Bene

 

- l'inserimento nel codice civile nel libro sulle persone e famiglia;

- la presenza di un registro pubblico a fini di pubblicità tenuto dal giudice di pace;

- sottoscrizione congiunta davanti al notaio o al giudice di pace;

- la possibilità dei partner di inserire nel contratto i contenuti che preferiscono, anche scegliendo il regime patrimoniale, avendo sempre l'obbligo di prestarsi aiuto reciproco;

- parificazione ai parenti di primo grado per l'assistenza e le informazioni a carattere sanitario e penitenziario;

- scelte sanitarie e post mortem spettano al partner in via presuntiva, salvo diversa indicazione scritta;

- modalità di risoluzione del contratto

 

Male

- stranieri che sottoscrivono il cus. Devono essere regolarmente soggiornanti e non si dice nulla sull'ottenimento del permesso di soggiorno in quanto parte di un cus;

- successione ereditaria. Rimangono i 9 anni previsti dai DICO. Si eredita tutto, in mancanza di testamento, solo se mancano parenti entro il sesto grado, quindi solo prima dello stato. Spetta un quarto se si concorre con figli; la metà se si concorre con tutti gli altri. Il punto negativo vero sono solo i 9 anni;

- disciplina previdenziale rimessa a successiva legge di riordino del settore;

- trasferimenti di sede lavorativa per agevolare il mantenimento della comune residenza rimessi alla contrattazione , prevedendo tra i requisiti per l'accesso al beneficio una durata almeno triennale del CUS. 

 

 

 

Allegati

CUS.doc
 

La norma cui, con tutta probabilità si riferisce il cardinale è l'art. 29 Cost.:"La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio".

Una prima lettura approssimativa potrebbe rivelare la fondatezza del giudizio di incostituzionalità dei PaCS: il matrimonio sarebbe l'unico ed essenziale fondamento della famiglia quale società naturale.

Dobbiamo tuttavia ammettere che una siffatta interpretazione restrittiva della norma sarebbe poco rispettosa dello spirito (esteriorizzato anche a livello semantico) dell'intera Costituzione. 
Nella parte dedicata ai "Principi fondamentali" infatti, spesso ricorre il verbo "riconosce", ma talune volte esso è associato all'altro "promuove", formando così un'endiadi assai più forte rispetto al solo "riconosce" ( a titolo esemplificativo vedi artt. 4, 5).

Dobbiamo altresì constatare che in altre norme si parla di "tutela", che è concetto ancora diverso dal mero riconoscimento (a titolo esemplificativo, artt. 32,35). Di conseguenza, un'interpretazione più attenta e "sistematica" ci farebbe desumere che, laddove intento della Costituzione fosse stato quello di elevare il matrimonio e distinguerlo con favore nell'ambito delle "formazioni sociali" di tipo affettivo, troveremmo le parole, di ben altro spessore rispetto a "riconosce"," "promuove", o "tutela".

Il mero "riconoscimento" di per sé non implica una valutazione positiva dell'ordinamento con riguardo al matrimonio; nemmeno vi è alcun sentore di una volontà di "promozione" dell'istituto da parte del Costituente. L'unica conseguenza logico-giuridica che si può trarre dal dettame dell'art. 29 è che una legge che discriminasse la famiglia fondata sul matrimonio sarebbe incostituzionale. Tutto qui.

L'art. 29 non dice nulla e nulla vieta riguardo alle unioni di fatto e alla possibilità di sviluppo giuridico-sociale di norme che conferiscono a tali unioni dignità giuridica. Anzi, questa prospettiva sembra non solo costituzionalmente legittima, ma anche soprattutto vista con favore dalla Costituzione: il principio di uguaglianza, tesoro della Rivoluzione, sancito all'art. 3 e il proposito di "rimuovere gli ostacoli che, limitando la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana" non collimano con la previsione legislativa di una "regolamentazione giuridica" delle unioni di fatto tale da rendere loro la dignità mancata.

Chi non sceglie di "regolare i propri rapporti affettivi" (perdonate il tecnicismo razionalistico applicato ad una situazione che oltremodo irrazionale qual è il rapporto amoroso) con il matrimonio è, ad oggi, discriminato: non ha alcun diritto nella successione ab intestato, non ha diritto ad assegni di sostentamento o sovvenzioni che pur gli spetterebbero foss'egli coniuge. 

Il PaCS si pone come rimedio a tutta una serie di "diritti negati", nonostante siano conformi ai dettami costituzionali e, inoltre, apertamente condivisi dalla società civile.

Dalla società civile è orami condivisa anche la convivenza di coppie omosessuali, almeno stando agli ultimi sondaggi. Forse è questo il nodo principe della polemica avverso i PaCS, essendoci purtuttavia una società pronta ad acetire le convivenze gay e a conferire alle coppie omosessuali dei diritti. Perché negarglieli? E' forse una colpa l'essere nato omosessuale? Hanno potuto gli omosessuali, al pari di ogni persona, scegliere le loro inclinazioni sessuali? Probabilmente le risposte di Chiesa e Stato (o meglio, di una parte dello Stato!) sarebbero in totale disaccordo.

