Pubblichiamo il testo di un decreto del Tribunale dei Minori di Milano che affronta per la prima volta il caso di due madri alle prese con una controversia sul diritto di visita ai minori (figli biologici di una delle due), dopo la loro sepazione.

Per un commento puntuale alla decisione si rinvia a F. Bilotta, Una decisione contraddistinta da un profondo rispetto per l'interesse del minore, nota a Trib. Min. Milano, 2 novembre 2007, in Famiglia e minori, Il Sole24ore, Milano, 2008, n. 3, 88-89.

 

 

 

 

 

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TDM MILANO.doc

È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 72 del 27 marzo il decreto legislativo di attuazione della Direttiva 2004/38 della Comunità Europea, relativa al diritto dei cittadini dell'Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri. 
È stata elaborata durante gli anni del governo Berlusconi e vi ha contribuito l'allora ministero alle politiche comunitarie Rocco Buttiglione. La libera circolazione dei cittadini europei da un paese all'altro è uno dei cardini sui quali si basano gli accordi comunitari. Gli spostamenti possono avvenire per vari motivi: per poter intraprendere un nuovo lavoro, per studiare oppure per vivere in un altro paese europeo una volta che si è andati in pensione. Naturalmente il cittadino europeo che si sposta ha il diritto di portare con sè i propri familiari, e questo è un aspetto sul quale si è molto dibattuto viste le disparità sul concetto di famiglia che ci sono da un paese all'altro. 

Nella maggioranza dei paesi europei, come noto, le coppie omosessuali sono considerate famiglia, con varie modalità che variano da paese a paese. L'Italia, ancor oggi, non permette a due persone omosessuali di poter ufficializzare in alcun modo la propria relazione e questo mette i gay e le lesbiche su un piano di oggettiva inferiorità rispetto agli altri cittadini. 
Ad esempio, se un italiano eterosessuale che lavora per una multinazionale è trasferito alla sede di New York anche al coniuge verrà concesso il permesso di soggiorno e dunque si potrà trasferire senza problemi, ma per il cittadino italiano omosessuale e il/la compagno/a questo è impossibile, in quanto non si può produrre alcuna certificazione che attesti la relazione e dunque l'immigrazione statunitense non rilascerà il visto per il partner. Rimanendo in ambito europeo è importante sottolineare che l'implementazione delle Direttive è un atto dovuto. Infatti anche l'Irlanda e l'Austria (tra i pochi rimasti che ancora  non hanno una normativa sulle coppie di fatto) hanno già recepito la Direttiva 38 e dunque rilasciano permesso e carta di soggiorno per il partner, anche se dello stesso sesso, in conformità con "il divieto di discriminazione contemplato nella Carta gli Stati membri e senza operare tra i beneficiari della stessa alcuna discriminazione fondata su motivazioni quali sesso (...) o tendenze sessuali." 

Il ‘coniuge'
Il testo italiano di recepimento della Direttiva all'art. 2 specifica che per "familiare" si intende "il coniuge" oppure "il partner che abbia contratto con il cittadino dell'Unione un'unione registrata sulla base della legislazione di uno Stato membro, qualora la legislazione dello Stato membro ospitante equipari l'unione registrata al matrimonio e nel rispetto delle condizioni previste dalla pertinente legislazione dello Stato membro ospitante." Già questo punto pone un quesito interessante riguardante il ‘coniuge': se un tedesco che ha lavorato e contratto matrimonio in Canada con un canadese vuole venire a vivere in Italia, il nostro paese concede il permesso di soggiorno anche al suo sposo canadese? C'è da ricordare che la Corte di Giustizia europea ha già affermato il fatto che la libera circolazione è uno dei diritti fondamentali dei cittadini dell'UE, per cui l'Italia non può impedire al suddetto tedesco di poter venire a vivere qui, e certamente non lo può costringere a separarsi dalla persona con la quale è sposata. Ma andiamo avanti. 

