Più di due anni fa veniva pronunciata questa importantissima sentenza dal massimo organo giudiziario degli Stati Uniti d'America.

In Italia - se si eccettua una menzione del Foro italiano (2004, IV, 42 con nota di Passaglia), e alcune brillanti riflessioni di Morris Montalti (Il matrimonio tra persone dello stesso sesso è un diritto fondamentale? Due recenti pronunce in Massachusetts dopo Lawrence v. Texas, in Pol. dir., 2004, 687-700), è stato dato poco risalto a tale decisione.

La convinzione che sia una sentenza che segna il punto di non ritorno rispetto alla non accettazione sul piano sociale (e quindi giuridico) delle relazioni omosessuali, ci ha indotto a pubblicare sia il testo in inglese delle sentenza, sia la traduzione della opinione di maggioranza redatta dalla Giudice Kennedy, (Stevens, Souter, Ginsburg,  Breyer, O'Connor, concorrenti; Scalia, Rehnquist, Thomas, dissenzienti).

  
La traduzione è mia, ma devo dire grazie a Raffaele Torino e a Lorenzo Ciaroni per i loro suggerimenti. Ovviamente qualsiasi errore è addebitabile esclusivamente a me.  

 

 

Nel caso Lawrence e Garner v. Texas, la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiara l'incostituzionalità di una legge penale del Texas che puniva la sodomia. Gli argomenti utilizzati dal giudice estensore dell'opinione di maggioranza sono ad un tempo testimoni di una consapevolezza dei mutamenti sociali in atto e del ruolo della giurisprudenza nel favorire processi di "liberazione" della persona.

La motivazione della sentenza è lungamente dedicata a porre in rilievo la necessità di abbandonare il precedente in materia che i giudici intendevano overrule, ossia il caso Bowers. E il relatore mette subito in luce che:

 

«Sostenere che nel caso Bowers fosse in discussione semplicemente il diritto di intrattenere una certa condotta sessuale priva di senso l'azione intentata dal ricorrente, così come sarebbe privata di senso la relazione di una coppia sposata se si affermasse che il matrimonio concerne soltanto il diritto ad avere una relazione sessuale. Le leggi interessate dal caso Bowers e dal caso odierno, senza dubbio, sono leggi che hanno la pretesa di eliminare piuttosto che proibire un particolare atto sessuale. Le pene che esse stabiliscono e gli scopi che esse perseguono, tuttavia, hanno conseguenze di non poco momento, poiché incidono sulla più privata delle condotte umane, la vita sessuale e il più privato dei luoghi, la casa. Tali leggi tentano di ingerirsi in una relazione interpersonale, che, abbia o meno diritto ad un riconoscimento legale, rientra nella libertà delle persone di compiere delle scelte senza essere per ciò criminalizzate».

 

Il giudice prosegue sottolineando:

 

«Questo, come regola generale, dovrebbe mettere in guardia contro i tentativi dello Stato o di una corte, di precisare il significato di una relazione ovvero di definirne i contorni in mancanza di un danno alla persona o di un'offesa a un'istituzione che la legge protegge. Secondo noi è sufficiente riconoscere che delle persone adulte possano scegliere di intrattenere una tale relazione nell'ambito delle loro mura domestiche e della loro vita privata e nondimeno conservare la loro dignità di persone libere. Sebbene la sessualità trovi piena espressione in una relazione intima con un'altra persona, tale relazione può tuttavia essere solo uno degli elementi che caratterizzano un vincolo personale ben più stabile. La libertà sancita dalla Costituzione riconosce agli omosessuali il diritto di fare una tale scelta».

 

In un passaggio fondamentale della sentenza, molto bella anche da un punto di vista letterario, si richiama con forza il primato del diritto all'autodeterminazione del singolo in relazione alle scelte inerenti la sfera sessuale a prescindere dal suo orientamento:

 

«La decisione del caso Casey ha confermato ancora una volta che il nostro diritto e la nostra tradizione offrono una tutela a livello costituzionale alle decisioni personali relative al matrimonio, alla procreazione, alla contraccezione, alle relazioni familiari, alla crescita e all'educazione dei bambini (Id., p. 851). Nel chiarire quale rispetto la Costituzione esiga per l'autonomia delle scelte personali, abbiamo affermato quanto segue:

"Tali materie, coinvolgenti le scelte più intime e personali che una persona possa compiere nella sua vita, scelte fondamentali per la dignità e l'autonomia della persona, sono al centro della libertà tutelata dal XIV Emendamento. Il cuore della liberta è il diritto di definire il proprio concetto dell'esistenza, del senso dell'universo e del mistero che è la vita umana. Le convinzioni rispetto a tali materie non potrebbero far risaltare le caratteristiche della personalità di ciascuno se esse fossero maturate sotto la costrizione dello Stato" Ibid.

Le persone in una relazione omosessuale possono domandare un'autonomia nel perseguire i propri obiettivi tanto quanto le persone eterosessuali. La decisione nel caso Bowers intendeva negare loro tale diritto».

 

Ammirevole, poi, la riflessione del giudice sugli effetti indiretti della legge penale e della sua valutazione da parte della giurisprudenza della Suprema Corte federale nella materia in considerazione:

 

«Quando la condotta omosessuale è dichiarata reato dalla legge statale, tale dichiarazione è di per se stessa un invito a discriminare le persone omosessuali nella sfera pubblica e privata. La motivazione centrale del caso Bowers è stata messa in discussione da questo caso e il suo valore deve essere riconsiderato. Continuare a considerarlo un precedente avvilisce la vita degli omosessuali (...) Il caso coinvolge due adulti che, con pieno e reciproco consenso hanno tenuto comportamenti di natura sessuale comuni tra persone omosessuali. I ricorrenti hanno il diritto al rispetto della loro vita privata. Lo Stato non può avvilire la loro esistenza o controllare il loro destino trasformando in crimine la loro condotta sessuale. Il loro diritto alla libertà in base alla Due process Clause li legittima pienamente a tenere una certa condotta senza che lo Stato intervenga. "E' una promessa della Costituzione che ci sia un dominio della libertà individuale in cui lo Stato non può mai entrare." Casey, supra, p. 847»

 

Infine, si sottolinea, con una limpidezza che nella nostra giurisprudenza rare volte si riscontra, il valore che ha la Costituzione e l'importanza di una lettura evolutiva della stessa.

 

«Coloro che hanno scritto e ratificato le Due Process Clauses del V Emendamento e del XIV Emendamento conoscevano le molteplici componenti della libertà e avrebbero potuto essere più precisi. Essi non hanno ritenuto opportuno essere tanto puntuali. Essi sapevano che il tempo ci può impedire di vedere certe verità e le generazioni future possono rendersi conto che leggi una volta ritenute necessarie e appropriate servono in concreto solo ad opprimere. Fintanto che la Costituzione perdura, le persone di ogni generazione possono invocare i suoi principi alla ricerca di una maggiore libertà»

 

Se si pone mente alle opinioni dei dottori italiani con riferimento all'insuperabilità del tenore letterale dell'art. 29 Cost., il confronto è davvero avvilente. Tanto più se si riflette sulla inconsistenza dei richiami alla "tradizione giuridica" del nostro Paese. La tradizione non è stata mai un ostacolo per il giurista, come con intelligenza mostra la sentenza della Corte Suprema statunitense appena analizzata. Dalla dote nuziale all'autorità maritale, dalla distinzione tra figli legittimi e naturali alla emersione del danno esistenziale, nell'ambito della responsabilità civile, sono molteplici gli esempi che si possono addurre per dimostrare come il diritto - e in primo luogo il diritto privato - sia stato di volta in volta rimodellato sullo stampo di una società in continuo cambiamento.