Lo Stato però, nella sua posizione di sovranità e indipendenza, ha riconosciuto l'uguaglianza di tutti i cittadini senza distinzioni... anche di "condizioni personali". E dunque perché discriminare l'omosessuale rispetto all'eterosessuale? Perché, ancora, negargli i diritti che gli spettano, se tali diritti promanano tanto dal nostro testo normativo principe, quanto da una coscienza sociale finalmente favorevole e realmente partecipe?

Bisogna ammettere che, ad onta della lettera della Costituzione, il nostro ordinamento giuridico si pone ancora in un atteggiamento di speciale favore per l'unione matrimoniale e il problema che bisogna affrontare adesso è il fatto che il sociale ha ormai superato il giuridico. A tal punto, ritengo sia il giuridico a doversi adeguare al sociale, modificando, innovando, adeguando la sua lettera. E' infatti la società che, parlando in termini di teoria generale, ha il compito di mettere in moto la macchina legislativa. Una legge non condivisa, soprattutto se tale legge tocca la carne viva del vivere sociale, sarebbe deleteria e controproducente.

E' onere dello Stato, in questo momento, farsi carico della istanza sociale di rinnovamento di un sistema, lasciando che la Chiesa parli, indipendente e sovrana, ma "nel proprio ordine".       

 

Con la sentenza n. 253/2006, la Corte Costituzionale ha dato esito al ricorso presentato dal Governo italiano nel 2005 che chiedeva di dichiarare incostituzionale la legge regionale toscana n. 63/2004, recante disposizioni in materia di Lotta alle discriminazioni determinate dall'orientamento sessuale e dall'identità di genere.

 

 

Preliminarmente i giudici hanno dichiarato inammissibile la richiesta di declaratoria di illegittimità costituzionalità dell'intera legge, poiché la domanda del Governo è generica.

Rispetto alla subordinata richiesta di dichiarare illegittimi alcuni articoli della legge, specificamente indicati, i giudici hanno stabilito che:

- l'art. 2 è legittimo perché non attribuisce diritti in più in materia di lavoro a favore di alcuni cittadini in ragione del loro orientamento sessuale o dell'identità di genere, ma contiene una norma di indirizzo che, in linea con la vigente normativa regionale nel settore dell'educazione, istruzione, orientamento e formazione professionale, concorre ad assicurare lo sviluppo dell'identità personale e sociale, nel rispetto della libertà e della dignità della persona, dell'uguaglianza e delle pari opportunità, in relazione alle condizioni fisiche, culturali, sociali e di genere.

Allo stesso tempo l'articolo 2 non crea una nuova categoria di lavoratori svantaggiati non prevista dalla normativa nazionale, ma si pone l'obiettivo di sviluppare politiche regionali di lotta all'esclusione sociale a favore di transessuali e omosessuali. In tal modo rispetta la nozione di «lavoratore svantaggiato» prevista dalla legge statale che include tutti i soggetti che versano in determinate situazioni oggettivamente rilevabili. Secondo la Corte, quindi, l'art. 2 non stabilisce che tutte le persone con uno specifico orientamento sessuale o identità di genere sono svantaggiati, ma considera questi elementi come possibile causa di esclusione sociale;

- gli articoli 3 e 4, comma 1 sono legittimi, perché assicurano pari opportunità nell'accesso ai percorsi di formazione e di riqualificazione alle «persone che risultino discriminate e esposte al rischio di esclusione sociale per motivi derivanti dall'orientamento sessuale o dall'identità di genere» e favoriscono «l'accrescimento della cultura professionale correlata all'acquisizione positiva dell'orientamento sessuale o dell'identità di genere di ciascuno»; non violano la competenza legislativa esclusiva dello Stato, essendo norme di mero indirizzo ed espressione della competenza esclusiva della regione in materia di istruzione e formazione professionale, non incidenti su singoli contratti di lavoro e nella materia dell'ordinamento civile;

- la questione di illegittimità dell'art. 5, che disciplina la responsabilità sociale delle imprese, non è ammissibile perché generica;

, che disciplina la responsabilità sociale delle imprese,;- gli articoli 7 e 8 sono illegittimi, perché disciplinano la possibilità per il soggetto, in vista di un'eventuale e futura situazione di incapacità, di delegare ad altra persona liberamente scelta il consenso ad un trattamento sanitario. In tal modo questi articoli modificherebbero il regime della rappresentanza che rientra nell'ordinamento civile che è materia riservata alla potestà esclusiva dello Stato. Ugualmente illegittimo sarebbe il comma 5 dell'art. 7 in quanto disciplinerebbe un'altra materia rientrante nell'ordinamento civile, cioè gli atti di disposizione del proprio corpo. In particolare, secondo la Corte, introdurrebbe modifiche alla legge n. 164/82 in materia di rettificazione di sesso;

