorta. Tra queste merita una menzione speciale quella di alcuni cattedratici che hanno voluto farci sapere, in modo apocalittico, che la legge anagrafica apre in Italia le porte alla poligamia. Spero che queste pagine serviranno a fugare ogni dubbio anche su questo millantato rischio e che si conoscano meglio i Registri delle unioni civili e le attestazioni di famiglia affettiva.

 

 

In Italia l'anagrafe è regolata dalla legge n. 1228/54 (in seguito per brevità indicata come la « Legge »), nonché dal suo regolamento di attuazione approvato con il Decreto del Presidente della Repubblica n. 223/89 e successive modificazioni (in seguito per brevità il « Regolamento »).

L'anagrafe è l'ufficio deputato alla tenuta dei registri della popolazione comunale alla cui guida è posto il sindaco, sotto la vigilanza del Ministero dell'Interno e dell'ISTAT, che ha tra i suoi compiti principali quello di mantenere costantemente aggiornato il numero degli abitanti che vivono stabilmente nel territorio comunale attraverso la loro registrazione.

La registrazione della popolazione è funzionale a molteplici attività amministrative come, a mero titolo di esempio, quella della revisione semestrale delle liste elettorali comunali e l'operazione di confronto in occasione dei censimenti decennali.

La Legge organizza l'anagrafe in schedari che raccolgono in ordine alfabetico le schede individuali di tutti gli abitanti stabilmente residenti nel territorio comunale, nonché in ordine numerico progressivo le schede di famiglia e di convivenza. Ciascuna di queste ultime registra una di quelle che la dottrina giuridica chiama « situazioni di fatto» ovvero raggruppa gli abitanti del comune in base al criterio principale del luogo di abitazione.

 

È così definito con chiarezza dal Regolamento il concetto di « famiglia anagrafica » quale formazione costituita da persone che coabitino e sono legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela ed anche solo da « vincoli affettivi », nonché quello di « convivenza anagrafica » quale insieme di persone normalmente e abitualmente coabitanti nello stesso comune per motivi religiosi, di cura, di assistenza, militari, di pena, e simili.

Le persone addette alla famiglia anagrafica o alla convivenza anagrafica per ragioni di impiego o di lavoro, se vi convivono abitualmente, sono considerate rispettivamente membri della famiglia, se sussistono vincoli affettivi, o altrimenti membri della convivenza, purché non costituiscano famiglie a sé stanti. Infatti le persone sole o quelle che pur coabitando con altri non sono legate a questi da nessun vincolo o per nessun motivo, costituiscono famiglia anagrafica a sé stante (art. 4, comma 2 reg.). Le persone ospitate anche abitualmente in alberghi, locande, pensioni e simili non costituiscono convivenza anagrafica.

Le definizioni di « famiglia anagrafica » e « convivenza anagrafica », che si trovano rispettivamente negli articoli 4 e 5 del Regolamento distinguono dunque due fattispecie accomunate dal fatto di riferirsi normalmente a più persone coabitanti, almeno due, con , come detto, della persona sola che può costituire famiglia anagrafica a sé stante.

Le due fattispecie - famiglia e convivenza- si distinguono, invece, per almeno un elemento, ovvero l'esistenza o la mancanza di parentela o di un vincolo affettivo tra le persone che coabitano. La prova dei vincoli affettivi viene riconosciuta alla dichiarazione che gli interessati rendono al momento della dell'iscrizione o modifica anagrafica della famiglia o della convivenza. Pertanto si ha « convivenza anagrafica » quando il motivo che lega le persone coabitanti è sociale, religioso di cura ed altro: si fa l'esempio delle persone in carcere o dei monaci  e delle suore nei conventi; degli studenti o dei lavoratori fuori sede o degli anziani, qualora questi vivendo insieme dichiarano di prestarsi reciprocamente assistenza e cura. L'esistenza del vincolo affettivo, invece, è da solo sufficiente a creare la « famiglia anagrafica ».

Essendo l'anagrafe momento di registrazione di situazioni di fatto, essa non è funzionale alla costituzione di una famiglia legittima, che è tale indipendentemente dalla situazione di fatto e in virtù della semplice esistenza del vincolo giuridico del matrimonio. Perciò le famiglie legittime coabitanti costituiscono allo stesso tempo famiglie anagrafiche, mentre non tutte le famiglie anagrafiche sono famiglie legittime. Per quanto detto due coniugi non coabitanti e, in particolare, dimoranti in comuni diversi costituiscono due famiglie anagrafiche distinte, anche se non è difficile riscontrare errori da parte degli uffici anagrafici rispetto a questa specifica situazione.

In generale, quindi, l'iscrizione anagrafica di una famiglia o una convivenza non crea nuovi status giuridici.