 

 

 

Allegati

sentenza_lawrence.pdf
brief_lawrence.pdf
traduzione lawrence.doc
 

La Corte Suprema israeliana ha accolto la richiesta di 5 coppie israeliane dello stesso sesso che si erano sposate a Toronto in Canada e avevano fatto istanza per essere iscritte come sposate nel Registro anagrafico israeliano.

In attesa del testo definitivo della pronuncia, pubblichiamo di seguito un articolo tratto dal sito http://www.samesexmarriage.ca/ del Prof. Aeyal GROSS dell'Università di Tel-Aviv, che riassume i termini della controversia e il contenuto della decisione.

 

 

The Israeli Supreme Court, on November 21, 2006, accepted the petitions of five same-sex Israeli couples who married in Toronto, Canada and requested to be registered in the Israeli population registry as married. (HCJ 3045/05 Ben-Ari v. The Director of the Population Administration in the Ministry of the Interior).

The majority opinion

The 6-1 decision, one of the last to be written by the Court's President (retired) Aharon Barak, did not address the question of the validity of the marriage, but rather whether the registration clerk, acting under the Population Registry Law, acted lawfully when he refused to register the marriage.

It should be noted that under Article 3 of the Population Registry Law a few items registered in the population registry constitute prima facie evidence to the truth of these items. The personal status clause is not one of them.

The leading precedent ruling the case was HCJ 143/62 Funk-Schlesinger v. Minister of Interior. The case involved a Christian woman and Jewish man who married in Cyprus, and asked to be registered as married in Israel (consider that in Israel marriage is conducted only under one's personal religious law by state recognized religious officials). In that case the Court held that the couple should be registered as married, based on the fact that the population registry does not consist [of] evidence to a status but is, rather, a statistical database.

Thus the Court held that in accordance with the law, the clerk should register such changes in the status section of the population registry based on the person's notification, accompanied by a public record. The validity of the marriage, held the Court, is not within the scope of issues to be considered by the population registry clerk.

In Funk-Schlesinger the Court held that its decision does not address at all the question of the validity of the marriage. The Court added that the clerk can refuse to write the facts that are being asked to be registered, only when they are manifestly wrong. The example brought by the Court and cited by in its current decision, is of a person who looks as an adult but asks to be registered as a five year old child.

The Court discussed in detail the history of Funk-Schlesinger and its expansion beyond marriage to other matters within the Population Registry Law, including its decision in HCJ 1770/99 Berner-Kadish v. Minister of the Interior that mandated the registration of two mothers to a child who was adopted by his mother's same-sex partner in California Later the Court held in C.A. 10280/01 Jaros-Hakak v. Attorney General that second-parent adoption is possible under Israeli law. However, the Berner-Kadish decision itself is still pending a further hearing which the Court agreed to conduct on the matter before an expanded panel.

The Court also mentioned the criticisms of Funk-Schlesinger in both academic writings and dissenting judicial opinions, which pointed to the fact that the approach of "statistical registry only" ignores the reality where the registration has broader implications. But in the current case, the Court was not asked to review Funk-Schelsinger, which, as it stated, was relied upon by all parties.

The State, however, argued that same-sex marriage is a legal formation not recognized in Israel and thus Funk-Schlesinger should not apply to this case. "Marriage" within the population registry, argued the State, means marriage within the basic "legal formation" in Israeli law, which is marriage between a man and a woman.

The Court rejected this argument, and determined that its implications are that the decision made by the population registry, and judicial review of such decisions, will consider the existence or lack thereof of "legal formats". This, held the Court, stands contrary to current doctrine, and the registration sphere should not be the area where legal struggle about personal status is conducted.

The State further argued that ... "homosexual couples" [are] a "social format with certain legal ramifications", and that "the state of Israel recognizes same-sex couples, in many contexts". This recognition, said the State, is given in social-economic aspects and in the matter of residing legally in Israel.

The Court agreed and cited what it called a "partial list" of such rights recognized by courts, including inheritance rights and other social rights. But it noted that the state's argument about a non-recognized "legal format" is actually an attempt to address the question of personal status. The implications, held the Court, would be that the registration clerk would examine the question of status, and this stands in stark contradiction to Funk-Schlesinger.

The Court noted that the State did not make a public policy exception argument before it, and its attorneys even said explicitly in reply to a question during oral argument that it was not making such an argument.

The Court rejected the State's argument that the registration of homosexual couples as married can be denied as it seems "manifestly wrong", saying that the "manifest wrongfulness" that Funk-Schlesinger addressed is a factual one, whereas in this case the state argued a legal wrongfulness, and also adding that the question is nor whether same-sex couples can marry in Israel, neither whether Israeli law will recognize same-sex marriage conducted in a place where they are valid. The latter question, said the Court, is a complex one, and in any case the decision concerning it should not be made as part of the registration and judicial review thereof.

The Court further addressed the State's argument that the question of recognition of same-sex marriage is one on which there is no social agreement in Israel and is a question of values best left to the legislature. The Court agreed but recalled that the question before it is not whether same-marriage can be conducted in Israel. The Court thus held that as part of the statistical registration capacity of the population registry, the registration clerk must register in the population registry that the couples are married, in accordance with the public record presented to him.

The Court held that it does not hold that same sex marriage are recognized in Israel, it does not recognize a new status of such marriage, and does not take a position about the recognition in Israel of same-sex marriage. The answer to these questions, held the Court, is a complex one, and it should be hoped that the Knesset [Israel's Parliament] would address them.

The Court's new President, Ms. Dorit Beinish, added a short concurring opinion, where she noted that the fact that the registration and the declaration it entails is meaningful to the petitioners, [it] does not detract from the legal separation between the question of registry and the question of personal status.

The dissent

A dissenting opinion was written by Judge Elyakim Rubinstein. Judge Rubinstein wrote that we are no longer talking about a mere statistical tool, but of a social-public symbol, which is what the petitioners seek - rather than certain social or "practical" issues.

Same-sex marriage, held Rubinstein, is a new issue and is within the domain of the legislature and not the Court. Moreover, the average person does not distinguish between the registration and the recognition of status. Thus, the Court should have left the matter to the legislature.

When a couple presents an Israeli ID card in which it is registered as married, the average person does not know to distinguish between registration and recognition of status. Thus the registration has practical and social implications in front of the public, the authorities and the legislature.

Rubinstein said that one should distinguish civil marriage which is recognized in most countries, and thus should be registered in Israel, and same sex marriage, which is recognized in only about 3% of the world's countries. The petitioners, said Rubinstein, are worthy of human dignity, and indeed social, economic and human rights of same sex couples were recognized in Israel. But this petition is not about those issues and not about the maintenance of the petitioners' rights as citizens and human beings entitled to dignity and equality. This is a question of recognition of a symbol and not of practical effects. Rights depend on status which is in any case not addressed here, and not on registration, which is not even prima facie evidence of its content.

Rubinstein also noted that the Court should be careful of entering issues of public controversy, especially when human rights are not really violated - and in this case, there is no violation other than a symbolic one. Rubinstein cited ... the Hennefeld decision where the New Jersey Court rejected a petition to recognize same sex marriage held in Canada, even though New Jersey does not have a Defense of Marriage Act. He noted that although the case pertained to recognition (not registration) it is of relevance. He also mentioned the recent Lewis v. Harris decision from New Jersey, which left the question of how to call the format for recognition of same sex partnerships to the legislature - even if they must be accorded equal rights.