- l'art. 16 è illegittimo, perché contiene un'ipotesi di obbligo a contrarre che incide sull'autonomia dei privati, materia riservata esclusivamente allo Stato. Infatti prevede che senza un giustificato motivo gli operatori turistici non possano rifiutare le proprie prestazioni o prestarle a condizioni differenti in ragione dell'orientamento sessuale o l'identità di genere di una persona, divieto che peraltro è già previsto e sanzionato dal Regolamento attuativo del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza., perché contiene un'ipotesi di obbligo a contrarre che incide sull'autonomia dei privati, materia riservata esclusivamente allo Stato. Infatti prevede che senza un giustificato motivo gli operatori turistici non possano rifiutare le proprie prestazioni o prestarle a condizioni differenti in ragione dell'orientamento sessuale o l'identità di genere di una persona, divieto che peraltro è già previsto e sanzionato dal Regolamento attuativo del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza.

 

La Corte sostanzialmente dichiara la legittimità di 3 degli articoli impugnati e l'illegittimità di altri 3. Dichiara inammissibile la richiesta nei confronti di un'ulteriore articolo e inammissibile, per vizio di genericità della domanda, la richiesta di dichiarare illegittima l'intera legge regionale.

A seguito dell'intervento della Corte, quindi, resta in piedi l'impianto della legge e la possibilità:

- per la regione Toscana di programmare e attuare politiche in favore delle persone con specifico orientamento sessuale e identità di genere, in ambito lavorativo, formativo, professionale, imprenditoriale; di promuovere il rispetto e la stima nei loro confronti, sia sul piano linguistico che comportamentale, nei corsi di formazione dei dipendenti regionali e nella redazione dei codici di comportamento degli uffici; di promuovere e attuare politiche sanitarie regionali di prevenzione e cura che assicurino per tutti pari dignità; di sostenere politiche culturali plurali e inclusive di ogni persona e stile di vita;

- per le associazioni senza scopo di lucro, rappresentative dei diversi orientamenti sessuali e identità di genere, di accedere presso le aziende in possesso della certificazione "Social Accountability (SA) 8000" al fine di verificare le condizioni di lavoro e il rispetto dei diritti delle persone che rappresentano sul luogo di lavoro;

- per le USL di informare e sostenere le persone nelle proprie scelte circa l'orientamento sessuale e l'identità di genere; di favorire il confronto familiare in ambito culturale e aiutare i genitori nell'educazione e cura dei figli omosessuali, transessuali o transgender. La Regione destina dei fondi per tale fine e favorisce le convenzioni tra le USL e le associazioni rappresentative di omosessuali, transessuali e transgender;

- per il CORECOM, autorità regionale di controllo delle telecomunicazioni, di vigilare sulle trasmissioni radio e televisive al fine di eliminare contenuti discriminatori e favorire la presenza di spazi dedicati alla trattazione delle tematiche dell'orientamento sessuale e dell'identità di genere;

Con riguarda agli articoli dichiarati illegittimi per violazione della competenza esclusiva dello Stato, si fanno le seguenti osservazioni:

- il divieto di discriminazione in base all'orientamento sessuale e all'identità di genere da parte degli operatori turistici, come sottolinea la Corte costituzionale, è già previsto e incluso nell'art. 187 del Regolamento attuativo del TULP che prevede: "Gli esercenti non possono, senza un legittimo motivo, rifiutare le prestazioni del proprio esercizio a chiunque le domandi e ne corrisponda il prezzo";

- la possibilità di indicare una persona che scelga i trattamenti sanitari e terapeutici ai quali essere sottoposti nei casi in cui non si sia in grado di intendere e di volere non è prevista da alcuna legge nazionale e, secondo la Corte, la materia è sottratta alla competenza legislativa delle regioni;

- quanto agli atti dispositivi del proprio corpo, con riferimento all'art. 7, comma 5, per il quale la Corte cita espressamente la legge sulla rettificazione del sesso, pare a chi scrive che possa esservi stato un fraintendimento, a cui hanno concorso insieme: la formulazione sciatta del comma, la difesa dell'avvocatura dello Stato e la carente difesa della stessa regione Toscana.

Fondamentalmente tale comma avrebbe voluto riferirsi ai tentativi numerosi che ancora oggi vengono fatti e sponsorizzati da medici indegni e da autorità religiose ottenebrate, supportarti da psicologi e psichiatri conniventi, miranti a correggere l'orientamento sessuale e l'identità di genere, seguendo la teoria che vorrebbe tali caratteri non ascritti, ma sempre condizionati da circostanze ambientali ed esperienze vissute o subite. Si pensa che i gay e le lesbiche, per esempio, possano essere guariti, perché tutto ciò che non è eterossessuale è negativo, sbagliato, malato etc.