La "relazione stabile debitamente attestata"
Il seguente art. 3 poi specifica che ci sono anche altri "aventi diritto", oltre a quelli elencati dall'art. 2. Il decreto "si applica a qualsiasi cittadino dell'Unione che si rechi o soggiorni in uno Stato membro diverso da quello di cui ha la cittadinanza" e che, "senza pregiudizio del diritto personale di libera circolazione", lo Stato membro ospitante deve agevolare l'ingresso e il soggiorno anche a chi "é a carico o convive, nel paese di provenienza, con il cittadino dell'Unione". Anche al "partner con cui il cittadino dell'Unione abbia una relazione stabile debitamente attestata dallo Stato del cittadino dell'Unione." L'effetto più macroscopico di questa nuova legge sarà che dall'11 di aprile in poi un cittadino europeo che ha una relazione stabile e attestata anche con un cittadino extracomunitario avrà la possibilità di trasferirsi in Italia col proprio partner, mentre gli stessi italiani che sono nella stessa identica situazione (partner non europeo) si vedranno negata tale possibilità. Su questo punto però il recepimento italiano creerà problemi: se ad esempio un francese ha vissuto e lavorato per anni in Gran Bretagna e ha un'unione civile "attestata" dalle autorità inglesi (dunque da uno Stato diverso dal suo) ciò si traduce in una limitazione alla libertà di movimento col partner. Da notare infatti che il testo originale della direttiva (quello pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale delle Comunità europee n. L 158 del 30 aprile 2004) parlava semplicemente di "relazione debitamente attestata" e che l'aggiunta che tale attestazione deve e essere fatta "dallo Stato del cittadino dell'Unione" esiste solo nel testo italiano.
 
I "motivi di ordine pubblico"
Nei casi sopra descritti il diritto di ingresso e di soggiorno non è automatico ma ogni Stato membro ospitante deve effettuare un "esame approfondito della situazione personale e giustifica l'eventuale rifiuto del loro ingresso o soggiorno." Elencando le possibili "limitazioni al diritto di ingresso e di soggiorno" l'art. 20 del decreto italiano prevede che "Il diritto di ingresso e di soggiorno dei cittadini dell'Unione e dei loro familiari, qualsiasi sia la loro cittadinanza, può essere limitato solo per motivi di ordine pubblico o di pubblica sicurezza." Questi provvedimenti vanno "adottati nel rispetto del principio di proporzionalità ed in relazione a comportamenti della persona, che rappresentino una minaccia concreta e attuale tale da pregiudicare l'ordine pubblico e la sicurezza pubblica. L'esistenza di condanne penali non giustifica automaticamente l'adozione di tali provvedimenti." 

Da notare ora un'altra cosa: il testo originale della Direttiva pubblicato sulla gazzetta europea (art. 27, comma 2) continuava specificando che "Il comportamento personale deve rappresentare una minaccia reale, attuale e sufficientemente grave da pregiudicare un interesse fondamentale della società. Giustificazioni estranee al caso individuale o attinenti a ragioni di prevenzione generale non sono prese in considerazione." Questo paragrafo è ‘scomparso' dalla versione italiana. Perché?
Gli italiani con meno diritti degli stranieri
Quello che succede con questo recepimento è che, dall'11 aprile in poi, giorno di entrata in vigore della legge, sarà quindi possibile a un partner extracomunitario ricongiungersi a un cittadino Ue. Ma continuerà ad essere impedito a un italiano di farsi raggiungere nel suo stesso paese dal suo partner. Un gran bel caso di palese discriminazione questa volta messa in atto da uno Stato verso i suoi stessi cittadini, quando omosessuali: impossibilitati a sposarsi, come in Spagna o Olanda, e impossibilitati a poter contrarre un'Unione civile, come in Gran Bretagna. Impossibilitati perfino a vedersi riconosciuta come semplice ‘coppia di fatto' convivente, come sarebbe nelle intenzioni dei DiCo, provvedimento di basso profilo che ha tentato di mettere fine a qualche discriminazione ma contro il quale si è scatenata tutta l'intransigente intolleranza dei vertici della chiesa e di gran parte della vecchia classe politica che ci governa. E grazie alla quale siamo ormai rimasti l'unico tra i sei paesi fondatori della Comunità Europea che dalla stessa attinge in abbondanza fondi e finanziamenti, ma continua a negare a parte dei propri cittadini quei diritti civili che già tutti gli altri paesi riconoscono. Non è, crediamo, niente di cui andare orgogliosi.

