Della Riforma matrimoniale Zapatero si sente parlare spesso. Per molti italiani conservatori Zapatero è ormai il legislatore spregiudicato per antonomasia, che non si cura di niente e di nessuno (figurarsi... neppure della tradizione!!!) e che va avanti per la sua strada.
Non tutti in Italia, però, la pensano allo stesso modo. E non serviva certo Crozza ad invocarlo come simbolo di un sano e laico spirito innovatore.

Certo è che in Italia ha destato scalpore la riforma spagnola del regime matrimoniale che altrove (Olanda e Belgio, per rimanere all'Europa) era legge da tempo. Questo perchè ai nostri occhi la Spagna al pari dell'Italia avrebbe dovuto subire il freno della componente dell'opinione pubblica di area cattolica.
Non è stato così e la ragioni non sono tutte di carattere sociologico, come qualcuno potrebbe pensare. Il fatto è che - a detta di molti intellettuali iberici - la società spagnola e la rappresentazione che i media ne danno non coincidono.

Molti cittadini italiani si sono dimostrati interessati alla riforma, perchè in quanto omosessuali non hanno accesso all'istituto matrimoniale nel nostro Paese. Nell'articolo che pubblichiamo vengono analizzati gli aspetti più procedurali e burocratici della Riforma spagnola. Conoscerli, però, può rivelarsi in alcuni casi necessario.
Conoscere i propri diritti è la precondizione dell'essere liberi. Forse anche questo saggio può essere un passo sulla strada verso la libertà.

 

 

 

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Circolare_MatrimStranieri.pdf
legge_13-2005-Spagna.pdf
matrimonio_spagna_rotelli.doc

L'indagine conoscitiva sulle tematiche riguardanti le unioni di fatto ed il patto civile di solidarietà è stata l'occasione per i componenti della Commissione giustizia della Camera dei Deputati di ascoltare l'opinione di alcuni giuristi sulla proposta di introdurre nel nostro sistema un istituto, il Patto civile di solidarietà, che consenta alle coppie conviventi (che non vogliono o non possono contrarre matrimonio) di regolare i loro rapporti a carattere patrimoniale e non patrimoniale e nello stesso tempo di rendere opponibile ai terzi tale relazione giuridica.

Si noterà, leggendo il testo delle diverse audizioni, un elemento comune a tutte: il sostanziale favore rispetto all'introduzione del PaCS nel sistema italiano. Certo, tale opinione di volta in volta è stata sostenuta con argomentazioni diverse e, in almeno un caso, sono state espresse alcune puntualizzazioni circa il suo contenuto e il suo ambito di applicazione.

Ciò nonostante, il dato che maggiormente colpisce è la distanza tra il sostanziale favore degli esperti ascoltati in Commissione (che è bene ricordare sono stati convocati sulla base delle richieste sia della maggioranza di governo sia dell'opposizione, latrice della proposta di legge posta alla base dei lavori della commissione stessa) e la negazione assoluta dell'opportunità di introdurre il PaCS nel nostro Paese che sorprendentemente (ma fino ad un certo punto) proviene proprio dalle fila del centro-sinistra. 

 

Non è un mistero per nessuno che nel programma elettorale di tale schieramento politico sia scomparso il riferimento non solo al PaCS, ma anche alla necessità di tener presente, nella prossima Legislatura, i risultati cui è pervenuta l'indagine conoscitiva in parola. Bisogna ricordare, per inciso, che tale riferimento era invece presente nell'accordo tra le forze politiche che aveva preceduto la stesura finale del programma del centro-sinistra elaborato a San Martino in Campo il 5 e 6 dicembre scorso.

La scelta attuale sembra, dunque, destinata ad ignorare definitivamente la proposta di legge sul PaCS e con essa i lavori della Commissione giustizia.

Una tale scelta, tanto più insensata alla luce della proposta alternativa del riconoscimento di alcuni diritti per le coppie di conviventi - proposta che non solo implica la negazione di un'uguale dignità delle coppie conviventi rispetto alle coppie unite in matrimonio, ma espone le prime al rischio di un vuoto normativo tutte le volte in cui si presenteranno casi non contemplati espressamente dal legislatore - induce a riproporre all'attenzione del lettore quanto affermato dagli esperti ascoltati in Commissione nel corso dell'indagine conoscitiva.