La ratio della Legge è così facilmente rinvenibile nella funzione caratteristica dell'anagrafe che è quella, più volte ripetuta, di rispecchiare lo stato di fatto ovvero la situazione reale, registrando le persone stabilmente residenti in un determinato territorio comunale e fornendo per finalità amministrative (certificazioni) e di studio, notizie su quei raggruppamenti di persone coabitanti ed aventi i precisati vincoli, anche solo affettivi, che costituiscono appunto le « famiglie anagrafiche », o coabitanti per altri motivi che, invece, costituiscono le « convivenze anagrafiche ».

La Legge prevede per tutti l'obbligo di iscriversi nei registri anagrafici entro 20 giorni dalla fissazione della dimora in un comune o dalla costituzione di una famiglia o convivenza anagrafica, nonché di comunicare tutte le modifiche successive, pena l'applicazione di una sanzione amministrativa (combinato disposto degli artt. 13, comma 2 del regolamento e art. 11 della Legge).

Tutti gli atti anagrafici sono atti pubblici (art. 1, comma 3 della Legge).


(continua)

Allegati

famiglia anagrafica_rotelli_20070124.doc
 

Posta in questi termini, la questione concernente l'opportunità di introdurre nel nostro ordinamento un istituto per la tutela dei conviventi di fatto, scolora in una mera diatriba terminologica. E per certi versi, considerare le due posizioni in campo come mere impuntature nominalistiche sarebbe tranquillizzante. Infatti, pur cambiando denominazione, la carica innovativa del progetto di legge sul Patto civile di solidarietà rimarrebbe inalterata.
E' evidente, invece, che non si tratta di una questione nominalistica e che scegliere tra le due opzioni non sia affatto indifferente sul piano pratico.

 

Il disegno politico che si cela dietro la proposta dei Contratti di convivenza solidale è chiaro: riconoscere una qualche forma di tutela delle convivenze - dimostrandosi così sensibili verso una pressante domanda sociale - e nello stesso tempo prendere nettamente le distanze nei confronti di un sia pur minimo riconoscimento delle unioni omosessuali.
Tale presa di posizione non appare né sorprendente né originale.
Con l'attenzione vigile che da oltretevere si riserva costantemente a quanto accade nel mondo, il Prefetto della dottrina della fede, l'allora Signor Joseph Cardinal Ratzinger, il 3 giugno 2003 esprimeva le sue "razionali" Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, arrivando a conclusioni coerenti con la propria visione antropologica, fondata sull'esclusivo riconoscimento della famiglia eterosessuale fondata sul matrimonio.
Il documento rinvenibile sul sito della Santa Sede, dice in buona sostanza: a) che non bisogna discriminare le persone omosessuali; b) che il matrimonio è solo quello eterosessuale perché l'unione matrimoniale è per sua natura finalizzata alla procreazione; c) che non si può far luogo ad alcun riconoscimento delle unioni omosessuali per diverse motivazioni di ordine razionale, che l'attuale Pontefice non manca di illustrare dettagliatamente, confondendo spesso la teologia con il diritto, e la morale con la psicologia.
Le recenti esternazioni dei vertici della Chiesa italiana in materia - va sottolineato - sono assolutamente in sintonia con le posizioni espresse da Benedetto XVI nel 2003. Ma è bene altresì notare come le parole del Cardinal Vicario e la lettera pastorale di Ratzinger non siano semplice esercizio della libertà di parola. Non serve essere "laicisti" (sic!) per riscontrare la sussistenza di un dato di fatto: l'uso sempre più incisivo da parte della Chiesa di quella che un tempo si definiva potestas indirecta in temporalibus, il mezzo che la Santa Sede usa per "guidare" la società, anche dopo la dismissione del Triregno. 

Che quanto si va sostenendo non sia frutto di malevolenza "laicista", è dimostrato dalle parole dell'ex Prefetto della dottrina della fede, contenute nel documento prima ricordato.
Ecco il passaggio della lettera interessante ai nostri fini: "Se tutti i fedeli sono tenuti ad opporsi al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, i politici cattolici lo sono in particolare, nella linea della responsabilità che è loro propria. In presenza di progetti di legge favorevoli alle unioni omosessuali, sono da tener presenti le seguenti indicazioni etiche. Nel caso in cui si proponga per la prima volta all'Assemblea legislativa un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge. Concedere il suffragio del proprio voto ad un testo legislativo così nocivo per il bene comune della società è un atto gravemente immorale".
E l'ammonizione a quanto pare non è rimasta inascoltata. Non si tratta di fare dietrologia. Tali notazioni sono importanti per comprendere il contesto in cui nasce una proposta che, se sostenuta, rischia di affossare definitivamente il progetto di legge sul PaCS ovvero di far scemare il suo significato sociale e culturale