Il comma 5 dell'art. 7, affermando il rispetto della libertà individuale e dell'autodeterminazione, prevede che i trattamenti sanitari per la cura o correzione dell'omosessualità etc. siano richiesti personalmente dagli individui che intendano sottoporvisi e che prima di esservi sottoposti siano informati su natura, scopo, rischi e conseguenze, per esempio psicologiche, che tali ‘cure' possono comportare. Quindi, mi sembra, che nessun collegamento abbia questa disposizione con la materia della rettificazione del sesso, così come regolata dalla legge 164/1982. Non potrebbe averne, per esempio, perché questa legge già prevede, attraverso l'iter che predispone, che la decisione di cambiare sesso possa essere presa solo personalmente dall'interessato e che l'intervento continuativo di operatori sanitari sia finalizzato anche ad informare e rappresentare le conseguenze ed i rischi di un tale intervento.

Per completezza di informazione, si offrono due definizioni semplici di orientamento sessuale e identità di genere, con l'avviso che non si tratta di definizioni complete o esaustive:

- l'orientamento sessuale caratterizza ogni individuo ed è solitamente individuato in base alla preponderanza di sentimenti, pensieri erotici e fantasie sessuali diretti verso un individuo di sesso diverso (orientamento eterosessuale), dello stesso sesso (orientamento omosessuale) o verso individui di entrambi i sessi (orientamento bisessuale);

- l'identità di genere è la rappresentazione di sé come uomo o come donna, indipendentemente e anche in opposizione al proprio sesso.

In conclusione il giudizio sulla sentenza della Corte è positivo, anche se nel complesso appare un po' balneare, affrettata. Alcuni dubbi restano sulla dichiarazione di illegittimità degli articoli 7 e 8, perché non è certo che la materia su cui dispongono vada a modificare le regole sulla rappresentanza, quindi di una materia civilistica di competenza esclusiva dello Stato. Quantomeno tale affermazione meritava una dissertazione più minuziosa e non una semplice statuizione quasi apodittica.

Quel che si auspica è che il Parlamento, finalmente, seguendo la scia della regione Toscana e l'esempio di altre nazioni europee, approvi al più presto una normativa antidiscriminatoria nazionale per la tutela delle persone GLBT, che anche la crescente omofobia, sotto ogni forma ed espressione, rende ormai inderogabile.

 

 

 

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corte cost_rotelli_testo.doc
I giovani GLBT (gay, lesbiche, bisessuali e transessuali) europei affrontano ogni giorno discriminazioni ed ostracismo più di quanto si pensi.
Spesso sono allontanati dalla famiglia, che li rifiuta, altre volte sono vittima di bullismo con conseguente emarginazione in ambito scolastico. Ciò crea non solo uno scarso rendimento o abbandono scolastico, ma è evidentemente causa di scarsa autostima e di problemi psicologici. 
Tale situazione ha un impatto negativo sulla loro capacità di affrontare la transizione dalla scuola al mondo del lavoro, e più in generale sulla loro integrazione sociale.

La IGLYO (l'organizzazione studentesca di ragazzi GLBT) e ILGA-Europe hanno portato il tema dell'esclusione sociale dei giovani GLBT all'attenzione dei politici nazionali ed europei attraverso un articolato Report
La pubblicazione mette in evidenza gli effetti che la discriminazione basata sull'orientamento sessuale e l'identità di genere ha sui giovani GBLT e sulla loro possibilità di diventare cittadini di pieno diritto. 
L'obiettivo ultimo è aumentare la consapevolezza delle diverse forme di discriminazione che contribuiscono a mettere i giovani GLBT in una situazione di particolare svantaggio e rischio di esclusione.

Il Report si può scaricare da internet o se ne può richiedere una copia scrivendo a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.  

IGLYO (international lgbtq youth and student organisation)
office P.O. BOX 3836, 1001 AP AMSTERDAM, the Netherlands
e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.  
web site http://www.iglyo.com/  

Con la sentenza in esame, il TAR della Sicilia, sezione distaccata di Catania, ha annullato un provvedimento amministrativo dagli effetti assolutamente discriminatori. L'Ufficio Provinciale della Motorizzazione civile di Catania aveva infatti disposto, ai sensi dell'art. 128 del D. L.vo 285/1992, la revisione della patente di guida, mediante un nuovo esame di idoneità psico-fisica, di un soggetto che alla visita per il servizio di leva aveva dichiarato la propria omosessualità.
Presupposto del provvedimento impugnato è stato l'applicazione (erronea) dell' art. 119 del D. L. n. 285/1992, il quale, nel disciplinare i requisiti fisici e psichici prescritti per il conseguimento della patente di guida, dispone che non possono ottenere il titolo coloro che siano affetti da "malattia fisica, psichica, deficienza organica o minorazione psichica, anatomica o funzionale tale da impedire di condurre con sicurezza veicoli a motore".
In pratica, l'omossessualità del ricorrente viene considerata una vera e propria malattia fisica e psichica, ostativa, ai sensi della normativa vigente, del rilascio della patente di guida. 

