In risposta al proliferare di discorsi di incitamento all'odio nei confronti della comunità Lesbica, Gay, Bisessuale e Transgender in numerosi paesi europei, il Parlamento europeo ha adottato con 325 voti favorevoli, 124 contrari e 150 astensioni una risoluzione comune - sostenuta da PSE, ALDE/ADLE, Verdi/ALE e GUE/NGL - che condanna «i commenti discriminatori formulati da dirigenti politici e religiosi nei confronti degli omosessuali», in quanto «alimentano l'odio e la violenza, anche se ritirati in un secondo tempo». Chiede inoltre «alle gerarchie delle rispettive organizzazioni di condannarli». 
Nota, infatti, che le dichiarazioni e le azioni dei dirigenti politici e religiosi «hanno un impatto considerevole sull'opinione pubblica» e che quindi «essi hanno l'importante responsabilità di contribuire in modo positivo a un clima di tolleranza e parità».

La risoluzione è motivata dai deputati da questi ed altri eventi «preoccupanti», in particolare in Polonia, quali il divieto imposto dalle autorità locali allo svolgimento dei Gay Pride, l'omissione da parte della polizia di fornire protezione adeguata nei confronti di manifestazioni violente di gruppi omofobi e gli episodi di bullismo verificatisi nelle scuole. A questo proposito è anche citato il caso del sedicenne italiano di nome Matteo, abitante a Torino, che «si è suicidato lasciando dietro di sé due lettere in cui adduce a motivo del suo gesto il bullismo di cui è stato vittima a causa del suo orientamento sessuale». Ma è anche sottolineato il proliferare dei casi di bullismo omofobico nelle scuole secondarie del Regno Unito.

Il Parlamento sottolinea poi che l'Unione europea è innanzitutto una comunità di valori, in cui il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, la democrazia e lo Stato di diritto, l'uguaglianza e la non discriminazione «sono fra i valori che più contano». Pertanto, afferma che le istituzioni e gli Stati membri dell'UE «hanno il dovere di garantire che i diritti delle persone che vivono in Europa siano rispettati, tutelati e promossi». A tal fine, ribadisce la propria richiesta alla Commissione di garantire che la discriminazione sulla base dell'orientamento sessuale in tutti i settori «sia vietata» completando il pacchetto legislativo contro la discriminazione, «senza il quale lesbiche, gay, bisessuali e altre persone che si trovano a far fronte a discriminazioni multiple continuano ad essere a rischio di discriminazione».

Il Parlamento, inoltre, sollecita la Commissione ad accelerare la verifica della messa in atto delle direttive antidiscriminazione e a promuovere azioni giudiziarie contro gli Stati membri in caso di violazione degli obblighi previsti dall'UE. Ricorda poi a tutti gli Stati membri che la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo ha stabilito che il diritto alla libertà di riunione può essere esercitato «anche quando le opinioni sfidano la maggioranza della società». Di conseguenza le autorità competenti, tra cui quelle locali, sono invitate ad autorizzare i Gay Pride e a proteggere adeguatamente i partecipanti per non contravvenire ai principi tutelati dalla Corte.

Tutti gli Stati membri sono poi invitati a proporre leggi che superino le discriminazioni sofferte da coppie dello stesso sesso e, in proposito, il Parlamento chiede alla Commissione di presentare proposte «per garantire che il principio del riconoscimento reciproco sia applicato anche in questo settore al fine di garantire la libera circolazione di tutte le persone nell'UE senza discriminazioni». I deputati, d'altra parte, chiedono la depenalizzazione mondiale dell'omosessualità e indicono il 17 maggio di ogni anno quale Giornata internazionale contro l'omofobia.

Riguardo al caso polacco, infine, il Parlamento sollecita le competenti autorità ad astenersi dal proporre o dall'adottare una legge quale quella descritta dal vice primo ministro nonché ministro della pubblica istruzione polacco, o dal porre in atto misure intimidatorie nei confronti delle organizzazioni della comunità Lesbica, Gay, Bisessuale e Transgender. Le competenti autorità polacche sono inoltre invitate a condannare pubblicamente e a prendere misure contro le dichiarazioni rilasciate da leader pubblici incitanti alla discriminazione e all'odio sulla base dell'orientamento sessuale. Sostenendo poi che qualsiasi altro comportamento costituirebbe una violazione del Trattato, il Parlamento chiede alla sua Conferenza dei Presidenti di inviare una delegazione in Polonia per una missione di accertamento dei fatti «al fine di avere un quadro esatto della situazione e avviare un dialogo con tutte le parti interessate».



23/04/2007
Risoluzione comune sull'omofobia in Europa
Procedura: Risoluzione comune
Dibattito: 25.4.2007
Votazione: 26.4.2007



RIF.: 20070420IPR05691 



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Federico ROSSETTO
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Allegati

risoluzione europea.doc

 

Il punto di vista dell'Autore, Professore nell'Università di Yale è di estremo interesse per il nostro Paese, perchè fa riflettere sull'alternativa tra l'introduzione di istituti giuridici ad hoc per la regolamentazione della vita di coppia delle persone omosessuali e l'allargamento alle stesse delle tutele discendenti dal matrimonio.
L'opinione dell'Autore è che i conservatori, attenti a preservare il matrimonio come istituto fondamentale per la società, dovrebbero vedere con favore la sua estensione alle coppie dello stesso sesso, in quanto istituti alternativi al matrimonio rischiano di metterne irreversibilmente in discussione la centralità.

 

 

Perché i conservatori dovrebbero sostenere il matrimonio tra persone dello stesso sesso



Lo scorso fine settimana è entrata in vigore una nuova legge nel Vermont (n.d.t. la legge è entrata in vigore nel luglio del 2000). Tale legge permette alle coppie dello stesso sesso di costituire una civil union grazie alla quale possono godere di tutti i benefici statali e i doveri discendenti dal matrimonio, senza utilizzarne il nome. La legge inoltre consente ad alcune persone non sposate, sia dello stesso sesso sia di sesso diverso, di divenire reciprocamente beneficiary, facendosi carico in tal modo di prendere decisioni reciproche e assumersi delle responsabilità.

Con la creazione di tali alternative quasi-matrimoniali a mala pena distinguibili dal matrimonio, la legge del Vermont fa una concessione ai conservatori in campo morale e religioso che cercano di preservare la "santità" del matrimonio quale istituzione che rappresenta l'organizzazione delle società occidentali. Paradossalmente, comunque, leggi sperimentali come quella del Vermont indeboliranno l'istituzione matrimoniale, molto più di quanto potrebbe fare la legalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Leggi siffatte non solo riducono il numero totale delle coppie sposate continuando ad escludere le coppie dello stesso sesso, ma incoraggiano nello stesso tempo molte coppie di persone di sesso diverso a scegliere unioni simili, ma al di fuori del matrimonio. A lungo andare, esse minacciano di far diventare obsoleto il matrimonio.

 

 

Le alternative quasi matrimoniali in altri Paesi: alcune linee di tendenza.

Il Vermont non è il primo Stato a creare una alternativa quasi-matrimoniale come compromesso nell'attesa di risolvere la battaglia per il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Nel 1997 in Olanda è stato creato un nuovo istituto: la registrered partnership. Ogni coppia olandese, sia dello stesso sesso sia di sesso diverso, possono costituire una registrered partnership, e ciò fa sorgere nella loro sfera giuridica quasi gli stessi diritti e gli stessi doveri che nascono dal matrimonio. Allo stesso modo nel 1999 la Francia ha creato il Pacte civil de solidarité (PaCS), un istituto the permette sia alle coppie di sesso diverso sia alle coppie dello stesso sesso di impegnarsi solennemente a sostenersi reciprocamente evitando le formalità del matrimonio ovvero, cosa più importante, le difficoltà del divorzio in caso di separazione.