Eppure, al di là di qualsiasi valutazione politica, è nel merito che la (contro)proposta dei Contratti di convivenza solidale non convince. Si suggerisce di introdurre nel codice civile un contratto che regoli la convivenza tra due o più persone, senza prevedere alcuna forma di registrazione.
I (contro)proponenti amano ribadire che si tratta di contratti di diritto privato, come se questo fosse un elemento distintivo rispetto al PaCS. L'uso ossessivo dell'attributo "privato" assolve - probabilmente - una funzione retorica. Serve a rassicurare, a distinguere nettamente il nuovo istituto dal matrimonio. Anzi, proprio per non essere fraintesi, tengono a precisare che tale contratto non deve assolutamente essere iscritto in nessun registro anagrafico (formalità troppo simile a quella riservata all'atto matrimoniale e quindi da evitare), perché si tratta (appunto) di un "contratto di diritto privato".
Ma che cosa desta maggiore perplessità nei Contratti di convivenza solidale? Semplice: l'assoluta inutilità di uno strumento giuridico siffatto nella vigenza dell'attuale Codice civile.
Forse non tutti sanno che i privati possono regolare i loro rapporti, stipulando contratti diversi da quelli espressamente nominati nel codice civile e nelle leggi complementari. E ciò è possibile, purché tali accordi abbiano un contenuto patrimoniale e purché siano funzionali alla soddisfazione di interessi meritevoli di tutela (art. 1322 c.c.). Si tratta dei c.d. contratti atipici. Esempi tra i più noti sono il leasing, il factoring, la sponsorizzazione, il contratto di parcheggio e così via. Tutte figure contrattuali queste, che nel codice civile non sono regolate. Del resto, fior di avvocati in tutta Italia da anni redigono contratti per regolare gli aspetti patrimoniali delle convivenze (etero o omosessuali che siano), a suon di laute parcelle. Il che induce a riflettere sulla reale (e disinteressata) convinzione con cui alcuni di loro si sono espressi contro i progetti di legge in materia. 

Un "contratto di convivenza solidale" si può stipulare già oggi, senza approvare una legge ad hoc, purché abbia un contenuto patrimoniale e purché i contraenti siano avvertiti del fatto che quel contratto non avrà alcun effetto nei confronti dei terzi (ossia gli altri privati, oppure lo Stato), in virtù dell'art. 1372 c.c. che limita alle parti contraenti gli effetti di un determinato accordo.
Le parti del contratto in questione non potranno, per esempio, beneficiare automaticamente di diritti come la successione nel contratto di locazione o la pensione di reversibilità, ovvero essere equiparati fiscalmente alle coppie unite in matrimonio. 

La novità del PaCS - nella sua formulazione attuale - sta invece proprio nel fatto che: a) eccezionalmente un contratto potrà spiegare effetti nei confronti dei terzi; b) potrà avere un contenuto non solo patrimoniale, ma anche non patrimoniale (si potranno prevedere, infatti, obblighi di aiuto e sostegno reciproco tra le parti, oltre a dare indicazioni sulle decisioni di fine vita, rispetto alle quali l'altro contraente sarà legittimato a pronunciarsi in caso di perdita della capacità di intendere e volere, e così di seguito).
Ma se un certo contratto deve avere effetto nei confronti dei terzi, è bene che questo contratto possa essere conosciuto dai terzi. Da qui la necessità di una sua registrazione. Se infastidisce l'annotazione del patto in un qualsiasi registro anagrafico, si potrà immaginare un registro ad hoc, anche se ciò sembra confliggere con il principio della semplificazione dell'attività amministrativa inaugurato dalle leggi Bassanini.
Il PaCS vuole essere uno strumento di tutela per quei cittadini che non vogliono o non possono contrarre matrimonio, per quei cittadini che condividono un progetto di vita, che costituiscono una famiglia senza fondarla sul matrimonio, che realizzano se stessi in una formazione sociale luogo di reciproco sostegno, connotata da un rapporto affettivo e sessuale. 

Le "altre forme di convivenza", che pure alcuni statuti regionali riconoscono con espressione vaga e per certi versi ambigua, non sono oggetto di questo progetto di legge.
La ragione è presto detta: nel rapporto di coppia vi sono esigenze di carattere personale e patrimoniale diverse da quelle delle comunità di tipo familiare. Non si può mettere sullo stesso piano la convivenza di un gruppo di studenti e quella di un ragazzo e di una ragazza che intendono sperimentare per un certo periodo la quotidianità della vita di coppia prima di convolare a giuste nozze. Nel caso di un gruppo di studenti, ad esempio, non avrebbe senso prevedere una norma che sancisca il diritto di astensione dal deporre in tribunale contro il proprio convivente, o che conceda ai conviventi le medesime opportunità di una coppia coniugata per quanto riguarda l'accesso al mondo del lavoro.
E' evidente che la diversità degli interessi da tutelare in ciascun caso, esige che si tengano distinte le differenti situazioni. Ben venga, allora, una legislazione sulle "altre forme di convivenza", ma con un progetto di legge separato, come è avvenuto in Catalogna con le "unioni di mutuo aiuto". Un progetto di legge che evidenzi - come si è cercato di fare con il PaCS - le peculiarità di una certa situazione di fatto e proponga delle serie e concretamente realizzabili risposte alle domande di giustizia che emergono dal tessuto sociale.