Nell'annullare il provvedimento in oggetto, correttamente, il TAR evidenzia che non esiste alcun referente, né normativo né extragiuridico, che consenta di catalogare l'omosessualità tra le patologie annoverate dall'art. 119 d.lgs. 285/1992 e dall'art. 320 del D.P.R. 16.12.1992, n. 495, recante il regolamento di esecuzione del codice della strada: ad opinione dei giudici, infatti, "le preferenze sessuali di un individuo non rientrano in nessuna delle nozioni della scienza medica che la norma prende in considerazione ai fini della capacità di guida e non rappresentano meno che mai "malattia psichica".

La conclusione cui perviene il Tribunale appare corretta dal punto di vista scientifico. Infatti, la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità ha espressamente riconosciuto che l'omossessualità è una condizione personale ascritta, non scelta e non modificabile.
Opinione che chi scrive condivide pienamente: l'inclinazione omosessuale di una persona, da qualsiasi ragione sia determinata, attiene alla natura della persona: in quanto tale, essa è questione inerente ai diritti umani, e come tale andrebbe trattata dagli ordinamenti giuridici, compreso quello italiano. E' un dato di fatto, tuttavia, che provvedimenti del tipo di quello impugnato sono ancora troppo frequenti: gli omosessuali italiani sono spesso vittime incolpevoli di violenze psicologiche, discriminazioni e prepotenze perpetrate ingiustificatamente a loro danno, e troppo spesso impunite.

 

 

 

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CT_200502353_SE.doc
Nella percezione comune è ormai considerato come il "matrimonio omosessuale" sebbene la legge non lo chiami così, bensì Civil Partnership, ovvero Unione Civile.

Si commette un errore chiamandolo matrimonio? Dal punto di vista della legge certamente sì, in quanto il suo nome proprio è un altro.

Dal punto di vista della tradizione forse ancora sì, in quanto è innegabile che il matrimonio, inteso come istituzione giuridica, ha visto da secoli protagonisti una donna e un uomo (anche se ciò è avvenuto in una situazione nella quale l'omosessualità o era criminalizzata o era condannata a vario titolo, quindi non era immaginabile che una domanda di accesso al matrimonio potesse venire da una coppia omosessuale).

Però da un punto di vista sostanziale si fa fatica a trovare differenze tra l'istituto del matrimonio e quello della civil partnership, in quanto il loro contenuto è quasi coincidente.

È evidente quindi che la percezione comune, riportata da televisione e giornali, fa attenzione soprattutto all'aspetto sostanziale più che alle differenze legali legate al nome, qualunque sia la ragione che abbia portato il legislatore a creare tale distinzione. Peraltro esistono altre legislazioni, come per esempio quelle dei paesi scandinavi, nelle quali sono stati trovati nomi differenti per istituti praticamente identici al matrimonio, ma introdotti esclusivamente per le coppie omosessuali.

 

Il Civil Partnership Act, approvato nel regno Unito il 21 novembre 2004, è entrato in vigore solo il 5 dicembre 2005, cioè a distanza di oltre un anno, per dare tempo al governo e al parlamento di emendare tutta la legislazione direttamente modificata dall'introduzione della civil partnership, assicurando così che ogni articolo di questo nuovo istituto giuridico potessero produrre effetti fin dal primo giorno della sua entrata in vigore.

D'altronde chi leggesse il testo del Civil Partnership Act noterebbe subito che si tratta di una legge destinata unicamente a regolare l'unione tra persone dello stesso sesso estremamente corposa e dettagliata, nonché molto articolata per renderla applicabile nei diversi regni (Galles, Inghilterra, Irlanda del Nord e Scozia) che costituiscono il Regno Unito. Niente a che vedere, quindi, con altri modelli legislativi presenti nei paesi europei, che regolano le unioni di fatto o le convivenze registrate, spesso prevedendo una disciplina unica per quelle omosessuali e quelle eterosessuali. Questi altri modelli si presentano solitamente come leggi scarne, di pochi articoli, non organiche, alcune pensate per assicurare solo una tutela minima, che attribuiscono un limitato numero di diritti e doveri, a volte utilizzando la tecnica del rinvio ad altre leggi, per esempio prevedendo la parificazione dei conviventi ai coniugi per alcuni ristretti fini.

Il testo inglese, organico e complesso, crea quindi un istituto che ha poche differenze dal matrimonio, le quali sono essenzialmente rinvenibili nel diverso rito-cerimonia della registrazione (che per esempio può essere solo civile e mai religioso) e in poco altro.