In Spagna hanno seguito tale schema: le coppie gay e lesbiche reclamano il diritto di sposarsi, ma si scontrano con l'opposizione dei conservatori. Ciò stimola lo Stato a creare nuovi regimi per le coppie dello stesso sesso.

A volte la sequenza è invertita, poiché le coppie conviventi dello stesso sesso traggono benefici da norme che all'origine avrebbero dovuto beneficiare le coppie conviventi di sesso diverso.

Per esempio, il Canada inizialmente applicava la sua ampia normativa in materia di convivenza solo alle coppie eterosessuali. Ma a seguito di pronunce della Corte Suprema del paese, il parlamento canadese ha corretto la legge sulle convivenze includendo le coppie dello stesso sesso. La stessa cosa era già avvenuta in Ungheria come conseguenza di una decisione giudiziale.

Quale che sia la sequenza cronologica, il risultato è che un maggior numero di coppie si avvolgono delle alternative al matrimonio.

La tendenza, quindi, è che gli stati offrono a tutte le coppie una lista di opzioni, alcune delle quali simili al matrimonio, tra le quali esse possono scegliere l'alternativa che meglio risponde alle loro esigenze. Generalmente, la lista consente ai partner di scegliere a fronte di un minor grado di obblighi reciproci, un regime di regolazione del rapporto che offra meno benefici in cambio di una più agevole cessazione del vincolo.

 

 

L'attuale lista delle opzioni quasi-matrimoniali in America.

 

In America, noi abbiamo già alcune opzioni  quasi matrimoniali. Innanzi tutto, le coppie possono frequentarsi e comportasi da amici, oppure uno può prendersi cura dell'altro. Tali relazioni non sono regolamentate, ma la legge per lo meno protegge ciascun partner in caso di illeciti civili o penali: per esempio, violenza sessuale, frode di qualsiasi tipo, furto o appropriazione indebita di beni, estorsione.

La convivenza porta ad una maggiore regolamentazione, nell'ambito della quale lo Stato riconosce una sorta di contratto tra i conviventi. Se un partner fa una promessa per indurlo a convivere con lei le corti faranno rispettare coattivamente tale promessa. Se la coppia si accorda nel senso di condividere gli impegni, così che uno si occupi delle questioni domestiche e l'altro si impegni sul lavoro, il tribunale farà in modo che quello impegnato sul lavoro non si arricchisca ingiustamente al momento della rottura del rapporto. (Famoso il caso californiano in materia di diritto agli alimenti, Marvin v. Marvin, che si rifa a tale tipo di regolamentazione; molti Stati e Paesi prevedono tali protezioni legislativamente).

 

 

Altre opzioni per le unioni non fondate sul matrimonio

 

La nuova legge del Vermont suggerisce che la lista delle opzioni in questo paese sta cambiando. Le opzioni che sono già emerse includono le seguenti:

 

  • 1. Reciproca sostituzione nelle decisioni. Due persone, sia che coabitino o meno, possono desiderare di conferire l'uno all'altro la responsabilità di prendere una decisione nel caso in cui uno dei due sia incapace e non possa prenderla da solo a causa, per esempio, di una lesione cerebrale conseguente ad un incidente d'auto o ad una malattia in fase terminale. La nuova legge del Vermont prevede tale possibilità espressamente; in alcuni Stati, le corti stanno facendo la stessa cosa considerandola come un accordo implicito o come una forma di curatela fiduciaria.
  • 2. Coabitazione aggiuntiva ("unitive"rules). Se i conviventi stanno insieme per un lungo periodo o si accordano per iscritto, lo Stato può applicare loro le unitive rules. Tali norme considerano i conviventi come un'unità (ciò che in francese si definisce vie commune) e garantisce loro benefici finanziari o di altro tipo che riflettono tale unità per lo meno in alcuni ambiti. Il nuovo istituto francese del PaCS già ricordato, e le norme canadesi sulla coabitazione allargata, costituiscono due esempi.
  • 3. Registered partenership. Alcuni Stati intendono consentire alle coppie che vogliono impegnarsi in una relazione piuttosto lunga, senza però sposarsi, di registrarsi come conviventi. Alcuni conviventi non hanno necessità di coabitare. Essi ricevono i benefici contenuti nella diversa lista di opzioni prima citata (includendo quelli standard secondo le norme vigenti) e essi accollano anche impegni aggiuntivi l'uno nei confronti dell'altro. Esempi di tale tipo di normativa includono la legge del Vermont sulle civil union e varie leggi europee sulle registered partenership.

 

 Le liste delle alternative e il matrimonio

Scegliendo da una lista di alternative siffatta, una coppia può scegliere il livello di riconoscimento statale che meglio risponde ai suoi bisogni. Ma una lista che offre tutte queste scelte può in definitiva essere controproducente. Molte coppie che volessero scegliere il matrimonio non lo farebbero avendo a disposizione altre possibilità, come nel caso del PaCS francese o dell'istituto della mutua assistenza del Vermont. Queste altre opzioni offrono la possibilità di una più facile via d'uscita rispetto al matrimonio e la facilità di porre fine alla relazione ridurrà la durata della relazione stessa. Se non fosse per la costosità e le difficoltà del divorzio, un maggior numero di coppie si disgregherebbero a fronte di minori ed effimere difficoltà.

Come luogo migliore per la realizzazione individuale e per la crescita della prole, ci si dovrebbe preoccupare che queste nuove istituzioni facilitino le coppie nel godere dei molteplici benefici pubblici senza un eccessivo carico per lo stato.

Queste leggi non solo rendono il matrimonio meno speciale, ma diminuiscono la difficoltà di divorziare. Ciò dovrebbe angosciare i conservatori religiosi tanto quanto i sostenitori del matrimonio gay. Allora, se i conservatori vogliono davvero preservare il matrimonio - non solo l'omofobia - è tempo per loro di unire le forze a quelle dei sostenitori del matrimonio gay in una causa comune.



William N. Eskridge, jr., è Professore di Diritto alla Yale Law School.

 

Leggi la VERSIONE ORIGINALE del saggio

La Risoluzione - di cui riportiamo integralmente il testo - politicamente rappresenta una presa di posizione molto importante dopo quanto successo in Polonia e Lettonia. Infatti, il governo polacco ha impedito che si tenesse una manifestazione a sostegno dei diritti delle persone omosessuali e il parlamento lettone, lo scorso 15 dicembre, ha riformato la propria Costituzione chiarendo che il matrimonio è esclusivamente un'unione tra un uomo e una donna.

Il Parlamento europeo era già intervenuto in passato in tale materia. Si ricordano: (a) la Risoluzione sulla parità dei diritti delle persone omosessuali nella Comunità europea, 8.2.1994, con la quale il Parlamento europeo ha individuato come obiettivo delle azioni comunitarie la rimozione degli "ostacoli frapposti al matrimonio di coppie omosessuali ovvero a un istituto giuridico equivalente, garantendo pienamente diritti e vantaggi del matrimonio e consentendo la registrazione delle unioni"; (b) la Risoluzione sul rispetto dei diritti umani nell'Unione europea, 16.3.2000, con cui il Parlamento europeo ha chiesto "agli Stati membri di garantire alle famiglie monoparentali, alle coppie non sposate e alle coppie dello stesso sesso parità di diritti rispetto alle coppie e alle famiglie tradizionali, in particolare in materia di legislazione fiscale, regime patrimoniale e diritti sociali".