Dalla lettura integrale degli interventi - che sarebbe consigliabile soprattutto a quanti si sono improvvisati nelle ultime settimane conoscitori della materia - si evincono alcuni punti fermi. 

 

Raffaele Torino ha tenuto a precisare l'isolamento che in tale materia caratterizza il nostro Paese sul piano europeo: " in pressoché tutti i paesi della tradizione giuridica occidentale esistono schemi legali alternativi al matrimonio. Per quale motivo in Italia non accade la stessa cosa?

La prima ragione è sicuramente data dalla necessità di fornire una tutela a chi non può accedere al matrimonio, segnatamente agli omosessuali. Non è un caso che tutti i nuovi schemi familiari alternativi al matrimonio sono accessibili alle coppie omosessuali e non è neppure un caso il fatto che alcuni di questi schemi familiari sono riservati soltanto agli omosessuali, come in Scandinavia, in Germania e in Inghilterra. (...) La posizione isolata dell'Italia in Europa porterà presto ad alcuni problemi, che in realtà già stanno emergendo. Come prima ricordava il presidente, l'Italia fa parte, insieme agli altri paesi membri dell'Unione europea, di uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia e con l'adesione ai principi fondamentali dei trattati di Roma e alla Costituzione recentemente approvata, i cittadini comunitari hanno un diritto alla libera circolazione su tutto il territorio europeo, cui si aggiunge un diritto al ricongiungimento familiare. Ebbene, cosa faranno i nostri giudici o i nostri amministratori quando una coppia di un pacte francese, che si trasferisce in Italia, o una coppia di un matrimonio omosessuale olandese, residente in Italia, chiederanno il riconoscimento?".

 

Francesco Donato Busnelli, è senza dubbio stato il più critico nei confronti della proposta, ma non tanto nel senso di negare l'utilità del nuovo strumento giuridico, quanto nel denunciarne la limitazione alle coppie unite da un progetto di vita affettivo fondato su una relazione di carattere sessuale. A suo giudizio, la parola solidarietà dovrebbe richiamare alla mente qualsiasi relazione diversa da quella matrimoniale che comporti una comunanza di vita, finendo con il comprendere anche le relazioni stabili di amicizia, la convivenza tra due persone anziane e sole, ovvero la convivenza tra studenti universitari. 

 

Chi scrive ha espresso le sue riserve rispetto a tale opinione nel corso della sua audizione, svoltasi il 5 ottobre 2005. Per brevità qui si ricordano soltanto le perplessità di carattere economico che una riforma del genere comporterebbe per il nostro ordinamento (dovremmo riconoscere il diritto alla pensione di reversibilità anche a due amici che hanno convissuto un certo tempo insieme?) e il fermo rifiuto di mettere sullo stesso piano relazioni affettive che umanamente e socialmente hanno significati molto diversi (il PaCS si interessa di chi intende costruire una famiglia fondata sull'affetto e su una relazione di carattere sessuale senza ricorrere al matrimonio, non si interessa dei problemi giuridici che nascono dal semplice fatto di vivere sotto lo stesso tetto per necessità economica o per affetto amicale).

 

All'avvocato Marina Marino è toccato il compito di ricordare una cosa fin troppo ovvia per un giurista, ma che - a quanto pare - tanto ovvia non è, viste le dichiarazioni recenti di esponenti politici afferenti ai diversi partiti di destra e di sinistra: la convivenza more uxorio è una realtà ben conosciuta dalla giurisprudenza del nostro paese, eppure la mancanza di una normativa chiara e sistematica in tale materia espone i cittadini a decisioni spesso contrastanti se non a volte arbitrarie.