 

(continua)

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rotelli_partnership.doc

Di fronte al dibattito italiano sui PaCS e viste l'imminente scadenza del termine di recepimento di alcune direttive comunitarie sulla libera circolazione dei cittadini e dei loro familiari e conviventi, nell'ambito dell'Unione europea, la legge inglese impone qualche riflessione.Il nodo centrale è se equiparare o meno i "Civil Partnership" ai matrimoni tra persone dello stesso sesso. E' questo il presupposto per poter individuare gli effetti che tale unione potrebbe avere anche in Stati - come l'Italia - in cui non vi è alcuna regolamentazione per le coppie dello stesso sesso. Ovviamente non si può ignorare che tali unioni potrebbero sorgere tra cittadini di Paesi diversi.

 



Ad avviso di chi scrive, il Civil Partnership non è matrimonio (di serie B) per coppie dello stesso sesso, perché non tutti gli effetti dell'unione matrimoniale si producono nel caso della Civil Partnership.

E' lecito allora domandarsi cosa succederà nel caso in cui un cittadino italiano e un cittadino inglese ‘si uniranno in una unione civile. In altre parole in un caso simile "Civil partnership" che effetti avrà nel nostro Paese? Ipotizziamo che muoia il cittadino italiano, il suo compagno avrà diritto all'eredità?

Si profilano due linee interpretative. Se si ritiene che i Civil Partnership siano da assimilare al matrimonio, l'atto potrebbe essere considerato contrario all'ordine pubblico familiare e pertanto privato di effetti. L'unico precedente, in materia, è un decreto del Tribunale di Latina del giugno scorso che però riguardava il matrimonio (e non l'unione civile) di due cittadini italiani, celebrato in Olanda. In quel caso, il Tribunale lo ha definito contrario all'ordine pubblico e comunque ‘atto inesistente' per mancanza dei requisiti naturalistici dell'istituto matrimoniale, ossia la differenza di sesso tra i nubendi. Dal punto di vista giuridico in Italia quel negozio, pertanto, non ha alcun effetto.

Se, invece, si riterrà che i Civil Partnership non siano equiparabili al matrimonio, la questione è risolta. L'articolo 65 del diritto internazionale privato (legge 218 del 1995) stabilisce che l'atto straniero ha effetti anche Italia, purchè non sia contrario all'ordine pubblico. E se l'unione civile non è equiparabile al matrimonio, non ci sono motivi per ritenerla contraria all'ordine pubblico. Tutto, dunque, dipenderà dall'interpretazione che i Tribunali daranno quando saranno interpellati. 
Mancando in Italia un istituto simile a quello dei Pacs, dovremmo fare riferimento ai criteri di collegamento del diritto internazionale privato e ai sensi dell'articolo 65 considerare efficace anche nel nostro sistema tali unioni, conferendo ad esso gli stessi effetti previsti dal diritto inglese.


Nel caso specifico dei diritti successori si applicherà l'articolo 46 del diritto internazionale privato italiano secondo cui, per regolare la successione si deve far riferimento alla legge nazionale del soggetto della cui eredità si tratta, al momento della morte.
Se si considerano le unioni civili inglesi prive di effetto nel nostro paese, in quanto contrarie all'ordine pubblico e mancando nel nostro paese delle regole per disciplinare le unioni di coppie dello stesso sesso, il compagno inglese del cittadino italiano non potrà godere di alcun diritto successorio. C'è però la possibilità che il cittadino italiano faccia testamento e sottoponga la successione con dichiarazione espressa alla legge dello Stato in cui risiede, ossia nell'esempio il Regno Unito. Ciò nonostante dovranno essere fatti salvi i diritti degli eredi legittimari in base alla legge italiana.

 

 

 

Dare del frocio "è un'ingiuria". La Cassazione ravvisa nel termine "un chiaro intento di derisione e di scherno, espresso in forma graffiante" e annulla l'assoluzione di un quarantenne abruzzese denunciato nel 2005 per aver rivolto a un conoscente l'epiteto incriminato. 

Quel termine, afferma la Suprema Corte, definisce come un insulto l'omosessualità. 

L'etimologia più diffusa fa risalire la parola frocio ai costumi dei lanzichenecchi papali, che sovente violenti e ubriachi avrebbero avuto le "narici frogie rosse".

 

 

La quinta sezione penale presieduta da Bruno Foscarini ha cassato la sentenza di un giudice di pace che ha "assolto" l'insulto perché "ha edulcorato e svalutato la portata lesiva della frase pronunciata". L'assoluzione, sancisce la sentenza 24513, è stata "una decisione contraria alla logica e alla sensibilità sociale che ravvisa nel termine un chiaro intento di scherno".

La sentenza segue ad altre, che avevano a che fare con un sinonimo dialettale di frocio.

 

Tra le reazioni che sono seguite alla decisione, colpisce l'invito dell'on. Grillini a rispondere con l'ironia piuttosto che prendere carta e penna e denunciare chi si fa scherno dell'omosessualità altrui.

Ora, premesso che ogni opinione è rispettabile, viene solo da chiedersi se un siffatto suggerimento sia condivisibile.