 

(il saggio è apparso originariamente nella rivista Critica liberale, 2005, vol. XII, n. 115, pp. 111-112)

Il Tribunale costituzionale spagnolo con la sentenza n. 41 del 13 febbraio 2006 ha riconosciuto per la prima volta l’illegittimità del licenziamento a causa dell’orientamento sessuale. La stampa spagnola ha dato ampio risalto alla vicenda.
Il caso risale al 30 luglio 2002, quando la compagnia di volo italiana Alitalia notificò il licenziamento ad un proprio impiegato analista di marketing, assunto con contratto a tempo indeterminato. L’azienda aveva motivato il licenziamento spiegando che il dipendente contestava sovente gli organi direttivi della Compagnia e commetteva errori di calcolo nello svolgimento delle proprie mansioni, dimostrando in tal modo una mancanza di diligenza che avrebbe giustificato il licenziamento.
Il lavoratore aveva presentato ricorso contro il licenziamento davanti al Tribunale di Barcellona, che ne aveva riconosciuto l’illegittimità, riscontrando l’esistenza di violenze psicologiche subite dal lavoratore tra l’ottobre 2001 e il luglio 2002 a causa del proprio orientamento sessuale. Nel procedimento la compagnia aerea non è riuscita a dare la prova contraria, limitandosi a contestazioni generiche e mancando di provare il compimento di comportamenti rilevanti sul piano disciplinare.
Dopo il giudizio di primo grado, l’Alitalia aveva presentato ricorso al Tribunale Superiore di Giustizia della Catalogna, il quale, ribaltata la decisione assunta in prime cure, affermava che il licenziamento non può essere considerato immotivato, per la presenza di alcune violazioni contrattuali da parte del lavoratore, che comportavano conseguenze disciplinari.
Il Tribunale costituzionale, invece, riconfermando la sentenza di primo grado, afferma che nonostante l’orientamento sessuale non sia espressamente menzionato nell’art. 14 della Costituzione come una delle ipotesi concrete per le quali esiste il divieto di trattamenti discriminatori, è senza dubbio da tenersi incluso in quella parte dell’articolo che fa riferimento a “qualsiasi altra condizione o circostanza personale o sociale”. Inoltre, ritiene che l’omosessualità abbia in comune con le altre ipotesi di divieto di discriminazione di cui all’art. 14 Cost. “il fatto di essere una differenza storicamente molto vituperata e che ha posto gli omosessuali, sia a causa dell’azione delle istituzioni, sia a causa della pratica sociale, in posizioni svantaggiate e contrarie alla dignità delle persone, che l’art. 10.1 della Costituzione protegge, a causa dei profondi pregiudizi radicati normativamente e socialmente contro questa minoranza”.
Il Tribunale ricorda che quando si prova indiziariamente che un contratto risolto può nascondere la lesione di diritti fondamentali, come la discriminazione a causa del proprio orientamento sessuale “incombe al datore di lavoro provare che la propria decisione risponde a motivi ragionevoli e del tutto estranei alla violazione del diritto del quale si tratta”.
Il Tribunale Costituzionale ritiene che si sarebbe potuta affermare la legittimità del licenziamento solo se l’impresa avesse comprovato le violazione contrattuali contestate nella lettera di licenziamento e avesse dimostrato la totale mancanza di connessione tra il licenziamento e l’omosessualità del lavoratore. Non avendo dato tale prova, il Tribunale costituzionale ha ritenuto che questa connessione esiste molto chiaramente perché i fatti provati riflettono comportamenti pieni di disprezzo del superiore del lavoratore rispetto al suo orientamento sessuale, “così come l’esistenza di una organizzazione e distribuzione del lavoro che lo pregiudicava, sovracaricandolo di compiti da svolgere, indica, come minimo, la possibilità che la lesione ci sia stata”.

 

 

 

Allegati

trib_cost_spagnolo_rotelli_sentenza.doc
 

Many commentators would say that, with only 3 of 46 member states of the Council of Europe permitting same-sex couples to marry as of March 2007 (4 if a recent recommendation in Sweden becomes law in 2008), it is too early to take the question of equal access to legal marriage for same-sex couples to the European Court of Human Rights (cf. 1 of 50 states in the USA). But it is often hard to persuade individual litigants and their lawyers not to do so. The Court has already received an application from Austria, and could soon receive others from France and Ireland.