The Court's decision, said Rubinstein, is about giving a public state stamp of approval to a new form of family, recognized only in a small minority of the countries on earth.

The implications

In order to understand the implication of the decision, one should consider that at least tens of thousands of opposite-sex Israeli couples [have] married abroad (mostly in Cyprus) and [are] registered as married in Israel, because they did not want, or could not marry under Israel's religious marriage system. In reality, in daily life, these couples are treated as marriage for all practical purposes. It should be expected that the same will be true [for] same-sex couples who marry in Canada, or in other jurisdictions that allow such marriage.

There is a risk that certain government agencies and third parties will invoke the fact that their marriage is only registered, not recognized in Israel. But in such cases such couples may argue that they are discriminated against vis-à-vis opposite-sex couples who married abroad. It should be noted also that today same-sex couples enjoy, as both Barak and Rubinstein noted (and this is a positive element in both the majority and dissenting opinions), many if not most of the social-economic rights enjoyed by married couples, as reported by this author previously.

However, today the burden is usually upon same-sex couples to prove their relationship by means, such as an affidavit. A registration as married in the ID card may take this burden off them - for those who can and wish to take the burden and expenses entailed in marrying abroad.

From this perspective, the decision may widen a gap between same-sex couples who can afford such expenses and those who could not. Notably all five couples who petitioned the Court were male couples, maybe not a surprising fact given that women on average earn less than men.

The statutes governing adoption and surrogacy in Israel state that only a married husband and wife can adopt a child ... or enter a contract with a surrogate mother. The implications of the current decision on the interpretation of these statutes is unclear but most probably it will not have any affect per se on issues of parenthood.

A question remains about how and where Israeli couples married in Canada can divorce. In a separate decision given on the same day as Ben-Ari, the Israeli Supreme Court held that the Rabbinical Court can end the marriage of an opposite-sex Jewish couple who married in Cyprus. That decision implied that the marriage is also recognized, not only registered, in Israel. In Ben-Ari the Court did not address these issues.

The distinction between registration and recognition should be understood as a mechanism that allowed Israel to de-facto recognize civil marriage, while formally not doing so. From this perspective the established existence of this distinction, opened the door to same-sex couples. The question remains as to whether this status-quo will be maintained once this door [h]as opened.

Some lawmakers [have] already announced their intention to initiate legislation that will overturn the Court's decision. The chances for the passing of such legislation are still unclear, and it could also face a possible challenge as unconstitutional under Israel's Basic Laws. Given that the decision was given in an expanded panel of seven judges, a further hearing by the Court is not an option in this case.

 

 

 

 

E' di oggi la notizia che la figlia del vice Presidente degli Stati Uniti, Mary Cheney, sia incinta e che si prepari al lieto evento insieme alla compagna da 15 anni, Heather Poe.
Cosa succederebbe in Italia se la stessa cosa capitasse ad un illustre esponente del governo?
Stando alle reazioni che hanno accompagnato la notizia dell'iniziativa del Consiglio comunale di Padova, si può immaginare che: a) innanzitutto la cosa rimarrebbe segretissima e si avrebbe timore a parlarne; b) che se proprio di dovesse dire, si cercherebbe di coprire la cosa il più possibile, dal momento che in Italia pare non sia concepibile che due persone dello stesso sesso formino una famiglia. 

Cosa è successo a Padova? Proprio niente, nonostante il clamore dei giornali.
A Padova il Consiglio comunale ha raccomandato all'Ufficio anagrafe di applicare una norma del 1954 in forza della quale ha rilevanza anagrafica anche una coppia di conviventi.
Una legge che vige da tempo nel nostro Paese e che ora viene applicata anche alle coppie dello stesso sesso, visto che la nozione di conviventi include anche i conviventi dello stesso sesso.
E' divertente il fatto che questa norma, pensata per le convivenze non matrimoniali eterossessuali, oggi sia tranquillamente ritenuta applicabile alle coppie omosessuali, sulla base di un'interpretazione estensiva della stessa p.a. che di quella norma è destinataria.
Perchè la stessa cosa non si possa fare per le norme in materia di matrimonio appare un vero mistero.

La cosa che colpisce, leggendo l'annuncio della maternità della figlia di Cheney, è la gioia dei genitori che proprio non possono dirsi persone di sinistra (per quanto tale categoria valga nel contesto statunitense).
Ma il punto è proprio questo: se si lascia stare l'ideologia e si guarda agli affetti tutto si ricompone armonicamente.
In Italia ci vorrebbe un po' meno politica e un po' più di amore.

 

 

Allegati

estratto_gaya famiglia.pdf

Il libro è stato pubblicato in Finlandia nel contesto delle iniziative comunitarie in materia di non discriminazione, che sono parte di una strategia più ampia dell'Unione europea per migliorare la condizione dei lavoratori. In Finlandia già a partire dal 2002 si svolgono ricerche sulla condizione delle lesbiche dei gay, dei bisex e dei transessuali sul posto di lavoro, nell'ambito di un progetto denominato Sexual and Gender Minorities at Work

Le norme di rango costituzionali finniche - non diversamente dalla nostra Carta costituzionale - pur enfatizzando il ruolo del principio di uguaglianza, non menzionano espressamente l'orientamento sessuale come una possibile fonte di discriminazione. Va ricordato però come l'espressione "any other reason related to the person", similmente all'espressione "condizioni personali" contenuta nell'art. 3, 2° co., Cost. italiana, consenta all'interprete di estendere all'orientamento sessuale la protezione dell'ordinamento statuale contro le discriminazioni.

In Finlandia, tale interpretazione estensiva è avvalorata dall'entrata in vigore nel 1995 di una riforma del Codice Penale e nel 2001 di una riforma del Employment Contracts Act, contenenti norme che proibiscono ogni discriminazione sul posto di lavoro fondata sull'orientamento sessuale.


Nel febbraio 2004, poi, sono state recepite le direttive 2000/43/CE per la parità di trattamento tra le persone indipendentemente dalla razza e dall'origine etnica e 2000/78/CE per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, attraverso la riforma dell'Equality Act.

Ciò è avvenuto anche in Italia, anche se molte riserve si possono esprimere sulla normativa di recepimento. Più precisamente si tratta del d. lgs. 9.7.2003, n. 215, Attuazione della direttiva 2000/43/CE per la parità di trattamento tra le persone indipendentemente dalla razza e dall'origine etnica, e del d. lgs. 9.7.2003, n. 216, Attuazione della direttiva 2000/78/CE per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro.

L' Equality Act finlandese non si estende alla protezione delle persone transessuali, ma solo perché coerentemente con la sentenza della Corte di giustizia CE (C-13/1994), la discriminazione a discapito delle persone transessuali è considerata una discriminazione di genere ed è fatta rientrare nell'ambito della Direttiva sull'eguaglianza tra uomini e donne.

In definitiva - come gli Autori del volume tengono a specificare nell'introduzione - l'orientamento sessuale e l'identità di genere sono concetti separati, che nell'ambito della ricerca vanno riferiti: il primo alle lesbiche, ai gay, ai bisessuali, e il secondo ai transessuali.