 

Il Parlamento europeo ,

-   visti gli obblighi internazionali ed europei in materia di diritti umani, quali quelli contenuti nelle convenzioni delle Nazioni Unite sui diritti dell'uomo e nella Convenzione europea sui diritti dell'uomo e le libertà fondamentali,


-   viste le disposizioni della legislazione dell'Unione europea sui diritti umani, in particolare la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea(1) , nonché gli articoli 6 e 7 del trattato sull'Unione europea, , nonché gli articoli 6 e 7 del trattato sull'Unione europea,


-   visto l'articolo 13 del trattato che istituisce la Comunità europea, che assegna alla Comunità il potere di adottare misure finalizzate alla lotta alle discriminazioni basate, tra l'altro, sull'orientamento sessuale e di promuovere il principio dell'uguaglianza,


-   viste la direttiva 2000/43/CE del Consiglio, del 29 giugno 2000, che attua il principio della parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla razza e dall'origine etnica(2) , e la direttiva 2000/78/CE, del 27 novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro(3) , che proibiscono le discriminazioni dirette o indirette basate sull'origine razziale o etnica, la religione o le convinzioni personali, gli handicap, l'età o l'orientamento sessuale, , e la direttiva 2000/78/CE, del 27 novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro , che proibiscono le discriminazioni dirette o indirette basate sull'origine razziale o etnica, la religione o le convinzioni personali, gli handicap, l'età o l'orientamento sessuale,


-   visto il paragrafo 1 dell'articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali, che vieta "qualsiasi forma di discriminazione fondata sul sesso, la razza, il colore della pelle, l'origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l'appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, gli handicap, l'età o le tendenze sessuali",


-   visto l'articolo 103, paragrafo 4, del suo regolamento,


A.   considerando che l'omofobia può essere definita come una paura e un'avversione irrazionale nei confronti dell'omosessualità e di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali (GLBT), basata sul pregiudizio e analoga al razzismo, alla xenofobia, all'antisemitismo e al sessismo,


B.   considerando che l'omofobia si manifesta nella sfera pubblica e privata sotto forme diverse, quali discorsi intrisi di odio e istigazioni alla discriminazione, dileggio, violenza verbale, psicologica e fisica, persecuzioni e omicidio, discriminazioni in violazione del principio di uguaglianza, limitazioni arbitrarie e irragionevoli dei diritti, spesso giustificate con motivi di ordine pubblico, libertà religiosa e diritto all'obiezione di coscienza,


C.   considerando i recenti eventi preoccupanti verificatisi in vari Stati membri, ampiamente segnalati dalla stampa e dalle ONG, che vanno dal divieto di tenere marce per l'orgoglio gay o per l'uguaglianza all'uso di un linguaggio incendiario, carico di odio o minaccioso da parte di esponenti politici di primo piano e capi religiosi, la mancata protezione e, addirittura, la dispersione di dimostrazioni pacifiche da parte della polizia, le manifestazioni violente di gruppi omofobi e l'introduzione di modifiche costituzionali espressamente mirate a impedire le unioni tra persone dello stesso sesso,


D.   considerando, nel contempo, che in taluni casi si sono registrate reazioni positive, democratiche e tolleranti da parte della popolazione, della società civile e delle autorità locali e regionali che hanno manifestato contro l'omofobia, nonché da parte della magistratura che ha preso provvedimenti contro le discriminazioni più sensazionali e illegali,


E.   considerando che in alcuni Stati membri i partner dello stesso sesso non godono di tutti i diritti e le protezioni riservati ai partner sposati di sesso opposto, subendo di conseguenza discriminazioni e svantaggi;


F.   considerando, al tempo stesso, che in un numero crescente di paesi europei si stanno adottando iniziative intese a garantire pari opportunità, integrazione e rispetto e ad offrire protezione contro la discriminazione basata sull'orientamento sessuale, l'espressione di genere e l'identità di genere, nonché ad assicurare il riconoscimento delle famiglie omosessuali,


G.   considerando che la Commissione ha dichiarato il suo impegno ad assicurare il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali nell'UE ed ha istituito un gruppo di Commissari responsabili in materia di diritti umani;


H.   considerando che non tutti gli Stati membri hanno introdotto nei loro ordinamenti misure atte a tutelare le persone GLBT, come invece richiesto dalle direttive 2000/43/CE e 2000/78/CE, e che non tutti gli Stati membri stanno combattendo le discriminazioni basate sull'orientamento sessuale e promuovendo l'uguaglianza,


I.   considerando che occorrono ulteriori azioni a livello dell'UE e degli Stati membri per eradicare l'omofobia e promuovere una cultura della libertà, della tolleranza e dell'uguaglianza tra i cittadini e negli ordinamenti giuridici,


1.   condanna con forza ogni discriminazione fondata sull'orientamento sessuale;


2.   chiede agli Stati membri di assicurare che le persone GLBT vengano protette da discorsi omofobici intrisi d'odio e da atti di violenza omofobici e di garantire che i partner dello stesso sesso godano del rispetto, della dignità e della protezione riconosciuti al resto della società;


3.   invita con insistenza gli Stati membri e la Commissione a condannare con fermezza i discorsi omofobici carichi di odio o le istigazioni all'odio e alla violenza e a garantire l'effettivo rispetto della libertà di manifestazione, garantita da tutte le convenzioni in materia di diritti umani;


4.   chiede alla Commissione di far sì che la discriminazione basata sull'orientamento sessuale sia vietata in tutti i settori, completando il pacchetto antidiscriminazione fondato sull'articolo 13 del trattato, mediante la proposta di nuove direttive o di un quadro generale che si estendano a tutti i motivi di discriminazione e a tutti i settori;


5.   sollecita vivamente gli Stati membri e la Commissione a intensificare la lotta all'omofobia mediante un'azione pedagogica, ad esempio attraverso campagne contro l'omofobia condotte nelle scuole, le università e i mezzi d'informazione, e anche per via amministrativa, giudiziaria e legislativa;


6.   reitera la sua posizione relativa alla proposta di decisione che istituisce l'Anno europeo delle pari opportunità per tutti, secondo la quale la Commissione deve garantire che tutte le forme di discriminazione di cui all'articolo 13 del trattato e all'articolo 2 della proposta siano considerate e trattate in maniera equilibrata, come indicato nella posizione del Parlamento sulla proposta(4) , e ricorda alla Commissione la sua promessa di seguire da vicino questa materia e di riferire in merito al Parlamento; e ricorda alla Commissione la sua promessa di seguire da vicino questa materia e di riferire in merito al Parlamento;


7.   esorta vivamente la Commissione a garantire che tutti gli Stati membri abbiano recepito e stiano correttamente applicando la direttiva 2000/78/CE e ad avviare procedimenti d'infrazione contro gli Stati membri inadempienti; chiede inoltre alla Commissione di assicurare che la relazione annuale sulla tutela dei diritti fondamentali nell'UE comprenda informazioni complete ed esaustive sull'incidenza di atti criminosi e violenze a carattere omofobico negli Stati membri;