 

 

 

 

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dlgs 30_2007_taddeucci direttiva.doc
 

Per semplicità si possono registrare tre tipi di reazioni: la presa di distanza (dell'on. Fini che oltre alle scuse rivolte alla diretta interessata pare abbia gratificato di un giudizio non proprio lusinghiero il suo compagno di partito); il chiarimento (del Ministro Bindi che ci ha tenuto a ribadire che a lei gli uomini piacciono, aggiungendo una battuta mordace all'indirizzo del Senatore); il monito (dell'on. Grillini che - chissà se confortato dalla scienza personale o dalla legge dei grandi numeri - ha confermato agli italiani che anche in AN ci sono degli omosessuali).
In modo diverso queste tre reazioni restituiscono al lettore la stessa impressione: rendono esplicito il vero senso delle parole del Senatore. Sono un insulto, o per lo meno sono state percepite come tale. Dare ad una donna della lesbica, o ad un uomo del gay, in Italia nel 2006, significa marchiarlo, ascriverlo ad una minoranza che va tenuta il più possibile ai margini della vita pubblica. E' l'insulto massimo a nord come a sud. 

In un Paese sereno - e non è il nostro - in cui l'omosessualità è uno dei modi di vivere la propria affettività, la reazione doveva essere un'altra. Bisognava chiedersi - e avrei avuto piacere, dopo le dichiarazioni per la prima volta non razziste di un politico di aerea cattolica quale è la Bindi, che fosse stata proprio lei a porgere la domanda piuttosto che rispondere piccata al Senatore - scusi ma perché una lesbica non può occuparsi della famiglia?
Il problema non è tanto che un omosessuale non possa essere ministro o ricoprire una funzione pubblica. Non era questo il senso delle parole del Senatore. La sua affermazione è ben più grave: un omosessuale non può occuparsi di famiglia, sottintendendo che la ragione di tale impossibilità è l'inidoneità a crearne una.
Né basterebbe un'interpretazione restrittiva e bonaria della frase, secondo cui una persona non sposata non potrebbe occuparsi di questioni legate alla famiglia. Del resto le suore e i preti - tanto per citare due categorie che nel nostro Paese godono di stima e rispetto generali - si occupano di famiglia ogni giorno. 

Ma lasciamo stare le polemiche. Preme piuttosto riflettere sulla motivazione pseudo-giuridica del Senatore. Una lesbica non si può occupare di famiglia - è la sua tesi - perché la famiglia per la Costituzione italiana è quella fondata sul matrimonio ed è quindi formata necessariamente da due persone di sesso diverso.
Per brevità è bene ricordare al Senatore alcune delle questioni che evidentemente gli sfuggono.
Sarebbe opportuno innanzitutto che lui e quelli che la pensano come lui - a quanto pare disseminati trasversalmente nell'emiciclo di Montecitorio e di Palazzo Madama - rileggessero con attenzione l'art. 29 Cost. Sarà così possibile che si avvedano che c'è scritto chiaramente che la famiglia è una realtà sociale che preesiste al matrimonio. Pertanto, richiamare detta norma quale ostacolo per il riconoscimento delle convivenze al di fuori del matrimonio è un grave errore interpretativo anche alla luce delle pronunce della Corte Costituzionale la quale, quando è stata chiamata ad affrontare questioni legate alle convivenze di fatto, ha chiarito che si tratta di due diverse forme di vita comune, ognuna dotata di propria dignità, e caratterizzate la prima (la convivenza) dal maggior spazio alla soggettività individuale dei conviventi e la seconda (il matrimonio) dal maggior rilievo alle esigenze obiettive della famiglia come tale.
Se poi avessero anche la pazienza di leggere la Costituzione per intero scoprirebbero che il diritto alla realizzazione personale è un diritto fondamentale ed inviolabile sancito dagli artt. 2 e 3 Cost. il cui riconoscimento (anche nel contesto di un rapporto di convivenza) deve prescindere dalla considerazione dell'orientamento sessuale dei singoli.
Le persone omosessuali già oggi in Italia hanno creato nuclei familiari stabili e duraturi. Occorre ribadire che sotto il profilo giuridico non vi è alcun ostacolo costituzionale a concedere loro un riconoscimento formale (minimo) come il PaCS o (massimo) come il matrimonio. 

Visto che nei giorni scorsi Mons. Maggiolini ha ripreso Giuliano Amato sulla questione delle radici cristiane della Costituzione europea, intimandogli di tacere visto che non conosce la storia del cristianesimo (accusa francamente risibile se rivolta ad un uomo di cultura come Amato), viene da suggerire lo stesso self-restraint alle gerarchie cattoliche, che ormai vengono ascoltate come esegeti raffinati di un testo (la Costituzione italiana), che richiede competenze che loro non hanno.
Da ultimo, è il caso di ricordare al Senatore che in altre parti del mondo la famiglia omosessuale è una realtà pluridecennale che ha dato ottima prova di sé. Pertanto, prima di profondersi in giudizi sull'adeguatezza delle persone omosessuali ad occuparsi di famiglia, sarebbe più sensato preoccuparsi della loro emarginazione e della difficoltà di vivere in una società in cui sono cittadini con molti doveri e quasi nessun diritto. 