 

These applicants are probably wasting their time (and more importantly the Court's time), as a result of two recent decisions dealing with same-sex couples consisting of a transsexual woman and a non-transsexual woman, R. and F. v. United Kingdom, Application No. 35748/05 (declared inadmissible on 28 Nov. 2006) (couple from Scotland), and Wena & Anita Parry v. United Kingdom, Application No. 42971/05 (declared inadmissible on 28 Nov. 2006) (couple from England). See http://www.echr.coe.int/  (HUDOC, click "Decisions" on the left and type in the application number; admissibility decisions have less precedential weight than judgments.).

 

In each case, the two women were married as a male-female couple before the transsexual woman (born male) transitioned. Under the UK's Gender Reassignment Act 2004, the transsexual party to such a marriage must choose between legal recognition of their gender reassignment and remaining legally married to their spouse: a divorce is a condition of obtaining a full gender recognition certificate. At the time their cases were considered by the Court, both couples were legally different-sex (the transsexual women were legally male) but factually same-sex. They argued that the European Convention on Human Rights requires the UK Government to grant the gender recognition certificates AND permit them to remain married as both legally and factually same-sex couples, rather than force them divorce and then register as a same-sex couple under the UK's Civil Partnership Act 2004.

 

A 7-judge Chamber of the Court unanimously declared both applications inadmissible as manifestly ill-founded. The reasoning in each decision is identical (the following quotations are from Parry):

 

(1) No violation of Article 8 (right to respect for private and family life)

 

"In the present case, the Court notes that the requirement that the applicants annul their marriage flows from the position in English law that only persons of the opposite gender may marry; same-sex marriages are not permitted. Nonetheless it is apparent that the applicants may continue their relationship in all its current essentials and may also give it a legal status akin, if not identical to marriage, through a civil partnership which carries with it almost all the same legal rights and obligations. It is true that there will be costs attached to the various procedures [an annulment or divorce followed by a civil partnership]. However the Court is not persuaded that these are prohibitive or remove civil partnership as a viable option. The Court concludes, as regards the right to respect for private and family life, that the effects of the system have not been shown to be disproportionate and that a fair balance has been struck in the circumstances."

 

(2) No violation of Article 12 (right to marry)

 

"In domestic law marriage is only permitted between persons of opposite gender, whether such gender derives from attribution at birth or from a gender recognition procedure. Same-sex marriages are not permitted. Article 12 of the Convention similarly enshrines the traditional concept of marriage as being between a man and a woman (Rees v. United Kingdom, 1986). While it is true that there are a number of Contracting States which have extended marriage to same-sex partners, this reflects their own vision of the role of marriage in their societies and does not, perhaps regrettably to many, flow from an interpretation of the fundamental right as laid down by the Contracting States in the Convention in 1950. The Court cannot but conclude therefore that the matter falls within the appreciation of the Contracting State as [to?] how to regulate the effects of the change of gender in the context of marriage (Christine Goodwin v. United Kingdom, 2002). It cannot be required to make allowances for the small number of marriages where both partners wish to continue notwithstanding the change in gender of one of them. It is of no consolation to the applicants in this case but nonetheless of some relevance to the proportionality of the effects of the gender recognition regime that the civil partnership provisions allow such couples to achieve many of the protections and benefits of married status. The applicants have referred forcefully to the historical and social value of the institution of marriage which give it such emotional importance to them; it is however that value as currently recognised in national law which excludes them."

 

(3) No violation of Article 14 (prohibition of discrimination)

 

"The Court doubts that the applicants can, for the purposes of Article 14 ..., claim that they are in a comparable position to others who are unaffected by the new legislation but to the extent that any possible issue of difference of treatment arises, this is justified on the same grounds identified above in the context of Articles 8 and 12 ..."

 

Normally the original intent of the drafters in 1950 is not considered significant in interpreting the European Convention, which the Court construes in light of current European practices and not those of decades ago, so the Court's invocation of this idea seems contrary to normal practice. And it is worth noting that UK civil partnerships confer almost all the rights of marriage, not just "many" as the Court suggested.

 

In same-sex marriage litigation around the world, it is still worth citing the case law of the European Court of Human Rights for its analogies between sexual orientation and race, religion and sex, its "strict scrutiny" ("particularly serious reasons" are required), and its rejection of the "procreative capacity argument" in its 2002 Goodwin judgment. The decisions in R. & F. and Parry must be acknowledged. But they only show that the Court is not yet willing to interpret the Convention as requiring full equality for same-sex couples in 46 countries with over 800,000,000 people. This does not mean that a court interpreting a constitution for one country, or one state within a country, with a much smaller population, should hesitate to require full equality.