In Italia sentenze come queste servono tantissimo. Servono a far emergere una realtà, servono a far riflettere sull'omofobia radicata nella società, servono agli omosessuali che si sentono meno soli e soprattutto presi in considerazione dal diritto.

Cominciare a denunciare soprusi del genere serve a tutti, serve a creare una società più tollerante.

 

 

 

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sentenza.doc
 

L'omosessualità è una condizione dell'uomo degna di tutela, in quanto la libertà sessuale deve essere intesa come libertà di vivere senza condizionamenti e restrizioni le proprie preferenze. 
E' il principio sancito dalla Cassazione che si è pronunciata sulla vicenda di un immigrato senegalese che aveva proposto ricorso al Giudice di pace di Torino contro l'ordinanza di espulsione, sostenendo di non poter fare rientro nel proprio paese a causa della sua omosessualità. Per provare il proprio orientamento sessuale il giovane aveva esibito la sua tessera dell'Arcigay. Il Giudice di Pace aveva accolto la domanda, ritenendo l'omossessualità "condizione degna di tutela". Avverso il decreto del Giudice di Pace, ha agito il Prefetto di Torino. 
La Suprema Corte ha ritenuto che non sia sufficiente dichiararsi gay per ottenere il permesso a rimanere in Italia e che la semplice iscrizione ad una associazione non costituisce una prova certa di omossessualità, e per questo ha ordinato nuove indagini al fine di approfondire l'effettiva condizione di omossessualità dell'immigrato e l'esistenza di una legge punitiva in Senegal. La Corte non ha tuttavia mancato di sottolineare - e qui sta la portata innovativa della decisione - che l'omossessualità è una condizione personale da tutelare in quanto espressione della libertà sessuale, che va intesa come libertà di vivere senza condizionamenti e restrizioni le proprie preferenze. In altre parole, "espressione del diritto alla realizzazione della propria personalità, tutelato dall'art. 2 della Costituzione".

 

Particolarmente interessante il seguente passaggio della sentenza in cui viene sottolineata la rilevanza della libertà sessuale quale diritto della persona di rango costituzionale :


è del tutto condivisibile l'affermazione contenuta nel decreto impugnato, secondo la quale l'omosessualità va riconosciuta "come condizione dell'uomo degna di tutela, in conformità ai precetti costituzionali", assunto da cui discende che la libertà sessuale va "intesa anche come libertà di vivere senza condizionamenti e restrizioni le proprie preferenze sessuali", in quanto espressione del diritto alla realizzazione della propria personalità, tutelato dall'art. 2 della Costituzione


Significativa, nel provvedimento, anche l' individuazione degli elementi identificativi di un fatto di persecuzione lesivo della dignità personale: 

per integrare il concetto di persecuzione è sufficiente - in via del tutto astratta e salve le ulteriori specificazioni sul punto - la semplice previsione del comportamento che si intende contrastare come reato punibile con la reclusione (tanto piu' ove le modalità di attuazione del trattamento penitenziario nello stato senegalese avessero carattere vessatorio e fossero lesive della dignità umana), non essendo a tal fine necessaria anche la concreta emanazione di una condanna.

 

 

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Cass16417_2005_testo.doc

Durante un giudizio di separazione emerge che un tradimento è stata la causa generante l'intollerabilità della convivenza. Novità nel caso di specie è che il tradimento della moglie ha visto protagonista un'altra donna e non un uomo.

 

 

 

E' sempre difficile giudicare la bontà una sentenza senza conoscere nei dettagli i fatti da cui il giudicato è formato e soprattutto senza conoscere gli atti di causa.

Da quello che pare di capire dalle prime notizie trapelate, nulla di anormale sembra essere successo nel caso deciso dalla Cassazione.

I giudici di Cassazione hanno solo il compito di controllare che i giudici dei gradi precedenti abbiano fatta una corretta applicazione del diritto, per decidere il caso sottoposto alla loro attenzione. E quali sono le norme rilevanti nel caso di specie?

Innanzi tutto, l'articolo 151, secondo comma del codice civile: che dichiara addebitabile la separazione al coniuge che ha tenuto un comportamento contrario ai doveri nascenti dal matrimonio, tra cui c'è il l'obbligo reciproco alla fedeltà in base all'art. 143 del codice civile.

 

La norma del codice civile si arricchisce di alcune puntualizzazioni della giurisprudenza.

Il tradimento può essere fonte dell'addebito «sempreché non si constati la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale, mediante un accertamento rigoroso e una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, da cui risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale» (Cass., sez. I, 18-09-2003, n. 13747).

Quindi non è il tradimento in sé a giustificare l'addebito, ma il fatto che questo è stato il l'evento che ha determinato l'intollerabilità della prosecuzione della convivenza. Ma se il tradimento - come pare di capire per il fatto che l'uomo si concedeva numerose relazioni extraconiugali - si inserisce in un contesto familiare caratterizzato da un'intrinseca fragilità tanto da dare vita ad una convivenza meramente formale non può essere considerato motivo di addebito.