Pubblichiamo un commento al decreto del Tribunale di Latina 10 giugno 2005, a proposito del rifiuto di trascrivere in Italia il matrimonio tra due persone dello stesso sesso celebrato in Olanda.
Il commento è apparso originariamente nella rivista "Nuova giurisprudenza civile commentata", 2006, n. 1. 

 

 

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trib latina_ngcc.pdf

La decisione non e' definitiva, perchè pare probabile un ricorso davanti alla Corte suprema dello Iowa, ma rilancia il dibattito su un tema politicamente scottante nello stato americano che voterà per primo alle primarie per le presidenziali del 2008.

'Nella misura in cui (la legge che vieta i matrimoni omosessuali) viola i diritti all'equità e all'eguaglianza degli interessati, e mancando di qualsiasi rapporto razionale con un qualunque interesse legittimo del governo, il tribunale conclude che e' anticostituzionale e non valida', ha scritto il giudice Robert Hanson nel motivare la sua decisione.

Il giudice di Des Moines respinge in particolare l'idea che tale legge protegga la famiglia e i figli.

'Questo tribunale - afferma - non ha ancora ascoltato un argomento convincente che spieghi come impedire alle coppie dello stesso sesso di sposarsi favorisca la riproduzione (...) di coppie di diverso genere sessuale. Per quanto questo tribunale possa dire, (la legge) serve solo a nuocere alle coppie dello stesso sesso e ai loro bambini'.

Per Hanson la discriminazione in nome della difesa dei bambini è tanto più evidente in quanto la legge non proibisce di sposarsi alle persone sterili, ai malati mentali e persino agli aggressori di minori (Fonte ANSA-AFP). 

 

Mentre in Sud Africa il Civil union Bill diventa legge, da noi il Consiglio dei Ministri è affannato nell'introdurre norme nel nostro sistema in sintonia con la direttiva comunitaria 2000/78, in materia di ricongiungimento famigliare, il cui termine di recepimento è ampiamente scaduto. L'Italia sarà obbligata a dare rilevanza alla convivenza e alle unioni stabili costituite in Paesi in cui ciò è giuridicamente possibile.

Arriveremo al paradosso per cui due italiani dello stesso sesso che hanno una relazione stabile saranno indifferenti al diritto (e ciò anche nel caso in cui si riconoscano diritti ai singoli - secondo la sciagurata dizione del programma ulivista - giacchè la coppia sarà in quanto tale comunque ignorata), mentre se nella relazione è coinvolto un cittadino extracomunitario cominceremo ad occuparci di loro.

Il fatto è che in Italia esistono coppie dello stesso sesso che avendo molti soldi, vanno all'estero a sposarsi, a fare figli, o si recano da avvocati costosissimi a stipulare accordi di natura patrimoniale o trust per aggirare le restrizioni del diritto successorio. Un po' come avveniva quando l'aborto o il divorzio non c'erano. Per i ricchi non era un problema, si faceva un viaggio o si pagava la Sacra Rota e tutto era a posto.

Che Paese è questo in cui il censo è un requisito per il godimento dei diritti di cittadinanza?

Queste cose nei Palazzi del potere si conoscono, anzi si vivono nella quotidianità. Ma, appunto, lì ci sono i ricchi e si gestisce il potere come se si fosse legibus soluti. La questione morale che tanto si è agitata in Italia ai tempi del caso Unipol, pare del tutto rientrata non solo per ciò che concerne le scalate finanziarie. La questione morale pare non abbia dignità nel dibattito attinente al riconoscimento dei diritti delle persone omosessuali e delle loro relazioni di coppia.

Si ha un bel dire da parte dei ministri competenti che non vi è alcuna forma di discriminazione nei confronti delle persone omosessuali e che anzi si cercherà nella misura del possibile di riconoscere loro dei diritti (e ci mancherebbe altro vista la nostra Carta costituzionale!). Il vero passo decisivo verso una "normalizzazione" della vita di migliaia di cittadini è ben lungi dall'essere compiuto: riconoscere gli omosessuali come persone in grado di costruire relazioni stabili di affetto, o detto in altre parole una famiglia.