 

Il presente saggio, con alcuni aggiornamenti, riproduce un capitolo del libro a cura di Silvia PICCININI, La tutela dei soggetti deboli nella famiglia e nelle istituzioni socio-sanitarie, 2007, ESI, Napoli.
Le riflessioni che seguono nascono dalla lettura del libro di Matteo BONINI BARALDI, Le nuove convivenze tra discipline straniere e diritto interno, Ipsoa, 2005.

 

 

 

Allegati

famiglia_tutela_mio.pdf
 

Sulla prima questione ha affermato: "Non può essere riconosciuto a nessuno il diritto di dare morte ad un altro, se eutanasia vuol dire questo, e vuol dire questo, non sono d'accordo".

Sulla seconda questione: "Non penso che sia utile per il bambino essere adottato e crescere con due persone dello stesso sesso".

Ha poi aggiunto che per trovare soluzioni a questi problemi non si può andare al muro contro muro, ma bisogna cercare soluzioni "condivisibili".

Su L'Unità di ieri, Stefano Passigli ha difeso la posizione del Segretario DS, scagliandosi contro Vattimo e contro chi ha chiesto a Franco Grillini e agli altri militanti gay iscritti ai DS di lasciare il partito, seguendo l'esempio di Aurelio Mancuso, il segretario nazionale di Arcigay.

Cerchiamo di ragionare.

 

C'è innanzitutto una questione di metodo. Assistiamo ad una semplificazione delle questioni che coinvolgono aspetti importanti della vita delle persone come le scelte di fine vita o come diventare genitori, che è sconcertante. Aveva ragione Sartori quando, qualche tempo fa, in un articolo pubblicato su La Stampa, sosteneva che i politici italiani scelgono la propria agenda sulla base dei titoli dei giornali, e preoccupati solo dei titoli del giorno dopo.

Quanto al merito. Chi può pensare che ci sia qualcuno disposto ad accettare che eutanasia possa voler dire uccidere deliberatamente una persona per il gusto di farlo? Quello si chiama in un modo molto preciso: omicidio. Eutanasia significa un'altra cosa: significa interrompere le sofferenze immani che una persona affronta suo malgrado, a causa di uno stato patologico, senza godere di un'esistenza dignitosa, senza poter lenire il dolore, senza nutrire speranze di guarigione.

Chi può pensare che nell'adottare un bambino non si debba mettere al centro il benessere del minore? E' cosa talmente ovvia che non vale neppure la pena parlarne, mentre Passigli ne parla come se fosse una trovata eccezionale.

Ma perché un bambino cresciuto da una coppia gay dovrebbe stare peggio degli altri?

Delle due l'una: o i gay sono essere incapaci di amore e sono dei pessimi educatori oppure un figlio di due omosessuali - si pensa - può soffrire di tale condizione a causa della società che lo circonda.

Ovviamente la prima soluzione è da scartare, giacchè l'orientamento sessuale non mi consta che si rifletta sulla vita affettiva delle persone né - a meno che Fassino non sia d'accordo con la moglie di Fini - mi pare che essere gay comporti l'incapacità di educare un bambino. L'anno scorso negli Stati Uniti è stato dichiarato padre dell'anno proprio un omosessuale.

Forse allora il problema è la società, che è omofoba e razzista. E la società italiana lo è certamente. Se questo allora è il problema, le dichiarazioni di Fassino non aiutano certo a migliorare la situazione. Né serve specificare che si tratta di un'opinione personale, perché essere leader di un partito importante come i DS amplifica tale opinione e ne fa un caso politico.

Né si può ritenere che Fassino pensi che crescere in una famiglia gay incida sullo sviluppo affettivo e sessuale del bambino. E' statisticamente provato che crescere in una famiglia omosessuale non aumenta la possibilità di essere gay una volta diventati adulti. Del resto se ci fosse un tale rapporto osmotico tra orientamento sessuale dei genitori e quello dei bambini, in Italia non ci dovrebbero essere gay, visto che sono tutti nati in famiglie rigorosamente eterosessuali.

Allora quelle parole che senso hanno? Servono a rassicurare i futuri compagni d'avventura del Partito democratico.

Ma per raggiungere questo obiettivo serviva mortificare migliaia di cittadini italiani?

In ogni caso, ognuno si prende le proprie responsabilità. Anche restare in un partito il cui segretario si esprime con una superficialità disarmante.

 

Il Tribunale Supremo spagnolo ha confermato una sentenza dell'Audencia Nacional che ha condannato lo Stato a indennizzare con 6 mila euro, per danni morali, un soldato che nel 1979 era stato escluso dal servizio militare in quanto omosessuale. Così ha stabilito la sezione del Contenzioso amministrativo con una sentenza che rigetta il ricorso presentato nel 2003dal soldato Pere C. contro la sentenza dell'Audencia Nacional.

Di seguito la traduzione di Antonio Rotelli dell'articolo de El Pais sulla vicenda.