8.   insiste affinché la Commissione presenti una proposta di direttiva riguardante la protezione contro tutte le discriminazioni per i motivi menzionati nell'articolo 13 del trattato, con lo tesso campo di applicazione della direttiva 2000/43/CE;


9.   esorta la Commissione a prendere in considerazione il ricorso alle sanzioni penali per i casi di violazione delle direttive basate sull'articolo 13 del trattato;


10.   chiede agli Stati membri di adottare qualsiasi altra misura che ritengano opportuna nella lotta all'omofobia e alla discriminazione basata sull'orientamento sessuale e di promuovere e adottare il principio dell'uguaglianza nelle loro società e nei loro ordinamenti giuridici;


11.   sollecita gli Stati membri ad adottare disposizioni legislative volte a porre fine alle discriminazioni subite dalle coppie dello stesso sesso in materia di successione, proprietà, locazione, pensioni, fiscalità, sicurezza sociale ecc.;


12.   plaude alle iniziative recentemente intraprese in numerosi Stati membri volte a migliorare la posizione delle persone GLBT e decide di organizzare il 17 maggio 2006 (Giornata internazionale contro l'omofobia) un seminario finalizzato allo scambio delle buone pratiche;


13.   reitera la sua richiesta avanzata alla Commissione di presentare proposte che garantiscano la libertà di circolazione dei cittadini dell'Unione e dei loro familiari nonché del partner registrato di qualunque sesso, come indicato nella raccomandazione del Parlamento del 14 ottobre 2004 sul futuro dello spazio di libertà, sicurezza e giustizia(5);


14.   chiede agli Stati membri interessati di riconoscere finalmente che gli omosessuali sono stati tra i bersagli e le vittime del regime nazista;


15.   incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione alla Commissione e ai governi degli Stati membri e dei paesi in via di adesione e candidati. 

(1) GU C 364 del 18.12.2000, pag. 1.

(2) GU L 180 del 19.7.2000, pag. 22.

(3) GU L 303 del 2.12.2000, pag. 16.

(4) Testi approvati, P6_TA(2005)0489..

(5) GU C 166 E del 7.7.2005, pag. 58.

 

 

 

Allegati

risoluzione europea_1994.doc
 

Dal pacs alle unioni civili, dalle unioni civili al "riconoscimento giuridico dei diritti, prerogative e facoltà delle unioni di fatto". Dapprima poteva apparire soltanto una questione nominalistica, anche se l'insieme del testo lasciava trasparire ben altro. Ora le scelte operate dall'Unione appaiono in tutta la loro chiarezza.

Ricordiamo ancora una volta le parole di Franco Grillini, che aveva definito il pacs "la mediazione della mediazione, oltre la quale v'è la rinuncia". Ebbene, siamo ora in presenza della mediazione della mediazione della mediazione della mediazione. Non più la soluzione scandinava, o la soluzione francese, ma piuttosto, parrebbe, la soluzione vaticana al problema.

 

La proposta dell'Unione potrà, forse, avere qualche rilievo per le coppie formate da persone di sesso diverso che non intendono sposarsi, anche se, come vedremo oltre, la formulazione del testo licenziato dal tavolo dell'Unione con il solo dissenso coerente ed apprezzabile della Rosa nel Pugno potrebbe riservare amare sorprese anche a tale riguardo.

Certamente così non sarà per le coppie formate da persone dello stesso sesso, per le quali, ben lungi da un traguardo in termini di uguaglianza formale e sostanziale, si prospetta il perpetuarsi della tradizione italiana fatta di disparità di trattamento. La proposta disattende in primo luogo la nota risoluzione del Parlamento Europeo del 1994, i cui contenuti furono più volte ripresi da successive risoluzioni, che richiedeva agli stati membri di estendere l'istituto matrimoniale o altri istituti equivalenti alle coppie formate da persone dello stesso sesso.

 

L'istituto matrimoniale è stato esteso da tre paesi europei, Paesi Bassi, Belgio e Spagna. Numerosi altri paesi, e precisamente Svezia, Danimarca, Islanda, Finlandia, Norvegia, Regno Unito, Germania, Repubblica Ceca (la cui proposta di legge è stata approvata poche settimane orsono in via definitiva dal Senato del paese) hanno optato per la creazione di un istituto equivalente che fosse disponibile soltanto per le coppie formate da persone dello stesso sesso, ma che riconoscesse a tali coppie la maggior parte (o la quasi totalità) dei diritti derivanti dal matrimonio. Istituti che il giurista olandese Kees Waaldijk ha definito "quasi-matrimoni".

Altri paesi ancora, tra cui Francia, Andorra e Lussemburgo, hanno preferito una soluzione più debole, rappresentata dai patti civili di solidarietà.

Soltanto il Portogallo, già ben cinque anni orsono, ha optato per una soluzione di riconoscimento di alcuni diritti alle unioni di fatto, benchè abbia poi introdotto più recentemente nella propria Carta costituzionale il divieto di discriminazione fondata sull'orientamento sessuale.

 

E crediamo questo sia un punto sul quale occorre soffermarsi. La soluzione prospettata dall'Unione non soltanto perpetua disuguaglianze sia dal punto di vista formale e sostanziale. Non solo è intrinsecamente conservatrice e anti-europea: basti pensare alle riforme che i leader socialdemocratici, laburisti e socialisti europei, e nello specifico Schroeder, Blair e Zapatero, hanno saputo proporre; ma si pensi altresì che il modello del pacs era sostenuto dal partito popolare di Aznar in Spagna e che i neogollisti francesi hanno recentemente presentato un disegno di legge per migliorare il pacs francese, ampliando la gamma di diritti riconosciuti e riducendo le distanze con il matrimonio, mentre a sinistra si inizia a discutere dell'estensione dell'istituto matrimoniale alle coppie formate da persone dello stesso sesso. V'è di più.

Il riconoscimento dei diritti delle unioni more uxorio è già una realtà persino in Croazia ed in Slovenia: ed il parlamento croato già nel 2003 non ha esitato ad estendere specificamente ed espressamente i diritti alle unioni di fatto formate da persone dello stesso sesso.

 

Ma in Italia parole quali "coppie formate da persone dello stesso sesso", "omosessuale", "orientamento sessuale" sono tabù. Ed ai soggetti in questione si negano diritti civili, diritti di cittadinanza, diritti umani. A tal punto che il gruppo della Margherita al Parlamento europeo si è astenuto al voto sulla risoluzione contro l'omofobia che il Parlamento ha recentemente approvata a larga maggioranza, con il supporto di gran parte del partito popolare europeo, una risoluzione che equiparava l'omofobia al razzismo, al sessismo, all'antisemitismo, e condannava l'istigazione all'odio omofobo ed alla discriminazione fondata sull'orientamento sessuale. Ma era troppo per i parlamentari della Margherita, che si sono dissociati persino dall'orientamento del gruppo di appartenenza.

Oggi in nome dello stesso tabù il centrosinistra si appresta a respingere il riconoscimento giuridico delle coppie more uxorio, indipendentemente dal fatto che siano formate da persone dello stesso sesso o di sesso diverso, preferendo invece l'opzione del "riconoscimento giuridico dei diritti, prerogative e facoltà alle persone che fanno parte delle unioni di fatto".