Per fortuna, che tra la teoria e la pratica esiste un abisso. Nei prossimi giorni probabilmente si apprenderà una notizia che farà saltare alcuni politici sulle loro poltrone, assisteremo ad un rigurgito omofobico di questa maggioranza e torneremo a relegare i cittadini omosessuali nei posti in cui la società dei "normali" ama relegarli, ossia - usando un'espressione di Mario Mieli - il ghetto, fatto di luoghi in cui possono esprimere la loro fisicità, dal momento che i sentimenti per loro non sono pensabili.

Tutto ciò è semplicemente vergognoso e la cosa che fa indignare di più è che nessuno gay o etero, in quanto cittadino non si senta offeso e non protesti ad alta voce per un tale modo di gestire la cosa pubblica.

 

 

 

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civil union_sud africa.pdf

Nell'intervista si analizzano i punti critici della proposta di regolamentazione delle coppie di fatto allo studio dei Ministeri delle Pari opportunità e della Famiglia, esposta in un'intervista a La Stampa da Stefano Ceccanti, capo dell'ufficio legislativo delle Pari opportunità, puntualizzando cosa debba intendersi nel nostro Paese per famiglia alla luce della Carta costituzionale.

 

 

 

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 L'azione aquiliana puo` essere esperita dal coniuge che abbia subito un tradimento, in ragione del quale sia venuta meno la comunione materiale e spirituale che sorreggeva il rapporto coniugale, purche´ vi sia la prova della malafede o della colpa grave dell'altro coniuge circa la propria omosessualità . La sentenza in commento, pur recependo correttamente gli orientamenti recenti della dottrina e della giurisprudenza in materia, lascia fortemente perplessi sia in merito alla ricorrenza dell'illecito subito dal coniuge tradito, sia  in merito alla quantificazione del danno esistenziale risarcito. 

 

 

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nota brescia.pdf

La Corte costituzionale sudafricana si e' pronunciata oggi a favore del matrimonio omosessuale, dichiarando incostituzionale il Marriage Act
La Corte ha sospeso per un anno l'esecutività della sentenza per consentire al Parlamento di modificare la legge. La definizione legale (attuale) del matrimonio e' dichiarata incompatibile con la Costituzione e non valida nella misura in cui non permette alle coppie dello stesso sesso di beneficiare dello status e dei vantaggi, cosi' come delle responsabilita', concessi alle coppie eterosessuali, ha affermato la Corte in sentenza.
Le discriminazioni fondate sull'orientamento sessuale sono esplicitamente proibite dalla Costituzione sudafricana. La Corte in un significativo passaggio della decisione, ha affermato che negare alle coppie dello stesso sesso di contrarre matrimonio significa ledere profondamente il loro diritto all'autodeterminazione personale.

 

 

 

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Per gentile concessione della Autrice pubblichiamo l'intervista a Vittorio Lingiardi a proposito del suo ultimo libro, Citizen Gay, che consigliamo vivamente a tutti di leggere. Centrale nel libro è l'analisi del rapporto tra mancanza di tutele giuridiche e salute mentale delle persone omosessuali. In particolare, Lingiardi analizza i fenomeni del minority stress e delle omofobie. Infine, sottolinea come sia essenziale al benessere emotivo e psichico delle coppie omosessuali la possibilità giuridica per i gay di contrarre matrimonio.

 

 

L'omofobia è oscena come il razzismo, però è socialmente molto più accettata: da dove cominciare per invertire la rotta? 


Penso che bisognerebbe partire proprio da una legge che riconosca le persone omosessuali nell'integrità della loro fisionomia giuridica e sociale. Come psichiatra, sono sicuro che un effetto collaterale positivo dell'approvazione di una buona legge sul riconoscimento delle unioni civili sarebbe un drastico prosciugamento della palude, psicologica e sociale, in cui prolifera l'omofobia. Non è evidente come l'omofobia, compreso il fenomeno in crescita del bullismo omofobico, si alimenti anche del mancato riconoscimento di un pieno diritto di cittadinanza alle persone omosessuali? Non vengono forse legittimati pensieri come: «Se la Chiesa considera queste persone indegne di formare una famiglia, e se lo Stato ne tollera la convivenza, purché senza celebrazioni e senza diritti e tutele, allora vorrà dire che in fondo, davanti a Dio e agli uomini, questi omosessuali non sono proprio cittadini come gli altri...»?