 

Stefano Rodotà ha invece, sottolineato la portata innovativa dell'art. 9 della Carta di Nizza, sostenendo che "l'articolo 9 della Carta dei diritti fondamentali dell'UE ha imboccato, nell'apparenza, lo stesso sentiero della Convenzione europea del 1950, ma in realtà ne ha radicalmente modificato la portata e il significato. Non c'è più il riferimento a uomini e donne e si dice esplicitamente: «Il diritto di sposarsi e il diritto di costituire una famiglia sono garantiti», affermando così esplicitamente che si tratta di diritti autonomi e distinti (...) L'affermazione contenuta nella Carta, in un documento che si presenta come il primo Bill of rights del secondo millennio, ferma rimanendo la competenza dei singoli Stati in materia - riserva permanente che ha comunque una giustificazione nelle dinamiche culturali dei diversi paesi - è particolarmente importante per una ragione: il matrimonio tradizionale e gli schemi alternativi non sono più considerati nella logica della regola e dell'eccezione ma sono posti sostanzialmente sullo stesso piano dalla Carta. Il diritto di sposarsi e il diritto di costituire una famiglia sono garantiti dalle leggi nazionali. Dunque, l'introduzione, a livello nazionale, di discipline o schemi alternativi al matrimonio non è più da considerarsi come una eccezione ad un principio, ma come realizzazione di una condizione di parità di questi schemi dal punto di vista della considerazione che ne fa la Carta".

 

Ma l'audizione che maggiormente tocca l'attualità del dibattito in corso è quella di Amedeo Santosuosso. Se ne avesse la disponibilità economica sarebbe bello stamparla e farla leggere a chi continua ad affermare - come un alibi all'inerzia legislativa, retoricamente molto efficace - che l'art. 29 Cost. impedirebbe l'introduzione del Patto civile di solidarietà nel nostro Paese.

Riporto le parole esatte del magistrato che perderebbero lapidarietà e forza se fossero parafrasate: "l'articolo 29 non può essere interpretato come una norma che impone un certo tipo di unione matrimoniale. L'articolo indica soltanto un particolare impegno della Repubblica italiana nel riconoscere il matrimonio. Se una legge, per ipotesi - parliamo ovviamente per assurdo -, decidesse di abrogare il matrimonio, sarebbe in contrasto con l'articolo 29 della Costituzione.

Tuttavia, l'articolo 29 non può essere interpretato come una norma che esclude che lo Stato possa regolare altre forme di unione. Questo è un punto estremamente importante, perché se si interpretasse l'articolo 29 come una norma che impone esclusivamente quel tipo di unione, questo entrerebbe in conflitto con altre norme della Costituzione stessa. Mi riferisco all'articolo 2, che riguarda il riconoscimento dei diritti fondamentali in tutte le formazioni sociali, e all'articolo 3, che sancisce il principio di eguaglianza e, soprattutto, di non discriminazione. Se, dunque, l'articolo 29 venisse interpretato come imposizione coattiva porterebbe ad una discriminazione".

 

In definitiva, l'indagine conoscitiva ha avuto il merito di fornire al Legislatore gli elementi per decidere nella maniera più serena possibile, al riparo da qualsiasi preclusione ideologica. Non attingere al contenuto di quell'indagine e arrestare la riflessione per opportunismo elettorale sarebbe un errore che avrà conseguenze negative sulla vita di migliaia di cittadini, che partecipando attivamente alla vita politica, economica e sociale del Paese si aspettano non solo di veder tutelati i loro diritti, ma di non subire alcuna discriminazione in ragione delle proprie scelte di vita.

Una notazione conclusiva. Particolarmente spiacevole è stato leggere dichiarazioni di esponenti ulivisti, tra i più importanti, in base alle quali poiché i PaCS interessano una minoranza del Paese sarebbe preferibile occuparsi dei problemi che affliggono un maggior numero di cittadini.

Non credo che nessuno di coloro che sostengono l'introduzione dei PaCS in Italia abbia mai pensato che ciò dovesse distogliere l'attenzione del Legislatore da altri problemi pur gravi e coinvolgenti la maggioranza degli italiani. Ma a parte tale ovvia considerazione, dispiace che la tutela di una minoranza di cittadini sia considerata una questione di secondaria importanza specie da parte di chi fa di una società inclusiva un obiettivo da raggiungere con la propria azione di governo.