 

Allora soffermiamoci sulla nuova formulazione. Respinta l'ipotesi di un riconoscimento giuridico delle unioni civili, che avrebbe aperto all'introduzione di un nuovo istituto, conditio sine qua non per una proposta a nostro avviso minimamente accettabile, si preferisce il riconoscimento dei diritti alle persone che fanno parte dell'unione di fatto. La proposta indica soltanto che debba esistere un "sistema di relazioni sentimentali, assistenziali e di solidarietà": quali sono le persone che potranno beneficiare del riconoscimento dei diritti, visto che persino il termine "coppia" è stato accuratamente evitato? Come saranno considerate le relazioni familiari (convivenza tra fratelli, o parenti di altro ordine o grado) che certamente possono essere inquadrate nell'ambito di un "sistema di relazioni sentimentali, assistenziali e di solidarietà"? Quali saranno i criteri per il riconoscimento dei diritti? Ma, soprattutto, quali saranno i diritti? L'espressione utilizzata appare ridondante e palesemente artificiosa, lasciando di fatto spazio ad una interpretazione tanto restrittiva da ammettere al più il riconoscimento di pochi diritti extrapatrimoniali o di quei diritti che già l'ordinamento riconosce sulla base della giurisprudenza in materia. Ed in assenza di meccanismi di registrazione la titolarità di tali diritti non potrà che fondarsi su requisiti, presumibilmente di carattere temporale o patrimoniale, particolarmente onerosi per le cosiddette persone che fanno parte di unioni di fatto, eludendo quelle che sono le reali necessità per le coppie more uxorio. Pertanto, la nuova proposta non soltanto non chiarisce gli elementi di dubbio che avevamo espresso in precedenza (vedi Se le unioni civili..., alla pagina www.cgil.it/org.diritti/homepage2003/unioni.htm), ma piuttosto esplicita inequivocabilmente i nostri timori e le nostre previsioni, e palesa l'accettazione della linea proposta, o forse imposta, dalla gerarchia vaticana.

 

Non resta che trarre alcune conclusioni. Quando alcuni esponenti politici definiscono l'istituto del pacs un simil-matrimonio, avanzando azzardate interpretazioni del dettato costituzionale, evidentemente dimostrano di non avere le basilari nozioni giuridiche riguardo alla materia che trattano, lasciandosi di conseguenza strumentalizzare dai giudizi provenienti da Oltretevere. E quando altri esponenti politici affermano di voler trovare una soluzione condivisa che rispetti la sensibilità degli italiani, forse dimenticano che la grande maggioranza degli italiani, secondo tutte le ricerche, più o meno autorevoli, si sono espressi in favore dell'introduzione di un nuovo istituto giuridico quale il pacs, ed una apprezzabile maggioranza si è detta persino a favore dell'estensione del matrimonio alle coppie formate da persone dello stesso sesso. Poiché però le parole sono sempre frutto di laboriosi compromessi, forse ci era sfuggito che per soluzione condivisa si intende quella condivisa da Stato Italiano e Santa Sede, e gli italiani cui si fa riferimento sono italiani più o meno illustri, ma certamente riveriti, quali coloro che siedono alla Conferenza Episcopale Italiana.

 

 

Dr. Stefano Fabeni, LL.M. 

Dr. Maria Gigliola Toniollo

 

 

Roma/New York, 10 febbraio 2006

 

  Structure

1) The "privatisation" of marriage: the end of an institution?

2) The right to marry and the sense of difference

3) Legal definitions and interpretations of marriage: civil society, public policy and the Courts

a)    Transsexual case: the 'social' argument and beyond biological based definition/concept of marriage - European Court of Human Rights, Goodwin v. United Kingdom, 2002

b)   The Constitution as a "living tree": balance of interests and law evolutionary interpretation - Supreme Court of Canada, Reference Re-Same sex marriage, 2004

c)    Equality - Dignity argument: against "separate but equal" doctrine and for "united in diversity" principle - Constitutional Court of South Africa, Ministry of Home Affairs v. Fourie, 2005.

 

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niccolò.doc

Della Riforma matrimoniale Zapatero si sente parlare spesso. Per molti italiani conservatori Zapatero è ormai il legislatore spregiudicato per antonomasia, che non si cura di niente e di nessuno (figurarsi... neppure della tradizione!!!) e che va avanti per la sua strada.
Non tutti in Italia, però, la pensano allo stesso modo. E non serviva certo Crozza ad invocarlo come simbolo di un sano e laico spirito innovatore.

Certo è che in Italia ha destato scalpore la riforma spagnola del regime matrimoniale che altrove (Olanda e Belgio, per rimanere all'Europa) era legge da tempo. Questo perchè ai nostri occhi la Spagna al pari dell'Italia avrebbe dovuto subire il freno della componente dell'opinione pubblica di area cattolica.
Non è stato così e la ragioni non sono tutte di carattere sociologico, come qualcuno potrebbe pensare. Il fatto è che - a detta di molti intellettuali iberici - la società spagnola e la rappresentazione che i media ne danno non coincidono.

Molti cittadini italiani si sono dimostrati interessati alla riforma, perchè in quanto omosessuali non hanno accesso all'istituto matrimoniale nel nostro Paese. Nell'articolo che pubblichiamo vengono analizzati gli aspetti più procedurali e burocratici della Riforma spagnola. Conoscerli, però, può rivelarsi in alcuni casi necessario.
Conoscere i propri diritti è la precondizione dell'essere liberi. Forse anche questo saggio può essere un passo sulla strada verso la libertà.

 

 

 

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Circolare_MatrimStranieri.pdf
legge_13-2005-Spagna.pdf
matrimonio_spagna_rotelli.doc

L'indagine conoscitiva sulle tematiche riguardanti le unioni di fatto ed il patto civile di solidarietà è stata l'occasione per i componenti della Commissione giustizia della Camera dei Deputati di ascoltare l'opinione di alcuni giuristi sulla proposta di introdurre nel nostro sistema un istituto, il Patto civile di solidarietà, che consenta alle coppie conviventi (che non vogliono o non possono contrarre matrimonio) di regolare i loro rapporti a carattere patrimoniale e non patrimoniale e nello stesso tempo di rendere opponibile ai terzi tale relazione giuridica.

Si noterà, leggendo il testo delle diverse audizioni, un elemento comune a tutte: il sostanziale favore rispetto all'introduzione del PaCS nel sistema italiano. Certo, tale opinione di volta in volta è stata sostenuta con argomentazioni diverse e, in almeno un caso, sono state espresse alcune puntualizzazioni circa il suo contenuto e il suo ambito di applicazione.

Ciò nonostante, il dato che maggiormente colpisce è la distanza tra il sostanziale favore degli esperti ascoltati in Commissione (che è bene ricordare sono stati convocati sulla base delle richieste sia della maggioranza di governo sia dell'opposizione, latrice della proposta di legge posta alla base dei lavori della commissione stessa) e la negazione assoluta dell'opportunità di introdurre il PaCS nel nostro Paese che sorprendentemente (ma fino ad un certo punto) proviene proprio dalle fila del centro-sinistra. 

 

Non è un mistero per nessuno che nel programma elettorale di tale schieramento politico sia scomparso il riferimento non solo al PaCS, ma anche alla necessità di tener presente, nella prossima Legislatura, i risultati cui è pervenuta l'indagine conoscitiva in parola. Bisogna ricordare, per inciso, che tale riferimento era invece presente nell'accordo tra le forze politiche che aveva preceduto la stesura finale del programma del centro-sinistra elaborato a San Martino in Campo il 5 e 6 dicembre scorso.