 

La Cassazione ha però precisato che «ad escludere la rilevanza della infedeltà non è ammissibile la qualificazione della stessa quale reazione a comportamenti dell'altro coniuge, non essendo possibile una compensazione delle responsabilità nei rapporti familiari» (Cass., sez. I, 09-06-2000, n. 7859) potendo in questo caso essere addebitata la separazione a entrambi i coniugi, ove però ne sussistano le relative domande.

Non si sa al riguardo se la moglie avesse esplicitamente proposto a sua volta la domanda di addebito al proprio marito, ammesso che il suo tradimento fosse una reazione al modo di comportarsi del marito fuori dalle mura domestiche.

 

La condotta idonea a fondare l'addebito poi deve avere delle caratteristiche. La Cassazione ha ritenuto «addebitabile la separazione al marito che, dando luogo ad una pubblica convivenza con altra donna a ridosso della cessazione della coabitazione con la moglie, viene così a ledere l'onore ed il decoro di quest'ultima» (Cass., sez. I, 23-05-1997, n. 4623).

 

Le massime riportate sono espressione di un orientamento granitico della Cassazione.

Nella sentenza non pare - stando a quello che si sa finora - che la Cassazione abbia voluto avallare un'interpretazione della legge generante una discriminazione indiretta basata sull'orientamento sessuale della donna.

Vanno considerate infatti alcune variabili:

  1. la donna potrebbe non aver richiesto l'addebito al marito e in mancanza di una domanda espressa i giudici non avrebbero potuto addebitare ad entrambi la separazione pur in presenza della prova dei tradimenti del marito (oltre alla prova del tradimento della moglie).
  2. le modalità con cui si verifica il tradimento in costanza di convivenza hanno un rilievo enorme. Nel caso di specie il fatto è avvenuto in Sicilia, dove forte nel tessuto sociale è la contrarietà alle unioni omosessuali. Si aggiunga che la compagna della donna era una ex compagna di scuola delle figlie. Si immagina poi che la relazione non fosse stata nascosta dalla donna. Queste circostanze concrete, in quel contesto sociale, caricano il comportamento della donna di un disfavore ulteriore rispetto al comportamento del marito (noto sciupafemmine) che invece in quel contesto sociale è ampiamente accettato ed anzi è considerato un vanto per l'uomo, espressione della sua virilità.

I giudici, in definitiva, decidono sulla base dei fatti che le parti gli rappresentano. E se la donna - ammesso che abbia proposto la relativa domanda - non ha dato prova della lesione del suo onore e della sua reputazione, che il comportamento del marito le infliggeva, ora non può lamentarsi del mancato addebito allo stesso.

L'uomo, dal canto suo, ha avuto facile gioco a dare prova che la relazione della moglie lo ha esposto ad una critica da parte delle persone che vivevano vicino a lui molto forte.

 

I giudici hanno preso la stessa decisione che avrebbero preso se la donna avesse avuto una relazione con un ex compagno di scuola delle figlie. Il fatto che la relazione fosse con una donna li ha solo aiutati a considerare evidente, nel caso di specie, che il tradimento fosse lesivo dell'onore e della reputazione dell'uomo.

Non mi pare di vedere nei giudici alcun intento discriminatorio.

 

La riflessione che io farei è non giuridica, posto che giuridicamente non è successo niente di eclatante.

Da un lato rifletterei sul clamore di questa vicenda. Cause così se ne decidono centinaia ogni giorno in Italia, perché questa fa notizia? Perché per la prima volta ci rendiamo conto che si possa lasciare il coniuge perché si ama una persona del proprio sesso. Ci dovremmo felicitare di questo, perché si parla alla luce del sole di qualcosa che succede da sempre. Si rompe il tabù dell'omertà.

Dall'altro lato prenderei in considerazione il contesto sociale in cui la vicenda è maturata. A quanto pare di capire per prime le figlie hanno preso le distanze dalla donna. E si immagina che il marito fosse inviperito doppiamente per essere stato soppiantato non da un giovanotto, ma da una bella ragazza. Un tradimento che meritava una sonora reprimenda, a costo di svergognare la donna in tribunale.

Dispiace per l'esito della controversia, ma la simpatia per la donna e la solidarietà alla stessa è piena, non tanto per aver tradito un marito che proprio fedele a sua volta non era, ma per il fatto che non ha avuto il timore di rivolgersi alla giustizia arrivando fino ai vertici della magistratura. Un coraggio notevole, che se avessero molte altre persone farebbe guadagnare molte conquiste alla lotta dei diritti delle lesbiche e dei gay.

Fiducia piena alla magistratura, che dimostra ancora una volta di non fare distinzioni tra cittadini in ragione di una condizione personale, rilevante ai sensi dell'art. 3 della Costituzione, qual è l'omosessualità.

 

 

 

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