Varrà forse la pena ricordare le parole di Martin Luther King: "Anche una sola ingiustizia minaccia la giustizia di tutti".

 

 

 

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AUDIZIONE RODOTA'.pdf
AUDIZIONE MARINO.pdf
AUDIZIONE BILOTTA.pdf
AUDIZIONE BUSNELLI.pdf
AUDIZIONE TORINO.pdf
AUDIZIONE SANTOSUOSSO.pdf

Pubblichiamo il testo di un decreto del Tribunale dei Minori di Milano che affronta per la prima volta il caso di due madri alle prese con una controversia sul diritto di visita ai minori (figli biologici di una delle due), dopo la loro sepazione.

Per un commento puntuale alla decisione si rinvia a F. Bilotta, Una decisione contraddistinta da un profondo rispetto per l'interesse del minore, nota a Trib. Min. Milano, 2 novembre 2007, in Famiglia e minori, Il Sole24ore, Milano, 2008, n. 3, 88-89.

 

 

 

 

 

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TDM MILANO.doc

È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 72 del 27 marzo il decreto legislativo di attuazione della Direttiva 2004/38 della Comunità Europea, relativa al diritto dei cittadini dell'Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri. 
È stata elaborata durante gli anni del governo Berlusconi e vi ha contribuito l'allora ministero alle politiche comunitarie Rocco Buttiglione. La libera circolazione dei cittadini europei da un paese all'altro è uno dei cardini sui quali si basano gli accordi comunitari. Gli spostamenti possono avvenire per vari motivi: per poter intraprendere un nuovo lavoro, per studiare oppure per vivere in un altro paese europeo una volta che si è andati in pensione. Naturalmente il cittadino europeo che si sposta ha il diritto di portare con sè i propri familiari, e questo è un aspetto sul quale si è molto dibattuto viste le disparità sul concetto di famiglia che ci sono da un paese all'altro. 

Nella maggioranza dei paesi europei, come noto, le coppie omosessuali sono considerate famiglia, con varie modalità che variano da paese a paese. L'Italia, ancor oggi, non permette a due persone omosessuali di poter ufficializzare in alcun modo la propria relazione e questo mette i gay e le lesbiche su un piano di oggettiva inferiorità rispetto agli altri cittadini. 
Ad esempio, se un italiano eterosessuale che lavora per una multinazionale è trasferito alla sede di New York anche al coniuge verrà concesso il permesso di soggiorno e dunque si potrà trasferire senza problemi, ma per il cittadino italiano omosessuale e il/la compagno/a questo è impossibile, in quanto non si può produrre alcuna certificazione che attesti la relazione e dunque l'immigrazione statunitense non rilascerà il visto per il partner. Rimanendo in ambito europeo è importante sottolineare che l'implementazione delle Direttive è un atto dovuto. Infatti anche l'Irlanda e l'Austria (tra i pochi rimasti che ancora  non hanno una normativa sulle coppie di fatto) hanno già recepito la Direttiva 38 e dunque rilasciano permesso e carta di soggiorno per il partner, anche se dello stesso sesso, in conformità con "il divieto di discriminazione contemplato nella Carta gli Stati membri e senza operare tra i beneficiari della stessa alcuna discriminazione fondata su motivazioni quali sesso (...) o tendenze sessuali." 

Il ‘coniuge'
Il testo italiano di recepimento della Direttiva all'art. 2 specifica che per "familiare" si intende "il coniuge" oppure "il partner che abbia contratto con il cittadino dell'Unione un'unione registrata sulla base della legislazione di uno Stato membro, qualora la legislazione dello Stato membro ospitante equipari l'unione registrata al matrimonio e nel rispetto delle condizioni previste dalla pertinente legislazione dello Stato membro ospitante." Già questo punto pone un quesito interessante riguardante il ‘coniuge': se un tedesco che ha lavorato e contratto matrimonio in Canada con un canadese vuole venire a vivere in Italia, il nostro paese concede il permesso di soggiorno anche al suo sposo canadese? C'è da ricordare che la Corte di Giustizia europea ha già affermato il fatto che la libera circolazione è uno dei diritti fondamentali dei cittadini dell'UE, per cui l'Italia non può impedire al suddetto tedesco di poter venire a vivere qui, e certamente non lo può costringere a separarsi dalla persona con la quale è sposata. Ma andiamo avanti. 