La scelta attuale sembra, dunque, destinata ad ignorare definitivamente la proposta di legge sul PaCS e con essa i lavori della Commissione giustizia.

Una tale scelta, tanto più insensata alla luce della proposta alternativa del riconoscimento di alcuni diritti per le coppie di conviventi - proposta che non solo implica la negazione di un'uguale dignità delle coppie conviventi rispetto alle coppie unite in matrimonio, ma espone le prime al rischio di un vuoto normativo tutte le volte in cui si presenteranno casi non contemplati espressamente dal legislatore - induce a riproporre all'attenzione del lettore quanto affermato dagli esperti ascoltati in Commissione nel corso dell'indagine conoscitiva.

Dalla lettura integrale degli interventi - che sarebbe consigliabile soprattutto a quanti si sono improvvisati nelle ultime settimane conoscitori della materia - si evincono alcuni punti fermi. 

 

Raffaele Torino ha tenuto a precisare l'isolamento che in tale materia caratterizza il nostro Paese sul piano europeo: " in pressoché tutti i paesi della tradizione giuridica occidentale esistono schemi legali alternativi al matrimonio. Per quale motivo in Italia non accade la stessa cosa?

La prima ragione è sicuramente data dalla necessità di fornire una tutela a chi non può accedere al matrimonio, segnatamente agli omosessuali. Non è un caso che tutti i nuovi schemi familiari alternativi al matrimonio sono accessibili alle coppie omosessuali e non è neppure un caso il fatto che alcuni di questi schemi familiari sono riservati soltanto agli omosessuali, come in Scandinavia, in Germania e in Inghilterra. (...) La posizione isolata dell'Italia in Europa porterà presto ad alcuni problemi, che in realtà già stanno emergendo. Come prima ricordava il presidente, l'Italia fa parte, insieme agli altri paesi membri dell'Unione europea, di uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia e con l'adesione ai principi fondamentali dei trattati di Roma e alla Costituzione recentemente approvata, i cittadini comunitari hanno un diritto alla libera circolazione su tutto il territorio europeo, cui si aggiunge un diritto al ricongiungimento familiare. Ebbene, cosa faranno i nostri giudici o i nostri amministratori quando una coppia di un pacte francese, che si trasferisce in Italia, o una coppia di un matrimonio omosessuale olandese, residente in Italia, chiederanno il riconoscimento?".

 

Francesco Donato Busnelli, è senza dubbio stato il più critico nei confronti della proposta, ma non tanto nel senso di negare l'utilità del nuovo strumento giuridico, quanto nel denunciarne la limitazione alle coppie unite da un progetto di vita affettivo fondato su una relazione di carattere sessuale. A suo giudizio, la parola solidarietà dovrebbe richiamare alla mente qualsiasi relazione diversa da quella matrimoniale che comporti una comunanza di vita, finendo con il comprendere anche le relazioni stabili di amicizia, la convivenza tra due persone anziane e sole, ovvero la convivenza tra studenti universitari. 

 

Chi scrive ha espresso le sue riserve rispetto a tale opinione nel corso della sua audizione, svoltasi il 5 ottobre 2005. Per brevità qui si ricordano soltanto le perplessità di carattere economico che una riforma del genere comporterebbe per il nostro ordinamento (dovremmo riconoscere il diritto alla pensione di reversibilità anche a due amici che hanno convissuto un certo tempo insieme?) e il fermo rifiuto di mettere sullo stesso piano relazioni affettive che umanamente e socialmente hanno significati molto diversi (il PaCS si interessa di chi intende costruire una famiglia fondata sull'affetto e su una relazione di carattere sessuale senza ricorrere al matrimonio, non si interessa dei problemi giuridici che nascono dal semplice fatto di vivere sotto lo stesso tetto per necessità economica o per affetto amicale).

 

All'avvocato Marina Marino è toccato il compito di ricordare una cosa fin troppo ovvia per un giurista, ma che - a quanto pare - tanto ovvia non è, viste le dichiarazioni recenti di esponenti politici afferenti ai diversi partiti di destra e di sinistra: la convivenza more uxorio è una realtà ben conosciuta dalla giurisprudenza del nostro paese, eppure la mancanza di una normativa chiara e sistematica in tale materia espone i cittadini a decisioni spesso contrastanti se non a volte arbitrarie.

 

Stefano Rodotà ha invece, sottolineato la portata innovativa dell'art. 9 della Carta di Nizza, sostenendo che "l'articolo 9 della Carta dei diritti fondamentali dell'UE ha imboccato, nell'apparenza, lo stesso sentiero della Convenzione europea del 1950, ma in realtà ne ha radicalmente modificato la portata e il significato. Non c'è più il riferimento a uomini e donne e si dice esplicitamente: «Il diritto di sposarsi e il diritto di costituire una famiglia sono garantiti», affermando così esplicitamente che si tratta di diritti autonomi e distinti (...) L'affermazione contenuta nella Carta, in un documento che si presenta come il primo Bill of rights del secondo millennio, ferma rimanendo la competenza dei singoli Stati in materia - riserva permanente che ha comunque una giustificazione nelle dinamiche culturali dei diversi paesi - è particolarmente importante per una ragione: il matrimonio tradizionale e gli schemi alternativi non sono più considerati nella logica della regola e dell'eccezione ma sono posti sostanzialmente sullo stesso piano dalla Carta. Il diritto di sposarsi e il diritto di costituire una famiglia sono garantiti dalle leggi nazionali. Dunque, l'introduzione, a livello nazionale, di discipline o schemi alternativi al matrimonio non è più da considerarsi come una eccezione ad un principio, ma come realizzazione di una condizione di parità di questi schemi dal punto di vista della considerazione che ne fa la Carta".

 

Ma l'audizione che maggiormente tocca l'attualità del dibattito in corso è quella di Amedeo Santosuosso. Se ne avesse la disponibilità economica sarebbe bello stamparla e farla leggere a chi continua ad affermare - come un alibi all'inerzia legislativa, retoricamente molto efficace - che l'art. 29 Cost. impedirebbe l'introduzione del Patto civile di solidarietà nel nostro Paese.

Riporto le parole esatte del magistrato che perderebbero lapidarietà e forza se fossero parafrasate: "l'articolo 29 non può essere interpretato come una norma che impone un certo tipo di unione matrimoniale. L'articolo indica soltanto un particolare impegno della Repubblica italiana nel riconoscere il matrimonio. Se una legge, per ipotesi - parliamo ovviamente per assurdo -, decidesse di abrogare il matrimonio, sarebbe in contrasto con l'articolo 29 della Costituzione.

Tuttavia, l'articolo 29 non può essere interpretato come una norma che esclude che lo Stato possa regolare altre forme di unione. Questo è un punto estremamente importante, perché se si interpretasse l'articolo 29 come una norma che impone esclusivamente quel tipo di unione, questo entrerebbe in conflitto con altre norme della Costituzione stessa. Mi riferisco all'articolo 2, che riguarda il riconoscimento dei diritti fondamentali in tutte le formazioni sociali, e all'articolo 3, che sancisce il principio di eguaglianza e, soprattutto, di non discriminazione. Se, dunque, l'articolo 29 venisse interpretato come imposizione coattiva porterebbe ad una discriminazione".