 

 

 

Nel 1999, il soldato si era rivolto al Ministero della Difesa e aveva richiesto un indennizzo di 961.619 euro sostenendo di essere stato arruolato nel servizio militare nella base navale di Cartagena il 2 maggio del 1978 e, dopo aver prestato giuramento, di essere stato destinato alla Base dei Sottomarini dove, a suo giudizio, era stato trattato in modo "vessatorio e denigratorio dai propri superiori".
Secondo quanto affermato nella sentenza, Pere C. tentò il suicidio e fu ricoverato di urgenza nell'Ospedale Militare della Marina e il 12 febbraio 1979 un decreto dello Stato maggiore lo escluse dal servizio militare perché omosessuale, circostanza che si fece annotare nella sua cartella militare.
L'esclusione dal servizio militare si ebbe nel 1979 e successivamente modificata negli anni 1991 e 1995. Il ricorrente dimostra - aggiunge la sentenza - che questa situazione gli ha provocato gravi lesioni e danni morali "a causa dell'emarginazione sofferta per via della registrazione in un documento ufficiale di un aspetto tanto intimo che tocca i suoi diritti all'onore, all'intimità e all'uguaglianza".
 
Disturbi psicologici Il Ministero della Difesa aveva archiviato ben due volte il ricorso in quanto l'uomo non era comparso dinanzi al competente Tribunale Medico Militare per il riconoscimento dei danni subiti e dele possibili cause e perché il ricorso presentava vizi formali. Secondo varie perizie mediche, Pere C. soffre di disturbi schizzo- affettivi e gli è stato diagnosticato un "disturbo delirante limite della personalità e delirio contro l'Esercito spagnolo, contro il quale sostiene una battaglia legale".
L'Audencia Nazionale nell'ottobre del 2003 aveva esaminato parzialmente il suo ricorso e gli aveva accordato l'indennizzo per danni morali sebbene avesse concluso che non era stato dimostrato che i danni sofferti a causa delle infermità erano conseguenza di responsabilità imputabili all'Amministrazione militare. 
Nonostante ciò, Pere C. ricorse al Tribunale Supremo considerando che i 6 mila euro "in nessun modo arrivano a riparare la benché minima parte del pretium doloris e le conseguenze fisiche e psicologiche sofferte, nè le spese che ha dovuto sostenere in avvocati e procuratori affinché fosse riconosciuta la discriminazione subita". 

Il Tribunale Supremo ricorda che l'indennizzo riconosciuto non ha come obiettivo quello di riparare la totalità dei pregiudizi sostenuti dal ricorrente, che include le conseguenze fisiche e psicologiche che ritiene essere state causate dal ministero della difesa e che sono stati esclusi dall'Audencia "con argomentazioni ragionevoli". 

 

La Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato il Regno Unito per la violazione dell'art.8 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo a causa del mancato riconoscimento ad un transessuale del diritto alla pensione al raggiungimento dell'età prevista per il sesso femminile. Infatti, le autorità britanniche avevano dato prevalenza al sesso biologico della nascita, non tenendo conto del mutamento avvenuto successivamente.

Allegati

CEDU 32570_2006.pdf
 

Bene

 

- l'inserimento nel codice civile nel libro sulle persone e famiglia;

- la presenza di un registro pubblico a fini di pubblicità tenuto dal giudice di pace;

- sottoscrizione congiunta davanti al notaio o al giudice di pace;

- la possibilità dei partner di inserire nel contratto i contenuti che preferiscono, anche scegliendo il regime patrimoniale, avendo sempre l'obbligo di prestarsi aiuto reciproco;

- parificazione ai parenti di primo grado per l'assistenza e le informazioni a carattere sanitario e penitenziario;

- scelte sanitarie e post mortem spettano al partner in via presuntiva, salvo diversa indicazione scritta;

- modalità di risoluzione del contratto

 

Male

- stranieri che sottoscrivono il cus. Devono essere regolarmente soggiornanti e non si dice nulla sull'ottenimento del permesso di soggiorno in quanto parte di un cus;

- successione ereditaria. Rimangono i 9 anni previsti dai DICO. Si eredita tutto, in mancanza di testamento, solo se mancano parenti entro il sesto grado, quindi solo prima dello stato. Spetta un quarto se si concorre con figli; la metà se si concorre con tutti gli altri. Il punto negativo vero sono solo i 9 anni;

- disciplina previdenziale rimessa a successiva legge di riordino del settore;

- trasferimenti di sede lavorativa per agevolare il mantenimento della comune residenza rimessi alla contrattazione , prevedendo tra i requisiti per l'accesso al beneficio una durata almeno triennale del CUS. 

 

 

 

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CUS.doc
 

La norma cui, con tutta probabilità si riferisce il cardinale è l'art. 29 Cost.:"La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio".