La "relazione stabile debitamente attestata"
Il seguente art. 3 poi specifica che ci sono anche altri "aventi diritto", oltre a quelli elencati dall'art. 2. Il decreto "si applica a qualsiasi cittadino dell'Unione che si rechi o soggiorni in uno Stato membro diverso da quello di cui ha la cittadinanza" e che, "senza pregiudizio del diritto personale di libera circolazione", lo Stato membro ospitante deve agevolare l'ingresso e il soggiorno anche a chi "é a carico o convive, nel paese di provenienza, con il cittadino dell'Unione". Anche al "partner con cui il cittadino dell'Unione abbia una relazione stabile debitamente attestata dallo Stato del cittadino dell'Unione." L'effetto più macroscopico di questa nuova legge sarà che dall'11 di aprile in poi un cittadino europeo che ha una relazione stabile e attestata anche con un cittadino extracomunitario avrà la possibilità di trasferirsi in Italia col proprio partner, mentre gli stessi italiani che sono nella stessa identica situazione (partner non europeo) si vedranno negata tale possibilità. Su questo punto però il recepimento italiano creerà problemi: se ad esempio un francese ha vissuto e lavorato per anni in Gran Bretagna e ha un'unione civile "attestata" dalle autorità inglesi (dunque da uno Stato diverso dal suo) ciò si traduce in una limitazione alla libertà di movimento col partner. Da notare infatti che il testo originale della direttiva (quello pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale delle Comunità europee n. L 158 del 30 aprile 2004) parlava semplicemente di "relazione debitamente attestata" e che l'aggiunta che tale attestazione deve e essere fatta "dallo Stato del cittadino dell'Unione" esiste solo nel testo italiano.
 
I "motivi di ordine pubblico"
Nei casi sopra descritti il diritto di ingresso e di soggiorno non è automatico ma ogni Stato membro ospitante deve effettuare un "esame approfondito della situazione personale e giustifica l'eventuale rifiuto del loro ingresso o soggiorno." Elencando le possibili "limitazioni al diritto di ingresso e di soggiorno" l'art. 20 del decreto italiano prevede che "Il diritto di ingresso e di soggiorno dei cittadini dell'Unione e dei loro familiari, qualsiasi sia la loro cittadinanza, può essere limitato solo per motivi di ordine pubblico o di pubblica sicurezza." Questi provvedimenti vanno "adottati nel rispetto del principio di proporzionalità ed in relazione a comportamenti della persona, che rappresentino una minaccia concreta e attuale tale da pregiudicare l'ordine pubblico e la sicurezza pubblica. L'esistenza di condanne penali non giustifica automaticamente l'adozione di tali provvedimenti." 

Da notare ora un'altra cosa: il testo originale della Direttiva pubblicato sulla gazzetta europea (art. 27, comma 2) continuava specificando che "Il comportamento personale deve rappresentare una minaccia reale, attuale e sufficientemente grave da pregiudicare un interesse fondamentale della società. Giustificazioni estranee al caso individuale o attinenti a ragioni di prevenzione generale non sono prese in considerazione." Questo paragrafo è ‘scomparso' dalla versione italiana. Perché?
Gli italiani con meno diritti degli stranieri
Quello che succede con questo recepimento è che, dall'11 aprile in poi, giorno di entrata in vigore della legge, sarà quindi possibile a un partner extracomunitario ricongiungersi a un cittadino Ue. Ma continuerà ad essere impedito a un italiano di farsi raggiungere nel suo stesso paese dal suo partner. Un gran bel caso di palese discriminazione questa volta messa in atto da uno Stato verso i suoi stessi cittadini, quando omosessuali: impossibilitati a sposarsi, come in Spagna o Olanda, e impossibilitati a poter contrarre un'Unione civile, come in Gran Bretagna. Impossibilitati perfino a vedersi riconosciuta come semplice ‘coppia di fatto' convivente, come sarebbe nelle intenzioni dei DiCo, provvedimento di basso profilo che ha tentato di mettere fine a qualche discriminazione ma contro il quale si è scatenata tutta l'intransigente intolleranza dei vertici della chiesa e di gran parte della vecchia classe politica che ci governa. E grazie alla quale siamo ormai rimasti l'unico tra i sei paesi fondatori della Comunità Europea che dalla stessa attinge in abbondanza fondi e finanziamenti, ma continua a negare a parte dei propri cittadini quei diritti civili che già tutti gli altri paesi riconoscono. Non è, crediamo, niente di cui andare orgogliosi.