 


Finché l'omosessuale chiede di essere compatito è abbastanza "tollerato"; ma quando chiede e rivendica i suoi diritti la reazione cambia: è quasi considerata una pretesa tracotante, come se l'omosessuale fosse una persona che merita meno attenzione e meno rispetto dei cosiddetti "normali". L'espressione "cittadinanza morale", da lei usata, sembra possa funzionare anche come risposta a quanti hanno un atteggiamento di questo tipo.
 

Sia come atteggiamento psicologico alimentato dalla cultura sia come attitudine patologica, l'omofobia è nel DNA delle nostre tradizioni sociali, religiose e politiche. Non lo rivelano solo gli anatemi continui, ma anche le cautele, gli imbarazzi e talora anche quell'atteggiamento di "tolleranza" di cui lei parla. Nelle Lettere luterane Pasolini dice: «Io sono come un negro in una società razzista che ha voluto gratificarsi di uno spirito tollerante. Sono cioè un "tollerato"». Di nuovo, qui, il valore di una legge. Senza riconoscimento sociale, senza cittadinanza morale, è più difficile che una rappresentazione si consolidi nella mente come legittima e convalidata. Viceversa, nel suo costituirsi come «possibile» e «legittima», questa stabilizzazione toglierebbe alla realtà discriminata il suo contenuto «minaccioso» e implicitamente disincentiverebbe le azioni violente e persecutorie (bullismo, omofobia sociale). Inoltre ridurrebbe l'effetto dell'assimilazione della negatività sociale, cioè l'omofobia interiorizzata, causa della difficoltà ad accettarsi, dell'autodisprezzo, e di comportamenti inconsciamente autodistruttivi in una persona omosessuale. Sono argomenti molto semplici, alla base di qualunque percorso di integrazione delle differenze individuali, culturali, sociali.

 


I rapporti omosessuali possono essere considerati come un vero e proprio motore di evoluzione sociale, di egualitarismo, di parità: potrebbe essere proprio questo ad irritare i fautori della famiglia patriarcale (e non "naturale" o giusta, come direbbero in tanti)? Un attentato al potere maschile nel senso deteriore di sopraffazione?
 

Credo che uno dei motivi per cui l'omosessualità tout court (e ancor più un suo riconoscimento sociale) crea avversione, paura, diffidenza, derivi dalla preoccupazione per un disordine psicologico che diventa poi sociale. Una sorta di disagio all'idea che vi sia qualcosa di «femminile» in un uomo e di «maschile» in una donna. Da qui anche il bisogno di darsi una rassicurazione riguardo alla propria «mascolinità» o «femminilità». Un fondamento psicologico dell'omofobia, infatti, consiste in una polarizzazione difensiva dei ruoli di genere, che porta a temere/disprezzare i fantasmi di passività e dipendenza nell'uomo e di attività e autosufficienza nella donna. Si tratta di una difesa abbastanza primitiva, ancorata a un'idea ingenua e concreta dell'anatomia e della scena dell'accoppiamento - ma efficace nel lasciare le cose «al loro posto». Una donna che ama un'altra donna stravolge la regola patriarcale per cui è il rapporto con il pene che la penetra e la feconda a offrirle la possibilità di essere «completa». È una donna che tradisce la sua missione di madre e di moglie. Un uomo che ama un altro uomo evoca il fantasma della passività, si «femminilizza» e rinuncia alla sua «vocazione» patriarcale. In questo senso possiamo dire che le persone omosessuali implicitamente contribuiscono a decostruire gli stereotipi di genere. Il che però non significa che, come le persone eterosessuali, esse non possano esprimere in mille modi diversi i ruoli di genere e ciò che comunemente si intende per "maschile" e "femminile". Rimane il fatto che una donna senza un uomo al suo fianco è facilmente ridicolizzata: è una suora, una zitella o una lesbica. E ridicolo o inutile è l'uomo che non si porta a letto una donna (un imbranato, un impotente o un finocchio). In entrambi i casi si tratta di uno spreco, una stranezza, una sovversione improduttiva. Il legame tra maschilismo e omofobia è evidente.
 

 


(Ostraciscmo omosessuale, tratto da Agenda Coscioni, gennaio 2008).