 

In definitiva, l'indagine conoscitiva ha avuto il merito di fornire al Legislatore gli elementi per decidere nella maniera più serena possibile, al riparo da qualsiasi preclusione ideologica. Non attingere al contenuto di quell'indagine e arrestare la riflessione per opportunismo elettorale sarebbe un errore che avrà conseguenze negative sulla vita di migliaia di cittadini, che partecipando attivamente alla vita politica, economica e sociale del Paese si aspettano non solo di veder tutelati i loro diritti, ma di non subire alcuna discriminazione in ragione delle proprie scelte di vita.

Una notazione conclusiva. Particolarmente spiacevole è stato leggere dichiarazioni di esponenti ulivisti, tra i più importanti, in base alle quali poiché i PaCS interessano una minoranza del Paese sarebbe preferibile occuparsi dei problemi che affliggono un maggior numero di cittadini.

Non credo che nessuno di coloro che sostengono l'introduzione dei PaCS in Italia abbia mai pensato che ciò dovesse distogliere l'attenzione del Legislatore da altri problemi pur gravi e coinvolgenti la maggioranza degli italiani. Ma a parte tale ovvia considerazione, dispiace che la tutela di una minoranza di cittadini sia considerata una questione di secondaria importanza specie da parte di chi fa di una società inclusiva un obiettivo da raggiungere con la propria azione di governo.

Varrà forse la pena ricordare le parole di Martin Luther King: "Anche una sola ingiustizia minaccia la giustizia di tutti".

 

 

 

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AUDIZIONE TORINO.pdf
AUDIZIONE SANTOSUOSSO.pdf

Pubblichiamo il testo di un decreto del Tribunale dei Minori di Milano che affronta per la prima volta il caso di due madri alle prese con una controversia sul diritto di visita ai minori (figli biologici di una delle due), dopo la loro sepazione.

Per un commento puntuale alla decisione si rinvia a F. Bilotta, Una decisione contraddistinta da un profondo rispetto per l'interesse del minore, nota a Trib. Min. Milano, 2 novembre 2007, in Famiglia e minori, Il Sole24ore, Milano, 2008, n. 3, 88-89.

 

 

 

 

 

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TDM MILANO.doc

È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 72 del 27 marzo il decreto legislativo di attuazione della Direttiva 2004/38 della Comunità Europea, relativa al diritto dei cittadini dell'Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri. 
È stata elaborata durante gli anni del governo Berlusconi e vi ha contribuito l'allora ministero alle politiche comunitarie Rocco Buttiglione. La libera circolazione dei cittadini europei da un paese all'altro è uno dei cardini sui quali si basano gli accordi comunitari. Gli spostamenti possono avvenire per vari motivi: per poter intraprendere un nuovo lavoro, per studiare oppure per vivere in un altro paese europeo una volta che si è andati in pensione. Naturalmente il cittadino europeo che si sposta ha il diritto di portare con sè i propri familiari, e questo è un aspetto sul quale si è molto dibattuto viste le disparità sul concetto di famiglia che ci sono da un paese all'altro. 

Nella maggioranza dei paesi europei, come noto, le coppie omosessuali sono considerate famiglia, con varie modalità che variano da paese a paese. L'Italia, ancor oggi, non permette a due persone omosessuali di poter ufficializzare in alcun modo la propria relazione e questo mette i gay e le lesbiche su un piano di oggettiva inferiorità rispetto agli altri cittadini. 
Ad esempio, se un italiano eterosessuale che lavora per una multinazionale è trasferito alla sede di New York anche al coniuge verrà concesso il permesso di soggiorno e dunque si potrà trasferire senza problemi, ma per il cittadino italiano omosessuale e il/la compagno/a questo è impossibile, in quanto non si può produrre alcuna certificazione che attesti la relazione e dunque l'immigrazione statunitense non rilascerà il visto per il partner. Rimanendo in ambito europeo è importante sottolineare che l'implementazione delle Direttive è un atto dovuto. Infatti anche l'Irlanda e l'Austria (tra i pochi rimasti che ancora  non hanno una normativa sulle coppie di fatto) hanno già recepito la Direttiva 38 e dunque rilasciano permesso e carta di soggiorno per il partner, anche se dello stesso sesso, in conformità con "il divieto di discriminazione contemplato nella Carta gli Stati membri e senza operare tra i beneficiari della stessa alcuna discriminazione fondata su motivazioni quali sesso (...) o tendenze sessuali." 

Il ‘coniuge'
Il testo italiano di recepimento della Direttiva all'art. 2 specifica che per "familiare" si intende "il coniuge" oppure "il partner che abbia contratto con il cittadino dell'Unione un'unione registrata sulla base della legislazione di uno Stato membro, qualora la legislazione dello Stato membro ospitante equipari l'unione registrata al matrimonio e nel rispetto delle condizioni previste dalla pertinente legislazione dello Stato membro ospitante." Già questo punto pone un quesito interessante riguardante il ‘coniuge': se un tedesco che ha lavorato e contratto matrimonio in Canada con un canadese vuole venire a vivere in Italia, il nostro paese concede il permesso di soggiorno anche al suo sposo canadese? C'è da ricordare che la Corte di Giustizia europea ha già affermato il fatto che la libera circolazione è uno dei diritti fondamentali dei cittadini dell'UE, per cui l'Italia non può impedire al suddetto tedesco di poter venire a vivere qui, e certamente non lo può costringere a separarsi dalla persona con la quale è sposata. Ma andiamo avanti. 

La "relazione stabile debitamente attestata"
Il seguente art. 3 poi specifica che ci sono anche altri "aventi diritto", oltre a quelli elencati dall'art. 2. Il decreto "si applica a qualsiasi cittadino dell'Unione che si rechi o soggiorni in uno Stato membro diverso da quello di cui ha la cittadinanza" e che, "senza pregiudizio del diritto personale di libera circolazione", lo Stato membro ospitante deve agevolare l'ingresso e il soggiorno anche a chi "é a carico o convive, nel paese di provenienza, con il cittadino dell'Unione". Anche al "partner con cui il cittadino dell'Unione abbia una relazione stabile debitamente attestata dallo Stato del cittadino dell'Unione." L'effetto più macroscopico di questa nuova legge sarà che dall'11 di aprile in poi un cittadino europeo che ha una relazione stabile e attestata anche con un cittadino extracomunitario avrà la possibilità di trasferirsi in Italia col proprio partner, mentre gli stessi italiani che sono nella stessa identica situazione (partner non europeo) si vedranno negata tale possibilità. Su questo punto però il recepimento italiano creerà problemi: se ad esempio un francese ha vissuto e lavorato per anni in Gran Bretagna e ha un'unione civile "attestata" dalle autorità inglesi (dunque da uno Stato diverso dal suo) ciò si traduce in una limitazione alla libertà di movimento col partner. Da notare infatti che il testo originale della direttiva (quello pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale delle Comunità europee n. L 158 del 30 aprile 2004) parlava semplicemente di "relazione debitamente attestata" e che l'aggiunta che tale attestazione deve e essere fatta "dallo Stato del cittadino dell'Unione" esiste solo nel testo italiano.
 
I "motivi di ordine pubblico"
Nei casi sopra descritti il diritto di ingresso e di soggiorno non è automatico ma ogni Stato membro ospitante deve effettuare un "esame approfondito della situazione personale e giustifica l'eventuale rifiuto del loro ingresso o soggiorno." Elencando le possibili "limitazioni al diritto di ingresso e di soggiorno" l'art. 20 del decreto italiano prevede che "Il diritto di ingresso e di soggiorno dei cittadini dell'Unione e dei loro familiari, qualsiasi sia la loro cittadinanza, può essere limitato solo per motivi di ordine pubblico o di pubblica sicurezza." Questi provvedimenti vanno "adottati nel rispetto del principio di proporzionalità ed in relazione a comportamenti della persona, che rappresentino una minaccia concreta e attuale tale da pregiudicare l'ordine pubblico e la sicurezza pubblica. L'esistenza di condanne penali non giustifica automaticamente l'adozione di tali provvedimenti." 