Interessante è il filo conduttore dei diversi contributi contenuti nel volume: l'analisi dei riflessi nella vita lavorativa della "eteronormatività", ossia il punto di vista eterosessuale che si riflette nelle istituzioni e nei rapporti interpersonali, per cui essere etero è naturale, legittimo, desiderabile e, pertanto, la sola condizione possibile nell'ambito del luogo di lavoro.
Il principio fondamentale del diritto comparato in base al quale se un problema esiste in un ordinamento esiste ovunque, sembra ancora più evidente quando si parla di diritti delle persone. Viene allora da chiedersi per quale motivo in Italia delle discriminazione fondate sull'orientamento sessuale e perpetrate sul posto di lavoro non si senta mai parlare.

Per quale motivo pochi hanno criticato la normativa di recepimento italiana della direttiva 2000/78/CE, che rappresenta solo un adempimento formale volto ad evitare sanzioni da parte della Commissione europea, ma che, nella sostanza, si rivela dal punto di vista giuridico, una normativa inutile? Come può il lavoratore discriminato essere veramente protetto quando sullo stesso ricade la prova della discriminazione subita?


La riflessione che il libro sollecita va anche in un'altra direzione. Posto che in Italia non si ha ragione di dubitare che ci siano discriminazioni sul luogo di lavoro fondate sull'orientamento sessuale, perché nessuno delle persone discriminate agisce in giudizio? Qualcuno potrebbe avanzare l'ipotesi che la regola processuale sfavorevole, appena ricordata, sia la ragione dell'inattività dei soggetti discriminati. Ma viene il dubbio che la vera ragione sia un'altra, ossia la poca consapevolezza da parte delle persone discriminate dei propri diritti e la poca preparazione in questa materia dei giuristi (anche dei giulavoristi) italiani. Sarebbe interessante se un libro come quello che qui pubblichiamo, vedesse la luce anche nel nostro Paese, ne guadagneremmo tutti e non solo culturalmente.

Allegati

libro_finlandese.pdf

Niente "Patti civili di Solidarietà" (PACS), nell'ordinamento italiano, ma "Diritti e Doveri delle Persone Stabilmente Conviventi" (DICO).

È solo una questione di nomi? Come quando, nel 1970, si è nascosta l'introduzione del divorzio dietro la perifrasi "scioglimento degli effetti civili del matrimonio"?

Sappiamo da tempo che non è al suo nome che la rosa deve il proprio profumo. È bene allora non fermarsi alle etichette ed esaminare con attenzione il provvedimento in questione.

Vediamo quali sono i contenuti essenziali del disegno di legge licenziato dal Governo.

Di cosa parliamo, anzitutto? Non di un "patto" - cioè di atto bilaterale -, bensì di "dichiarazioni"; di una  somma di atti unilaterali: dichiarazioni di convivenza rese contestualmente o separatamente dagli interessati.

Perché - c'è da chiedersi - questa insistenza sulla forma? Ma per il "Rito", è ovvio. Un patto sottoscritto davanti a un pubblico ufficiale ha una solennità che manca di certo a una "dichiarazione". La direttiva è: stare lontani, molto lontani da tutto ciò che possa far avvertire una vaga somiglianza con un rito matrimoniale, civile o religioso che sia. 

Chi sono i soggetti presi in considerazione? Chi può avvantaggiarsi dei diritti, ed essere gravato dei doveri, che la nuova normativa dovrebbe prevedere?

Pur con qualche imprecisione l'art. 1 stabilisce che i destinatari della legge saranno due persone, anche dello stesso sesso, unite da reciproci vincoli affettivi. Un uomo e una donna; due uomini o due donne ma anche - ci si è premurati di sottolineare - due sorelle; ciò che conta è che gli interessati convivano stabilmente e si prestino assistenza e solidarietà materiale e morale.

Non possono invece rientrare nella legge tutta una serie di persone già legate tra loro da vincoli particolari: di coniugio (tra loro o con altri, immaginiamo: su questo il testo manca di precisione), di parentela o affinità, adozione, affiliazione.

Dubbi tecnici fa sorgere l'esclusione prevista nel caso di vincolo dovuto a tutela, curatela, amministrazione di sostegno. Restando alla lettera del d.d.l., emerge una possibile contraddizione con le norme del codice civile già vigenti. Ad esempio: il convivente che abbia chiesto l'interdizione del partner e sia stato nominato tutore (come prevede l'attuale codice civile) potrebbe restare escluso dai vantaggi e dai doveri che verrebbero previsti dalla nuova legislazione. Convivente per l'art. 424 del codice civile, non però ai fini del DICO. È così? E se è così, si tratta di un effetto penalizzante voluto, oppure di una mera svista?


Inoltre, va rilevato come il vincolo di convivenza di cui si parla preceda, non segua, le dichiarazioni; la formulazione utilizzata sembra cioè mirare a sottolineare come - al contrario di quanto accade nell'atto matrimoniale - il funzionario dell'anagrafe non raccoglierà le dichiarazioni rendendole vincolanti con il sigillo dell'autorità; egli si limiterà invece a prendere atto di una realtà preesistente.


All'art. 4 si stabilisce il diritto del convivente di accedere alle strutture sanitarie per fini di visita e di assistenza nel caso di malattia o ricovero; e si precisa che saranno le strutture stesse a disciplinare le modalità di esercizio di tale diritto. C'è da chiedersi se la formulazione non sia tale da consentire ai responsabili della struttura di modulare in maniera diversificata il diritto del convivente sino, magari, a ridurlo a mera apparenza. Pensiamo a un orario concepito come segue: visite coniugi e parenti, dalle 9 alle 19; visita "stabili conviventi", dalle 20 alle 20.30.

Secondo l'art. 5 il convivente potrà attribuire al partner la rappresentanza nella decisioni in materia di salute e per il caso di morte: cure, trapianti, e così via. È un'innovazione che va a colmare una lacuna normativa che è stata fonte di ingiustizie e crudeltà. Ma perché non rendere la designazione automatica, salvo patto contrario? Per quale altra ragione si dovrebbe continuare a presumere che il coniuge - magari già separato - sia la persona più idonea a effettuare certe scelte, mentre per il convivente vige la presunzione contraria, ed è necessario un apposito atto di nomina?


Anche l'art. 7 in tema di assegnazione degli alloggi di edilizia pubblica si presta a interpretazioni discriminanti: si dice che le Regioni dovranno "tener conto" della convivenza ai fini delle graduatorie: sarà lecito attribuire punteggi minori alla coppie di fatto rispetto a quelle sposate?

Altri dubbi sollevala formulazione (art. 9) circa i diritti del convivente che presti attività lavorativa nell'impresa del partner. In casi del genere, l'art. 230-bis prevede per i familiari un ben più ampio pacchetto di vantaggi. Per il convivente ci si limita invece a prevedere la partecipazione agli utili.


La famosa questione della reversibilità dei trattamenti pensionistici è contemplata nell'art. 10, ma è rinviata al futuro riordino generale della materia.

Quanto ai diritti ereditari (art. 11), serviranno nove anni per permettere al convivente di diventare successore legittimo, in concorso con gli altri familiari.

Alla cessazione della convivenza il soggetto in stato di bisogno potrà aver diritto agli alimenti (art. 12): non già al mantenimento, come è invece previsto in generale nel caso di separazione tra coniugi.

Meritevoli di attenzione sono, infine, alcune regole finali.

In particolare, l'art. 13, al primo comma, contiene una norma di notevole importanza. Essa fa infatti salvi tutti i diritti e gli obblighi previsti da altre disposizioni vigenti. È Il caso, ad esempio, degli articoli del codice relativi a tutela, curatela, amministrazione di sostegno; oppure delle norme in materia di cooperative edilizie che ammettono, in caso di morte dell'assegnatario, il convivente "more uxorio" a subentrare nell'assegnazione dell'alloggio.