Una prima lettura approssimativa potrebbe rivelare la fondatezza del giudizio di incostituzionalità dei PaCS: il matrimonio sarebbe l'unico ed essenziale fondamento della famiglia quale società naturale.

Dobbiamo tuttavia ammettere che una siffatta interpretazione restrittiva della norma sarebbe poco rispettosa dello spirito (esteriorizzato anche a livello semantico) dell'intera Costituzione. 
Nella parte dedicata ai "Principi fondamentali" infatti, spesso ricorre il verbo "riconosce", ma talune volte esso è associato all'altro "promuove", formando così un'endiadi assai più forte rispetto al solo "riconosce" ( a titolo esemplificativo vedi artt. 4, 5).

Dobbiamo altresì constatare che in altre norme si parla di "tutela", che è concetto ancora diverso dal mero riconoscimento (a titolo esemplificativo, artt. 32,35). Di conseguenza, un'interpretazione più attenta e "sistematica" ci farebbe desumere che, laddove intento della Costituzione fosse stato quello di elevare il matrimonio e distinguerlo con favore nell'ambito delle "formazioni sociali" di tipo affettivo, troveremmo le parole, di ben altro spessore rispetto a "riconosce"," "promuove", o "tutela".

Il mero "riconoscimento" di per sé non implica una valutazione positiva dell'ordinamento con riguardo al matrimonio; nemmeno vi è alcun sentore di una volontà di "promozione" dell'istituto da parte del Costituente. L'unica conseguenza logico-giuridica che si può trarre dal dettame dell'art. 29 è che una legge che discriminasse la famiglia fondata sul matrimonio sarebbe incostituzionale. Tutto qui.

L'art. 29 non dice nulla e nulla vieta riguardo alle unioni di fatto e alla possibilità di sviluppo giuridico-sociale di norme che conferiscono a tali unioni dignità giuridica. Anzi, questa prospettiva sembra non solo costituzionalmente legittima, ma anche soprattutto vista con favore dalla Costituzione: il principio di uguaglianza, tesoro della Rivoluzione, sancito all'art. 3 e il proposito di "rimuovere gli ostacoli che, limitando la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana" non collimano con la previsione legislativa di una "regolamentazione giuridica" delle unioni di fatto tale da rendere loro la dignità mancata.

Chi non sceglie di "regolare i propri rapporti affettivi" (perdonate il tecnicismo razionalistico applicato ad una situazione che oltremodo irrazionale qual è il rapporto amoroso) con il matrimonio è, ad oggi, discriminato: non ha alcun diritto nella successione ab intestato, non ha diritto ad assegni di sostentamento o sovvenzioni che pur gli spetterebbero foss'egli coniuge. 

Il PaCS si pone come rimedio a tutta una serie di "diritti negati", nonostante siano conformi ai dettami costituzionali e, inoltre, apertamente condivisi dalla società civile.

Dalla società civile è orami condivisa anche la convivenza di coppie omosessuali, almeno stando agli ultimi sondaggi. Forse è questo il nodo principe della polemica avverso i PaCS, essendoci purtuttavia una società pronta ad acetire le convivenze gay e a conferire alle coppie omosessuali dei diritti. Perché negarglieli? E' forse una colpa l'essere nato omosessuale? Hanno potuto gli omosessuali, al pari di ogni persona, scegliere le loro inclinazioni sessuali? Probabilmente le risposte di Chiesa e Stato (o meglio, di una parte dello Stato!) sarebbero in totale disaccordo.

Lo Stato però, nella sua posizione di sovranità e indipendenza, ha riconosciuto l'uguaglianza di tutti i cittadini senza distinzioni... anche di "condizioni personali". E dunque perché discriminare l'omosessuale rispetto all'eterosessuale? Perché, ancora, negargli i diritti che gli spettano, se tali diritti promanano tanto dal nostro testo normativo principe, quanto da una coscienza sociale finalmente favorevole e realmente partecipe?

Bisogna ammettere che, ad onta della lettera della Costituzione, il nostro ordinamento giuridico si pone ancora in un atteggiamento di speciale favore per l'unione matrimoniale e il problema che bisogna affrontare adesso è il fatto che il sociale ha ormai superato il giuridico. A tal punto, ritengo sia il giuridico a doversi adeguare al sociale, modificando, innovando, adeguando la sua lettera. E' infatti la società che, parlando in termini di teoria generale, ha il compito di mettere in moto la macchina legislativa. Una legge non condivisa, soprattutto se tale legge tocca la carne viva del vivere sociale, sarebbe deleteria e controproducente.

E' onere dello Stato, in questo momento, farsi carico della istanza sociale di rinnovamento di un sistema, lasciando che la Chiesa parli, indipendente e sovrana, ma "nel proprio ordine".