 

 

 

 

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dlgs 30_2007_taddeucci direttiva.doc
 

Per semplicità si possono registrare tre tipi di reazioni: la presa di distanza (dell'on. Fini che oltre alle scuse rivolte alla diretta interessata pare abbia gratificato di un giudizio non proprio lusinghiero il suo compagno di partito); il chiarimento (del Ministro Bindi che ci ha tenuto a ribadire che a lei gli uomini piacciono, aggiungendo una battuta mordace all'indirizzo del Senatore); il monito (dell'on. Grillini che - chissà se confortato dalla scienza personale o dalla legge dei grandi numeri - ha confermato agli italiani che anche in AN ci sono degli omosessuali).
In modo diverso queste tre reazioni restituiscono al lettore la stessa impressione: rendono esplicito il vero senso delle parole del Senatore. Sono un insulto, o per lo meno sono state percepite come tale. Dare ad una donna della lesbica, o ad un uomo del gay, in Italia nel 2006, significa marchiarlo, ascriverlo ad una minoranza che va tenuta il più possibile ai margini della vita pubblica. E' l'insulto massimo a nord come a sud. 

In un Paese sereno - e non è il nostro - in cui l'omosessualità è uno dei modi di vivere la propria affettività, la reazione doveva essere un'altra. Bisognava chiedersi - e avrei avuto piacere, dopo le dichiarazioni per la prima volta non razziste di un politico di aerea cattolica quale è la Bindi, che fosse stata proprio lei a porgere la domanda piuttosto che rispondere piccata al Senatore - scusi ma perché una lesbica non può occuparsi della famiglia?
Il problema non è tanto che un omosessuale non possa essere ministro o ricoprire una funzione pubblica. Non era questo il senso delle parole del Senatore. La sua affermazione è ben più grave: un omosessuale non può occuparsi di famiglia, sottintendendo che la ragione di tale impossibilità è l'inidoneità a crearne una.
Né basterebbe un'interpretazione restrittiva e bonaria della frase, secondo cui una persona non sposata non potrebbe occuparsi di questioni legate alla famiglia. Del resto le suore e i preti - tanto per citare due categorie che nel nostro Paese godono di stima e rispetto generali - si occupano di famiglia ogni giorno. 