Resta il dubbio circa i diritti che non già la legge, ma l'evoluzione giurisprudenziale ha nel corso del tempo riconosciuto a favore del convivente: ad esempio, il diritto al risarcimento dei danni patiti dal coniuge di fatto a causa dell'uccisione del convivente. Su questo il d.d.l. tace, ma un'interpretazione che sia fedele alla ratio del provvedimento non dovrebbe indurre a una riduzione dei diritti già ora assicurati dall'ordinamento.

Un altro punto sul quale il d.d.l. tace è il destino dei diritti dei conviventi che non dovessero provvedere alle dichiarazione formale di convivenza. Sappiamo che già ora essi sono destinatari di alcuni diritti, di fonte legale e giurisprudenziale; sarebbe opportuno che la nuova legge si esprimesse a proposito, con una precisazione che la legge stessa non pregiudica in alcun modo i diritti della coppie di fatto. 

A questo punto, che giudizio può meritare il d.d.l. del Governo?

Si tratta, com'è noto, di un compromesso; di una sintesi che, in quanto tale, non può non suscitare mezze soddisfazioni e mezze delusioni. Siamo realisti: i PACS sono sepolti, prima ancora di nascere. La comunità che ai PACS più teneva incassa il riconoscimento formale di un qualche status pubblicistico delle coppie omosessuali, ma paga un prezzo non indifferente rispetto alle sue speranze e aspettative.

Dal punto di vista più generale - al di là della verifica puntuale del contenuto tecnico della normativa - il d.d.l. governativo sui "DICO" produce un'impressione non del tutto gradevole; quantomeno se il gusto del lettore è calibrato sui valori di laicità dello Stato e di indipendenza delle sfera civile da quella religiosa.

Dalla lettura del testo traspare una tale attenzione - lessicale e di sostanza - nei riguardi delle suscettibilità delle gerarchie cattoliche che lo Stato italiano sembra comportarsi alla stregua di un minorenne emancipato o di un inabilitato: gestisce con infantile orgoglio l'argent de poche, ma resta succube dell'occhiuta sorveglianza del curatore per ogni decisione di qualche peso.

Per tutto il - breve - testo del d.d.l., sembra di sentire in sottofondo una voce rassicurante che ripete: "Non è un matrimonio, non è un matrimonio".

In molti casi, ad esempio, si sarebbe potuto intervenire sulla normativa esistente limitandosi ad aggiungendo i conviventi agli elenchi già previsti: una tecnica peraltro già utilizzata dal legislatore che ha riformato l'interdizione. Ad esempio, perché non inserire il convivente tra i soggetti previsti dall'art. 230-bis in tema di impresa familiare, e attribuirgli così i diritti che spettano a chi lavora nell'impresa familiare? V'è un'unica ragione: quella di discriminare il convivente rispetto al coniuge e più in generale ai "familiari", fossero anche affini di secondo grado; quello di rimarcare la "non coniugalità" del rapporto di convivenza. Si rimarca che un cognato sarà sempre più importante di un convivente

Che dire, poi, della scelta di fondo: quella di evitare a ogni costo la rilevanza di un "patto"?

Insomma: tutto il d.d.l. è ispirato alla logica di riconoscere "un po' meno" diritti alle convivenze rispetto ai matrimonio; il terrore per il fantasma dell'equiparazione ha guidato la penna dei proponenti.

A questo punto, non resta che prendere atto che la via italiana alla tutela delle coppie di fatto, e in particolare delle coppie omosessuali, prende una via diversa da quella che è invece percorsa dagli altri Paesi europei ai quali amiamo, per molti altri versi, paragonarci.

Per definizione, il compromesso raggiunto è sempre il migliore possibile, stanti le condizioni di partenza e i rapporti di forza. Rimane l'amarezza per un periodo storico nel quale lo Stato italiano appare tremebondo di fronte ai non possumus d'oltre Tevere. E poi la tristezza per un quadro politico così dissestato da aver minato fortemente l'autonomia decisionale del parlamento.

Manca l'orgoglio, manca la passione.

 

Il disegno di legge sulle coppie di fatto non scardina la famiglia. Non lo fa sotto il profilo del diritto; non lo fa sul piano sociologico.

La società cambia, si rinnova, esplora nuova strade; e lo fa senza, al di là e anche contro il codice civile. Il diritto - in uno Stato democratico - risponde al cambiamento secondo principi liberali; in particolare: accoglie senza difficoltà le istanze - provenienti da una parte, anche piccola, della società - quando determinano un miglioramento della condizione di alcuni senza peggiorare quella di altri.La legge sulle coppie di fatto, di cui si parla in questi giorni, si limita ad aumentare - e in maniera assai limitata - i diritti di qualcuno senza ridurre le prerogative di alcuno. Si limita a rimediare ad alcune lacune che sono causa di disagio e talvolta di drammi. Il diritto di visitare il compagno malato e di rappresentarlo per alcune decisioni sanitarie; quello di subentrare in un contratto di locazione e di concorrere a una casa popolare; la possibilità di ereditare e di ottenere qualche beneficio pensionistico o alimentare. A chi fa del male? E poi, basta questo per terremotare l'istituto familiare? Ovviamente no. Se ne accorgerebbe anche un infante neoalfabetizzato. E ovviamente lo sa il cardinale Ruini; e lo sa ogni parroco di campagna; come lo sanno i nostri rappresentanti al Parlamento. 

 

Eppure, a sentire la crescente drammaticità degli appelli che provengono dalle gerarchie ecclesiastiche, siamo alla Crociata.

Ma se la Chiesa mostra una veemenza degna di miglior causa - e di cause migliori, e più evangeliche, ce ne sarebbero - è perché la posta in gioco è ben diversa da una manciata di diritti offerti alle coppie irregolari (fossero pure omossessuali).

Qui è in gioco il potere, gli equilibri dello Stato, il ruolo di una gerarchia che mostra di non aver digerito la caduta del concetto di religione "di Stato". Il finanziamento delle scuole confessionali, l'8 per mille e gli altri privilegi non bastano.

Il pastore è ormai incapace di controllare il proprio gregge. Tra quanti si dichiarano cattolici, la gran parte gestisce gli affetti e la sessualità in totale autonomia; sullo sfondo, inascoltata, la dottrina e le regole della Chiesa. I cattolici si amano; si lasciano; convivono; si tradiscono; conoscono il sesso prima, fuori, dopo e durante il matrimonio. Certo, molti si sposano con il rito religioso; ma per quanti è solo una questione coreografica? Quanti si faranno rivedere in parrocchia forse solo al momento del battesimo dei loro figli? I cattolici divorziano. Fra loro, qualcuno riacquista - a caro prezzo - lo stato libero, puntando all'annullamento rotale (magari adducendo motivazioni risibili). Molte donne cattoliche abortiscono: per necessità, malattia, povertà, solitudine, e magari per scelta; come tutte le donne.

La Chiesa non controlla più il suo gregge e vuole che a farlo sia lo Stato; vuole che le regole di una parte siano legge per tutti. Un obiettivo ambizioso, che oggi appare a portata di mano a causa di un quadro politico caotico e della debolezza di un governo costretto a mediare su ogni virgola.

È questa la ragione dell'alleanza - questa sì contro natura - che si va delineando.

Un'alleanza con una sedicente Casa delle Libertà che a sua volta, pur di far cadere il governo avversario, è disposta a contraddire la propria ditta.

Dove sono i finiti i molti che, in altre occasioni, si dichiarano orgogliosi delle proprie radici liberali, socialiste e, persino, radicali?