Da notare ora un'altra cosa: il testo originale della Direttiva pubblicato sulla gazzetta europea (art. 27, comma 2) continuava specificando che "Il comportamento personale deve rappresentare una minaccia reale, attuale e sufficientemente grave da pregiudicare un interesse fondamentale della società. Giustificazioni estranee al caso individuale o attinenti a ragioni di prevenzione generale non sono prese in considerazione." Questo paragrafo è ‘scomparso' dalla versione italiana. Perché?
Gli italiani con meno diritti degli stranieri
Quello che succede con questo recepimento è che, dall'11 aprile in poi, giorno di entrata in vigore della legge, sarà quindi possibile a un partner extracomunitario ricongiungersi a un cittadino Ue. Ma continuerà ad essere impedito a un italiano di farsi raggiungere nel suo stesso paese dal suo partner. Un gran bel caso di palese discriminazione questa volta messa in atto da uno Stato verso i suoi stessi cittadini, quando omosessuali: impossibilitati a sposarsi, come in Spagna o Olanda, e impossibilitati a poter contrarre un'Unione civile, come in Gran Bretagna. Impossibilitati perfino a vedersi riconosciuta come semplice ‘coppia di fatto' convivente, come sarebbe nelle intenzioni dei DiCo, provvedimento di basso profilo che ha tentato di mettere fine a qualche discriminazione ma contro il quale si è scatenata tutta l'intransigente intolleranza dei vertici della chiesa e di gran parte della vecchia classe politica che ci governa. E grazie alla quale siamo ormai rimasti l'unico tra i sei paesi fondatori della Comunità Europea che dalla stessa attinge in abbondanza fondi e finanziamenti, ma continua a negare a parte dei propri cittadini quei diritti civili che già tutti gli altri paesi riconoscono. Non è, crediamo, niente di cui andare orgogliosi.

 

 

 

 

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dlgs 30_2007_taddeucci direttiva.doc
 

Per semplicità si possono registrare tre tipi di reazioni: la presa di distanza (dell'on. Fini che oltre alle scuse rivolte alla diretta interessata pare abbia gratificato di un giudizio non proprio lusinghiero il suo compagno di partito); il chiarimento (del Ministro Bindi che ci ha tenuto a ribadire che a lei gli uomini piacciono, aggiungendo una battuta mordace all'indirizzo del Senatore); il monito (dell'on. Grillini che - chissà se confortato dalla scienza personale o dalla legge dei grandi numeri - ha confermato agli italiani che anche in AN ci sono degli omosessuali).
In modo diverso queste tre reazioni restituiscono al lettore la stessa impressione: rendono esplicito il vero senso delle parole del Senatore. Sono un insulto, o per lo meno sono state percepite come tale. Dare ad una donna della lesbica, o ad un uomo del gay, in Italia nel 2006, significa marchiarlo, ascriverlo ad una minoranza che va tenuta il più possibile ai margini della vita pubblica. E' l'insulto massimo a nord come a sud. 

In un Paese sereno - e non è il nostro - in cui l'omosessualità è uno dei modi di vivere la propria affettività, la reazione doveva essere un'altra. Bisognava chiedersi - e avrei avuto piacere, dopo le dichiarazioni per la prima volta non razziste di un politico di aerea cattolica quale è la Bindi, che fosse stata proprio lei a porgere la domanda piuttosto che rispondere piccata al Senatore - scusi ma perché una lesbica non può occuparsi della famiglia?
Il problema non è tanto che un omosessuale non possa essere ministro o ricoprire una funzione pubblica. Non era questo il senso delle parole del Senatore. La sua affermazione è ben più grave: un omosessuale non può occuparsi di famiglia, sottintendendo che la ragione di tale impossibilità è l'inidoneità a crearne una.
Né basterebbe un'interpretazione restrittiva e bonaria della frase, secondo cui una persona non sposata non potrebbe occuparsi di questioni legate alla famiglia. Del resto le suore e i preti - tanto per citare due categorie che nel nostro Paese godono di stima e rispetto generali - si occupano di famiglia ogni giorno. 

Ma lasciamo stare le polemiche. Preme piuttosto riflettere sulla motivazione pseudo-giuridica del Senatore. Una lesbica non si può occupare di famiglia - è la sua tesi - perché la famiglia per la Costituzione italiana è quella fondata sul matrimonio ed è quindi formata necessariamente da due persone di sesso diverso.
Per brevità è bene ricordare al Senatore alcune delle questioni che evidentemente gli sfuggono.
Sarebbe opportuno innanzitutto che lui e quelli che la pensano come lui - a quanto pare disseminati trasversalmente nell'emiciclo di Montecitorio e di Palazzo Madama - rileggessero con attenzione l'art. 29 Cost. Sarà così possibile che si avvedano che c'è scritto chiaramente che la famiglia è una realtà sociale che preesiste al matrimonio. Pertanto, richiamare detta norma quale ostacolo per il riconoscimento delle convivenze al di fuori del matrimonio è un grave errore interpretativo anche alla luce delle pronunce della Corte Costituzionale la quale, quando è stata chiamata ad affrontare questioni legate alle convivenze di fatto, ha chiarito che si tratta di due diverse forme di vita comune, ognuna dotata di propria dignità, e caratterizzate la prima (la convivenza) dal maggior spazio alla soggettività individuale dei conviventi e la seconda (il matrimonio) dal maggior rilievo alle esigenze obiettive della famiglia come tale.
Se poi avessero anche la pazienza di leggere la Costituzione per intero scoprirebbero che il diritto alla realizzazione personale è un diritto fondamentale ed inviolabile sancito dagli artt. 2 e 3 Cost. il cui riconoscimento (anche nel contesto di un rapporto di convivenza) deve prescindere dalla considerazione dell'orientamento sessuale dei singoli.
Le persone omosessuali già oggi in Italia hanno creato nuclei familiari stabili e duraturi. Occorre ribadire che sotto il profilo giuridico non vi è alcun ostacolo costituzionale a concedere loro un riconoscimento formale (minimo) come il PaCS o (massimo) come il matrimonio. 

Visto che nei giorni scorsi Mons. Maggiolini ha ripreso Giuliano Amato sulla questione delle radici cristiane della Costituzione europea, intimandogli di tacere visto che non conosce la storia del cristianesimo (accusa francamente risibile se rivolta ad un uomo di cultura come Amato), viene da suggerire lo stesso self-restraint alle gerarchie cattoliche, che ormai vengono ascoltate come esegeti raffinati di un testo (la Costituzione italiana), che richiede competenze che loro non hanno.
Da ultimo, è il caso di ricordare al Senatore che in altre parti del mondo la famiglia omosessuale è una realtà pluridecennale che ha dato ottima prova di sé. Pertanto, prima di profondersi in giudizi sull'adeguatezza delle persone omosessuali ad occuparsi di famiglia, sarebbe più sensato preoccuparsi della loro emarginazione e della difficoltà di vivere in una società in cui sono cittadini con molti doveri e quasi nessun diritto.