Ma lasciamo stare le polemiche. Preme piuttosto riflettere sulla motivazione pseudo-giuridica del Senatore. Una lesbica non si può occupare di famiglia - è la sua tesi - perché la famiglia per la Costituzione italiana è quella fondata sul matrimonio ed è quindi formata necessariamente da due persone di sesso diverso.
Per brevità è bene ricordare al Senatore alcune delle questioni che evidentemente gli sfuggono.
Sarebbe opportuno innanzitutto che lui e quelli che la pensano come lui - a quanto pare disseminati trasversalmente nell'emiciclo di Montecitorio e di Palazzo Madama - rileggessero con attenzione l'art. 29 Cost. Sarà così possibile che si avvedano che c'è scritto chiaramente che la famiglia è una realtà sociale che preesiste al matrimonio. Pertanto, richiamare detta norma quale ostacolo per il riconoscimento delle convivenze al di fuori del matrimonio è un grave errore interpretativo anche alla luce delle pronunce della Corte Costituzionale la quale, quando è stata chiamata ad affrontare questioni legate alle convivenze di fatto, ha chiarito che si tratta di due diverse forme di vita comune, ognuna dotata di propria dignità, e caratterizzate la prima (la convivenza) dal maggior spazio alla soggettività individuale dei conviventi e la seconda (il matrimonio) dal maggior rilievo alle esigenze obiettive della famiglia come tale.
Se poi avessero anche la pazienza di leggere la Costituzione per intero scoprirebbero che il diritto alla realizzazione personale è un diritto fondamentale ed inviolabile sancito dagli artt. 2 e 3 Cost. il cui riconoscimento (anche nel contesto di un rapporto di convivenza) deve prescindere dalla considerazione dell'orientamento sessuale dei singoli.
Le persone omosessuali già oggi in Italia hanno creato nuclei familiari stabili e duraturi. Occorre ribadire che sotto il profilo giuridico non vi è alcun ostacolo costituzionale a concedere loro un riconoscimento formale (minimo) come il PaCS o (massimo) come il matrimonio. 

Visto che nei giorni scorsi Mons. Maggiolini ha ripreso Giuliano Amato sulla questione delle radici cristiane della Costituzione europea, intimandogli di tacere visto che non conosce la storia del cristianesimo (accusa francamente risibile se rivolta ad un uomo di cultura come Amato), viene da suggerire lo stesso self-restraint alle gerarchie cattoliche, che ormai vengono ascoltate come esegeti raffinati di un testo (la Costituzione italiana), che richiede competenze che loro non hanno.
Da ultimo, è il caso di ricordare al Senatore che in altre parti del mondo la famiglia omosessuale è una realtà pluridecennale che ha dato ottima prova di sé. Pertanto, prima di profondersi in giudizi sull'adeguatezza delle persone omosessuali ad occuparsi di famiglia, sarebbe più sensato preoccuparsi della loro emarginazione e della difficoltà di vivere in una società in cui sono cittadini con molti doveri e quasi nessun diritto. 

Pubblichiamo un commento al decreto del Tribunale di Latina 10 giugno 2005, a proposito del rifiuto di trascrivere in Italia il matrimonio tra due persone dello stesso sesso celebrato in Olanda.
Il commento è apparso originariamente nella rivista "Nuova giurisprudenza civile commentata", 2006, n. 1. 

 

 

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trib latina_ngcc.pdf

La decisione non e' definitiva, perchè pare probabile un ricorso davanti alla Corte suprema dello Iowa, ma rilancia il dibattito su un tema politicamente scottante nello stato americano che voterà per primo alle primarie per le presidenziali del 2008.

'Nella misura in cui (la legge che vieta i matrimoni omosessuali) viola i diritti all'equità e all'eguaglianza degli interessati, e mancando di qualsiasi rapporto razionale con un qualunque interesse legittimo del governo, il tribunale conclude che e' anticostituzionale e non valida', ha scritto il giudice Robert Hanson nel motivare la sua decisione.

Il giudice di Des Moines respinge in particolare l'idea che tale legge protegga la famiglia e i figli.

'Questo tribunale - afferma - non ha ancora ascoltato un argomento convincente che spieghi come impedire alle coppie dello stesso sesso di sposarsi favorisca la riproduzione (...) di coppie di diverso genere sessuale. Per quanto questo tribunale possa dire, (la legge) serve solo a nuocere alle coppie dello stesso sesso e ai loro bambini'.

Per Hanson la discriminazione in nome della difesa dei bambini è tanto più evidente in quanto la legge non proibisce di sposarsi alle persone sterili, ai malati mentali e persino agli aggressori di minori (Fonte ANSA-AFP). 

 

Mentre in Sud Africa il Civil union Bill diventa legge, da noi il Consiglio dei Ministri è affannato nell'introdurre norme nel nostro sistema in sintonia con la direttiva comunitaria 2000/78, in materia di ricongiungimento famigliare, il cui termine di recepimento è ampiamente scaduto. L'Italia sarà obbligata a dare rilevanza alla convivenza e alle unioni stabili costituite in Paesi in cui ciò è giuridicamente possibile.