Ma dove sono - e perché non si fanno sentire - i sinceri credenti? Quelli che testimoniano con la propria condotta i valori cristiani di cui sono portatori e rifuggono dell'idea di poterli imporre agli altri? Come fanno costoro a non reagire a questa fiera dell'ipocrisia?

Allineati e coperti, dietro gli stendardi della CEI, si affollano divorziati, conviventi more uxorio - o meglio: concubini -; devoti a Saint Tropez e a St. Moritz; pellegrini in marcia verso il Billionaire, non verso Assisi.

Facce di bronzo, sepolcri imbiancati, mercanti nel tempio.

 

Non c'è Francesco, né Madre Teresa in questi giorni, nelle pagine dei giornali; c'è, invece, molto Machiavelli.

Per i « liberali » della C.d.L., Palazzo Chigi val bene una messa: pur di cacciare Prodi dal governo voterebbero contro i PACS, contro i DICO, contro l'aborto, il divorzio e anche per il rispristino del vecchio diritto di famiglia. Per la Chiesa, il recupero della centralità perduta e del controllo sociale sembra ormai giustificare ogni alleanza, fosse pure con il diavolo.

Sono tempi difficili, per chi crede davvero nella libertà; e altrettanto difficili per chi crede, davvero, nel messaggio evangelico.

Tempi difficili. Perché c'è da dubitare che questo Parlamento - privo di statisti, ma infarcito di spregiudicatissimi pregiudicati e di politici disposti a vendersi la primogenitura per una rielezione - riesca a recuperare autonomia e orgoglio, e a varare una legge di semplice decenza civile.

E allora, perché non scompaginare le carte? Perché non tentare una mossa di judo politico, lasciando che la scompostezza e la virulenza degli attacchi di chi sta cercando lo scontro frontale si disperda nella mobilità del bersaglio?

Si ritiri il d.d.l. governativo. Si intraprenda la strada della proposta di legge di iniziativa popolare. Si raccolgano non cinquantamila firme, ma uno, due, cinque milioni.

Ci si conti finalmente, nel dibattito democratico e nelle piazze; si discuta faccia a faccia là dove è impossibile - senza essere coperti dal ridicolo - violentare le leggi della logica e della decenza; come invece troppo spesso capita di constatare quando si ascolta la quotidiana litania delle dichiarazioni dei politici ai microfoni dei telegiornali.

Con le riforme in Spagna e Regno Unito del 2005 e 2006, il matrimonio tra persone dello stesso sesso o un istituto giuridico analogo sono stati introdotti praticamente in quasi tutta Europa.

 

Alcuni paesi hanno rimosso tout court il divieto di sposare una persona dello stesso sesso (così Spagna, Olanda, Belgio), altri hanno previsto un nuovo istituto riservato alle unioni omosessuali che, pur con diversa denominazione (in Germania Lebenspartnerschaft, nel Regno Unito registered partnership, in Svizzera unione domestica registrata), costituisce una sorta di matrimonio. In taluni casi è stata prevista una specifica disciplina analoga al matrimonio sino a riconoscere, come nella legge tedesca, la possibilità di scegliere un cognome comune; altrove si è utilizzata invece la tecnica del mero rinvio a tutta la normativa sul matrimonio (Danimarca, Svezia, Norvegia, Finlandia, Islanda), fatte salve talvolta le disposizioni inerenti la potestà sui figli e l'adozione.

Tra i paesi che non hanno ancora introdotto il matrimonio o istituti prettamente paramatrimoniali, molti hanno comunque previsto forme di registrazione pubblica delle famiglie di fatto, comprendendo in tale nozione anche le unioni omosessuali, come ad es. la Francia (con i cd. Pacs), il Lussemburgo, la Repubblica Ceca.

(continua)

 

 

 

Allegati

gattuso.doc
 

Periodicamente ritorna, come un fenomeno carsico, un gran dibattito sulla legge anagrafica e sempre più spesso capita di sentire amenità e sciocchezze di ogni sorta. Tra queste merita una menzione speciale quella di alcuni cattedratici che hanno voluto farci sapere, in modo apocalittico, che la legge anagrafica apre in Italia le porte alla poligamia. Spero che queste pagine serviranno a fugare ogni dubbio anche su questo millantato rischio e che si conoscano meglio i Registri delle unioni civili e le attestazioni di famiglia affettiva.

 

 

In Italia l'anagrafe è regolata dalla legge n. 1228/54 (in seguito per brevità indicata come la « Legge »), nonché dal suo regolamento di attuazione approvato con il Decreto del Presidente della Repubblica n. 223/89 e successive modificazioni (in seguito per brevità il « Regolamento »).

L'anagrafe è l'ufficio deputato alla tenuta dei registri della popolazione comunale alla cui guida è posto il sindaco, sotto la vigilanza del Ministero dell'Interno e dell'ISTAT, che ha tra i suoi compiti principali quello di mantenere costantemente aggiornato il numero degli abitanti che vivono stabilmente nel territorio comunale attraverso la loro registrazione.

La registrazione della popolazione è funzionale a molteplici attività amministrative come, a mero titolo di esempio, quella della revisione semestrale delle liste elettorali comunali e l'operazione di confronto in occasione dei censimenti decennali.

La Legge organizza l'anagrafe in schedari che raccolgono in ordine alfabetico le schede individuali di tutti gli abitanti stabilmente residenti nel territorio comunale, nonché in ordine numerico progressivo le schede di famiglia e di convivenza. Ciascuna di queste ultime registra una di quelle che la dottrina giuridica chiama « situazioni di fatto» ovvero raggruppa gli abitanti del comune in base al criterio principale del luogo di abitazione.

 

È così definito con chiarezza dal Regolamento il concetto di « famiglia anagrafica » quale formazione costituita da persone che coabitino e sono legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela ed anche solo da « vincoli affettivi », nonché quello di « convivenza anagrafica » quale insieme di persone normalmente e abitualmente coabitanti nello stesso comune per motivi religiosi, di cura, di assistenza, militari, di pena, e simili.

Le persone addette alla famiglia anagrafica o alla convivenza anagrafica per ragioni di impiego o di lavoro, se vi convivono abitualmente, sono considerate rispettivamente membri della famiglia, se sussistono vincoli affettivi, o altrimenti membri della convivenza, purché non costituiscano famiglie a sé stanti. Infatti le persone sole o quelle che pur coabitando con altri non sono legate a questi da nessun vincolo o per nessun motivo, costituiscono famiglia anagrafica a sé stante (art. 4, comma 2 reg.). Le persone ospitate anche abitualmente in alberghi, locande, pensioni e simili non costituiscono convivenza anagrafica.

Le definizioni di « famiglia anagrafica » e « convivenza anagrafica », che si trovano rispettivamente negli articoli 4 e 5 del Regolamento distinguono dunque due fattispecie accomunate dal fatto di riferirsi normalmente a più persone coabitanti, almeno due, con , come detto, della persona sola che può costituire famiglia anagrafica a sé stante.

Le due fattispecie - famiglia e convivenza- si distinguono, invece, per almeno un elemento, ovvero l'esistenza o la mancanza di parentela o di un vincolo affettivo tra le persone che coabitano. La prova dei vincoli affettivi viene riconosciuta alla dichiarazione che gli interessati rendono al momento della dell'iscrizione o modifica anagrafica della famiglia o della convivenza. Pertanto si ha « convivenza anagrafica » quando il motivo che lega le persone coabitanti è sociale, religioso di cura ed altro: si fa l'esempio delle persone in carcere o dei monaci  e delle suore nei conventi; degli studenti o dei lavoratori fuori sede o degli anziani, qualora questi vivendo insieme dichiarano di prestarsi reciprocamente assistenza e cura. L'esistenza del vincolo affettivo, invece, è da solo sufficiente a creare la « famiglia anagrafica ».

Essendo l'anagrafe momento di registrazione di situazioni di fatto, essa non è funzionale alla costituzione di una famiglia legittima, che è tale indipendentemente dalla situazione di fatto e in virtù della semplice esistenza del vincolo giuridico del matrimonio. Perciò le famiglie legittime coabitanti costituiscono allo stesso tempo famiglie anagrafiche, mentre non tutte le famiglie anagrafiche sono famiglie legittime. Per quanto detto due coniugi non coabitanti e, in particolare, dimoranti in comuni diversi costituiscono due famiglie anagrafiche distinte, anche se non è difficile riscontrare errori da parte degli uffici anagrafici rispetto a questa specifica situazione.

In generale, quindi, l'iscrizione anagrafica di una famiglia o una convivenza non crea nuovi status giuridici.

La ratio della Legge è così facilmente rinvenibile nella funzione caratteristica dell'anagrafe che è quella, più volte ripetuta, di rispecchiare lo stato di fatto ovvero la situazione reale, registrando le persone stabilmente residenti in un determinato territorio comunale e fornendo per finalità amministrative (certificazioni) e di studio, notizie su quei raggruppamenti di persone coabitanti ed aventi i precisati vincoli, anche solo affettivi, che costituiscono appunto le « famiglie anagrafiche », o coabitanti per altri motivi che, invece, costituiscono le « convivenze anagrafiche ».

La Legge prevede per tutti l'obbligo di iscriversi nei registri anagrafici entro 20 giorni dalla fissazione della dimora in un comune o dalla costituzione di una famiglia o convivenza anagrafica, nonché di comunicare tutte le modifiche successive, pena l'applicazione di una sanzione amministrativa (combinato disposto degli artt. 13, comma 2 del regolamento e art. 11 della Legge).

Tutti gli atti anagrafici sono atti pubblici (art. 1, comma 3 della Legge).


(continua)

Allegati

famiglia anagrafica_rotelli_20070124.doc
 

Posta in questi termini, la questione concernente l'opportunità di introdurre nel nostro ordinamento un istituto per la tutela dei conviventi di fatto, scolora in una mera diatriba terminologica. E per certi versi, considerare le due posizioni in campo come mere impuntature nominalistiche sarebbe tranquillizzante. Infatti, pur cambiando denominazione, la carica innovativa del progetto di legge sul Patto civile di solidarietà rimarrebbe inalterata.
E' evidente, invece, che non si tratta di una questione nominalistica e che scegliere tra le due opzioni non sia affatto indifferente sul piano pratico.

 

Il disegno politico che si cela dietro la proposta dei Contratti di convivenza solidale è chiaro: riconoscere una qualche forma di tutela delle convivenze - dimostrandosi così sensibili verso una pressante domanda sociale - e nello stesso tempo prendere nettamente le distanze nei confronti di un sia pur minimo riconoscimento delle unioni omosessuali.
Tale presa di posizione non appare né sorprendente né originale.
Con l'attenzione vigile che da oltretevere si riserva costantemente a quanto accade nel mondo, il Prefetto della dottrina della fede, l'allora Signor Joseph Cardinal Ratzinger, il 3 giugno 2003 esprimeva le sue "razionali" Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, arrivando a conclusioni coerenti con la propria visione antropologica, fondata sull'esclusivo riconoscimento della famiglia eterosessuale fondata sul matrimonio.
Il documento rinvenibile sul sito della Santa Sede, dice in buona sostanza: a) che non bisogna discriminare le persone omosessuali; b) che il matrimonio è solo quello eterosessuale perché l'unione matrimoniale è per sua natura finalizzata alla procreazione; c) che non si può far luogo ad alcun riconoscimento delle unioni omosessuali per diverse motivazioni di ordine razionale, che l'attuale Pontefice non manca di illustrare dettagliatamente, confondendo spesso la teologia con il diritto, e la morale con la psicologia.
Le recenti esternazioni dei vertici della Chiesa italiana in materia - va sottolineato - sono assolutamente in sintonia con le posizioni espresse da Benedetto XVI nel 2003. Ma è bene altresì notare come le parole del Cardinal Vicario e la lettera pastorale di Ratzinger non siano semplice esercizio della libertà di parola. Non serve essere "laicisti" (sic!) per riscontrare la sussistenza di un dato di fatto: l'uso sempre più incisivo da parte della Chiesa di quella che un tempo si definiva potestas indirecta in temporalibus, il mezzo che la Santa Sede usa per "guidare" la società, anche dopo la dismissione del Triregno. 

Che quanto si va sostenendo non sia frutto di malevolenza "laicista", è dimostrato dalle parole dell'ex Prefetto della dottrina della fede, contenute nel documento prima ricordato.
Ecco il passaggio della lettera interessante ai nostri fini: "Se tutti i fedeli sono tenuti ad opporsi al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, i politici cattolici lo sono in particolare, nella linea della responsabilità che è loro propria. In presenza di progetti di legge favorevoli alle unioni omosessuali, sono da tener presenti le seguenti indicazioni etiche. Nel caso in cui si proponga per la prima volta all'Assemblea legislativa un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge. Concedere il suffragio del proprio voto ad un testo legislativo così nocivo per il bene comune della società è un atto gravemente immorale".
E l'ammonizione a quanto pare non è rimasta inascoltata. Non si tratta di fare dietrologia. Tali notazioni sono importanti per comprendere il contesto in cui nasce una proposta che, se sostenuta, rischia di affossare definitivamente il progetto di legge sul PaCS ovvero di far scemare il suo significato sociale e culturale

Eppure, al di là di qualsiasi valutazione politica, è nel merito che la (contro)proposta dei Contratti di convivenza solidale non convince. Si suggerisce di introdurre nel codice civile un contratto che regoli la convivenza tra due o più persone, senza prevedere alcuna forma di registrazione.
I (contro)proponenti amano ribadire che si tratta di contratti di diritto privato, come se questo fosse un elemento distintivo rispetto al PaCS. L'uso ossessivo dell'attributo "privato" assolve - probabilmente - una funzione retorica. Serve a rassicurare, a distinguere nettamente il nuovo istituto dal matrimonio. Anzi, proprio per non essere fraintesi, tengono a precisare che tale contratto non deve assolutamente essere iscritto in nessun registro anagrafico (formalità troppo simile a quella riservata all'atto matrimoniale e quindi da evitare), perché si tratta (appunto) di un "contratto di diritto privato".
Ma che cosa desta maggiore perplessità nei Contratti di convivenza solidale? Semplice: l'assoluta inutilità di uno strumento giuridico siffatto nella vigenza dell'attuale Codice civile.
Forse non tutti sanno che i privati possono regolare i loro rapporti, stipulando contratti diversi da quelli espressamente nominati nel codice civile e nelle leggi complementari. E ciò è possibile, purché tali accordi abbiano un contenuto patrimoniale e purché siano funzionali alla soddisfazione di interessi meritevoli di tutela (art. 1322 c.c.). Si tratta dei c.d. contratti atipici. Esempi tra i più noti sono il leasing, il factoring, la sponsorizzazione, il contratto di parcheggio e così via. Tutte figure contrattuali queste, che nel codice civile non sono regolate. Del resto, fior di avvocati in tutta Italia da anni redigono contratti per regolare gli aspetti patrimoniali delle convivenze (etero o omosessuali che siano), a suon di laute parcelle. Il che induce a riflettere sulla reale (e disinteressata) convinzione con cui alcuni di loro si sono espressi contro i progetti di legge in materia. 