Arriveremo al paradosso per cui due italiani dello stesso sesso che hanno una relazione stabile saranno indifferenti al diritto (e ciò anche nel caso in cui si riconoscano diritti ai singoli - secondo la sciagurata dizione del programma ulivista - giacchè la coppia sarà in quanto tale comunque ignorata), mentre se nella relazione è coinvolto un cittadino extracomunitario cominceremo ad occuparci di loro.

Il fatto è che in Italia esistono coppie dello stesso sesso che avendo molti soldi, vanno all'estero a sposarsi, a fare figli, o si recano da avvocati costosissimi a stipulare accordi di natura patrimoniale o trust per aggirare le restrizioni del diritto successorio. Un po' come avveniva quando l'aborto o il divorzio non c'erano. Per i ricchi non era un problema, si faceva un viaggio o si pagava la Sacra Rota e tutto era a posto.

Che Paese è questo in cui il censo è un requisito per il godimento dei diritti di cittadinanza?

Queste cose nei Palazzi del potere si conoscono, anzi si vivono nella quotidianità. Ma, appunto, lì ci sono i ricchi e si gestisce il potere come se si fosse legibus soluti. La questione morale che tanto si è agitata in Italia ai tempi del caso Unipol, pare del tutto rientrata non solo per ciò che concerne le scalate finanziarie. La questione morale pare non abbia dignità nel dibattito attinente al riconoscimento dei diritti delle persone omosessuali e delle loro relazioni di coppia.

Si ha un bel dire da parte dei ministri competenti che non vi è alcuna forma di discriminazione nei confronti delle persone omosessuali e che anzi si cercherà nella misura del possibile di riconoscere loro dei diritti (e ci mancherebbe altro vista la nostra Carta costituzionale!). Il vero passo decisivo verso una "normalizzazione" della vita di migliaia di cittadini è ben lungi dall'essere compiuto: riconoscere gli omosessuali come persone in grado di costruire relazioni stabili di affetto, o detto in altre parole una famiglia.

Per fortuna, che tra la teoria e la pratica esiste un abisso. Nei prossimi giorni probabilmente si apprenderà una notizia che farà saltare alcuni politici sulle loro poltrone, assisteremo ad un rigurgito omofobico di questa maggioranza e torneremo a relegare i cittadini omosessuali nei posti in cui la società dei "normali" ama relegarli, ossia - usando un'espressione di Mario Mieli - il ghetto, fatto di luoghi in cui possono esprimere la loro fisicità, dal momento che i sentimenti per loro non sono pensabili.

Tutto ciò è semplicemente vergognoso e la cosa che fa indignare di più è che nessuno gay o etero, in quanto cittadino non si senta offeso e non protesti ad alta voce per un tale modo di gestire la cosa pubblica.

 

 

 

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civil union_sud africa.pdf

Nell'intervista si analizzano i punti critici della proposta di regolamentazione delle coppie di fatto allo studio dei Ministeri delle Pari opportunità e della Famiglia, esposta in un'intervista a La Stampa da Stefano Ceccanti, capo dell'ufficio legislativo delle Pari opportunità, puntualizzando cosa debba intendersi nel nostro Paese per famiglia alla luce della Carta costituzionale.

 

 

 

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intervista a me_liberazione.pdf

 L'azione aquiliana puo` essere esperita dal coniuge che abbia subito un tradimento, in ragione del quale sia venuta meno la comunione materiale e spirituale che sorreggeva il rapporto coniugale, purche´ vi sia la prova della malafede o della colpa grave dell'altro coniuge circa la propria omosessualità . La sentenza in commento, pur recependo correttamente gli orientamenti recenti della dottrina e della giurisprudenza in materia, lascia fortemente perplessi sia in merito alla ricorrenza dell'illecito subito dal coniuge tradito, sia  in merito alla quantificazione del danno esistenziale risarcito. 

 

 

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nota brescia.pdf