Un "contratto di convivenza solidale" si può stipulare già oggi, senza approvare una legge ad hoc, purché abbia un contenuto patrimoniale e purché i contraenti siano avvertiti del fatto che quel contratto non avrà alcun effetto nei confronti dei terzi (ossia gli altri privati, oppure lo Stato), in virtù dell'art. 1372 c.c. che limita alle parti contraenti gli effetti di un determinato accordo.
Le parti del contratto in questione non potranno, per esempio, beneficiare automaticamente di diritti come la successione nel contratto di locazione o la pensione di reversibilità, ovvero essere equiparati fiscalmente alle coppie unite in matrimonio. 

La novità del PaCS - nella sua formulazione attuale - sta invece proprio nel fatto che: a) eccezionalmente un contratto potrà spiegare effetti nei confronti dei terzi; b) potrà avere un contenuto non solo patrimoniale, ma anche non patrimoniale (si potranno prevedere, infatti, obblighi di aiuto e sostegno reciproco tra le parti, oltre a dare indicazioni sulle decisioni di fine vita, rispetto alle quali l'altro contraente sarà legittimato a pronunciarsi in caso di perdita della capacità di intendere e volere, e così di seguito).
Ma se un certo contratto deve avere effetto nei confronti dei terzi, è bene che questo contratto possa essere conosciuto dai terzi. Da qui la necessità di una sua registrazione. Se infastidisce l'annotazione del patto in un qualsiasi registro anagrafico, si potrà immaginare un registro ad hoc, anche se ciò sembra confliggere con il principio della semplificazione dell'attività amministrativa inaugurato dalle leggi Bassanini.
Il PaCS vuole essere uno strumento di tutela per quei cittadini che non vogliono o non possono contrarre matrimonio, per quei cittadini che condividono un progetto di vita, che costituiscono una famiglia senza fondarla sul matrimonio, che realizzano se stessi in una formazione sociale luogo di reciproco sostegno, connotata da un rapporto affettivo e sessuale. 

Le "altre forme di convivenza", che pure alcuni statuti regionali riconoscono con espressione vaga e per certi versi ambigua, non sono oggetto di questo progetto di legge.
La ragione è presto detta: nel rapporto di coppia vi sono esigenze di carattere personale e patrimoniale diverse da quelle delle comunità di tipo familiare. Non si può mettere sullo stesso piano la convivenza di un gruppo di studenti e quella di un ragazzo e di una ragazza che intendono sperimentare per un certo periodo la quotidianità della vita di coppia prima di convolare a giuste nozze. Nel caso di un gruppo di studenti, ad esempio, non avrebbe senso prevedere una norma che sancisca il diritto di astensione dal deporre in tribunale contro il proprio convivente, o che conceda ai conviventi le medesime opportunità di una coppia coniugata per quanto riguarda l'accesso al mondo del lavoro.
E' evidente che la diversità degli interessi da tutelare in ciascun caso, esige che si tengano distinte le differenti situazioni. Ben venga, allora, una legislazione sulle "altre forme di convivenza", ma con un progetto di legge separato, come è avvenuto in Catalogna con le "unioni di mutuo aiuto". Un progetto di legge che evidenzi - come si è cercato di fare con il PaCS - le peculiarità di una certa situazione di fatto e proponga delle serie e concretamente realizzabili risposte alle domande di giustizia che emergono dal tessuto sociale.

 

(il saggio è apparso originariamente nella rivista Critica liberale, 2005, vol. XII, n. 115, pp. 111-112)

Il Tribunale costituzionale spagnolo con la sentenza n. 41 del 13 febbraio 2006 ha riconosciuto per la prima volta l’illegittimità del licenziamento a causa dell’orientamento sessuale. La stampa spagnola ha dato ampio risalto alla vicenda.
Il caso risale al 30 luglio 2002, quando la compagnia di volo italiana Alitalia notificò il licenziamento ad un proprio impiegato analista di marketing, assunto con contratto a tempo indeterminato. L’azienda aveva motivato il licenziamento spiegando che il dipendente contestava sovente gli organi direttivi della Compagnia e commetteva errori di calcolo nello svolgimento delle proprie mansioni, dimostrando in tal modo una mancanza di diligenza che avrebbe giustificato il licenziamento.
Il lavoratore aveva presentato ricorso contro il licenziamento davanti al Tribunale di Barcellona, che ne aveva riconosciuto l’illegittimità, riscontrando l’esistenza di violenze psicologiche subite dal lavoratore tra l’ottobre 2001 e il luglio 2002 a causa del proprio orientamento sessuale. Nel procedimento la compagnia aerea non è riuscita a dare la prova contraria, limitandosi a contestazioni generiche e mancando di provare il compimento di comportamenti rilevanti sul piano disciplinare.
Dopo il giudizio di primo grado, l’Alitalia aveva presentato ricorso al Tribunale Superiore di Giustizia della Catalogna, il quale, ribaltata la decisione assunta in prime cure, affermava che il licenziamento non può essere considerato immotivato, per la presenza di alcune violazioni contrattuali da parte del lavoratore, che comportavano conseguenze disciplinari.
Il Tribunale costituzionale, invece, riconfermando la sentenza di primo grado, afferma che nonostante l’orientamento sessuale non sia espressamente menzionato nell’art. 14 della Costituzione come una delle ipotesi concrete per le quali esiste il divieto di trattamenti discriminatori, è senza dubbio da tenersi incluso in quella parte dell’articolo che fa riferimento a “qualsiasi altra condizione o circostanza personale o sociale”. Inoltre, ritiene che l’omosessualità abbia in comune con le altre ipotesi di divieto di discriminazione di cui all’art. 14 Cost. “il fatto di essere una differenza storicamente molto vituperata e che ha posto gli omosessuali, sia a causa dell’azione delle istituzioni, sia a causa della pratica sociale, in posizioni svantaggiate e contrarie alla dignità delle persone, che l’art. 10.1 della Costituzione protegge, a causa dei profondi pregiudizi radicati normativamente e socialmente contro questa minoranza”.
Il Tribunale ricorda che quando si prova indiziariamente che un contratto risolto può nascondere la lesione di diritti fondamentali, come la discriminazione a causa del proprio orientamento sessuale “incombe al datore di lavoro provare che la propria decisione risponde a motivi ragionevoli e del tutto estranei alla violazione del diritto del quale si tratta”.
Il Tribunale Costituzionale ritiene che si sarebbe potuta affermare la legittimità del licenziamento solo se l’impresa avesse comprovato le violazione contrattuali contestate nella lettera di licenziamento e avesse dimostrato la totale mancanza di connessione tra il licenziamento e l’omosessualità del lavoratore. Non avendo dato tale prova, il Tribunale costituzionale ha ritenuto che questa connessione esiste molto chiaramente perché i fatti provati riflettono comportamenti pieni di disprezzo del superiore del lavoratore rispetto al suo orientamento sessuale, “così come l’esistenza di una organizzazione e distribuzione del lavoro che lo pregiudicava, sovracaricandolo di compiti da svolgere, indica, come minimo, la possibilità che la lesione ci sia stata”.

 

 

 

Allegati

trib_cost_spagnolo_rotelli_sentenza.doc