MASSIMA - Il combinato disposto degli artt. 1 e 2 della direttiva 2000/78/CE osta ad una normativa in base Alla quale, dopo il decesso del suo partner con il quale ha contratto un'unione solidale, il partner superstite non percepisce una prestazione ai superstiti equivalente a quella concessa ad un coniuge superstite.

È compito del giudice a quo verificare se il partner di unione solidale superstite sia in una posizione analoga a quella di un coniuge beneficiario della prestazione ai superstiti prevista dal regime previdenziale di categoria. 

 

ABSTRACT - La Corte di giustizia ha interpretato per la prima volta il divieto di discriminazione sulla base dell'orientamento sessuale sancito dalla direttiva 2000/78/CE, statuendo su un caso riguardante i diritti pensionistici del partner registrato, superando i propri precedenti in materia. Pur avendo scelto di non attribuire particolare rilevanza al considerando n. 22 della direttiva, che esclude dall'ambito di applicazione della direttiva le norme nazionali sullo stato civile e le prestazioni che ne derivano, la ricostruzione della fattispecie in termini di discriminazione diretta lascia irrisolta la questione della comparabilità dell'unione registrata rispetto al matrimonio secondo la legislazione nazionale.

 

Il presente commento è apparso originariamente su Famiglia e diritto, n. 7/2008, 60

 

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Premessa

La legge olandese prevede che le relazioni familiari e le unioni stabili possano essere regolate in più modi. Sono permessi e regolati: 1. il matrimonio (Marriage); 2. l'unione registrata (Registered partnership); 3. il contratto di coabitazione (Cohabitation agreement).

Il matrimonio e l'unione registrata sono molto simili, entrambi ricollegati al diritto e concetto di famiglia, ma differiscono sostanzialmente per quanto riguarda le modalità di scioglimento del rapporto e il regime giuridico della filiazione. Il contratto di convivenza, invece, non ha alcun rilievo per il diritto di famiglia e può essere assimilato ad un contratto privatistico di mutuo aiuto, al quale si possono ricollegare eccezionalmente alcuni effetti di tipo pubblicistico . Il matrimonio e l'unione registrata, da una parte, e il contratto di coabitazione dall'altro hanno scopi e contenuti molto diversi. Le differenze più rilevanti possono individuarsi: 1.  nel grado e nella necessità di formalizzare il rapporto; 2.  nel contenuto di diritti e doveri previsto direttamente dalla legge o rimesso alla libera determinazione della parti; 3.  nella rilevanza dei rapporti giuridici solo tra le parti o anche rispetto a terzi; 4.  nella presupposta esistenza di un legame affettivo-sessuale, con le limitazioni che ne derivano.
Ciascun rapporto prevede un certo livello di formalizzazione, in particolare in riferimento al momento della nascita dell'unione, tuttavia nel caso di unioni stabili non formalizzate in alcun modo (unioni di fatto nelle quali la stabilità è desunta dal semplice passare del tempo), esiste comunque la possibilità che si determinino conseguenze giuridiche direttamente previste dalla legge, per esempio nel campo della tassazione e della sicurezza sociale. Il contratto di coabitazione, come detto, è un contratto di diritto privato con il quale le persone coabitanti possono stabilire di dividere i costi di mantenimento della casa e di supportarsi a vicenda economicamente. Altresì possono stabilire regole per la gestione dei propri conti corrente e dividere o compartire i propri guadagni e i propri beni. L'accordo può essere redatto con scrittura privata oppure da un notaio con atto pubblico. Questa seconda forma è richiesta necessariamente per poter avere dei diritti sulla pensione del partner che premuore, nonché alcuni riconoscimenti che le imprese prevedono per i dipendenti che vivono una relazione di tipo familiare o parafamiliare (fringe benefits).

Matrimonio, unione registrata e contratto di coabitazione hanno in comune solo alcune caratteristiche: a) sono consentiti solo tra maggiorenni (18 anni), ad eccezione di casi particolari; b) non è rilevante il sesso o l'orientamento sessuale dei partner. Quindi sono riconosciute le unioni omosessuali; c) i presupposti o gli accordi alla base del rapporto non devono confliggere con la morale, l'ordine pubblico e la legge Il regolamento del matrimonio e dell'unione registrata, invece, è quasi identico, tanto che ciò determina le seguenti regole generali: - non si può essere sposati o registrati con più di una persona per volta. Chi è sposato non può registrarsi e chi è registrato non può sposarsi; - non sono permessi tra chi ha legami di sague stretti: tra genitori e figli, nonni e nipoti e tra fratelli e sorelle. Possono essere fatte delle eccezioni per persone legate da rapporti di adozione. Si ricava da ciò che al matrimonio e all'unione registrata: - sono riconosciuti la stessa dignità sociale e un valore giuridico coincidente nei punti caratterizzanti;
- presuppongono sempre un rapporto di coppia non solo caratterizzato dal mutuo sostegno tra i partner, ma anche da un loro legame affettivo-sessuale. 


(continua)

 

 

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Leggendo i giornali di più ampia diffusione, inclusi quelli della sinistra, si trae la chiara sensazione di un evento -la nascita dei DICO- che, seppur con molti limiti, sta segnando un primo timido passo verso la creazione di un sistema di diritti che includa anche gruppi di persone fino ad ora esclusi da ogni forma di protezione sociale. 

Tant'è che anche all'interno del movimento GLBT vi è una componente che punta, pur lamentando la troppa "prudenza" della legge, ad una approvazione della proposta, possibilmente migliorata (non si capisce da chi, visto che la proposta è stata firmata da tutti i partiti della maggioranza).

Mi permetto perciò di intervenire nel dibattito come economista esperta di sistemi di protezione sociale; una esperienza che mi permette di analizzare le conseguenze di una eventuale introduzione dei DICO nel nostro sistema da un punto di vista non comune, che credo possa fornire a tutti materiale per un dibattito più meditato ed articolato. La nuda realtà è che questa proposta di legge non è il "poco, ma sempre meglio del niente attuale" che molti ci vogliono far credere; I DICO rischiano, se approvati, di riuscire in un'impresa che neppure si poteva immaginare: togliere diritti a chi già non ne aveva. I DICO sono la proposta di un sistema punitivo destinato a peggiorare le condizioni concrete di vita delle coppie omosessuali. Infatti, per ora, i membri di una coppia di fatto, ai fini del sistema di protezione sociale, sono trattati esattamente come i single, mentre i diritti alle erogazioni di protezione sociale dei membri di un DICO saranno minori di quelle spettanti ai single.

I DICO non sono una cattiva legge, bensì una legge cattiva. Lascio ai giuristi la discussione delle parti già tanto controverse sul riconoscimento formale delle coppie, sulla regolamentazione delle visite negli ospedali e sulla successione nel contratto di affitto, per concentrarmi su altre parti della proposta che possono perfino apparire, ad un'analisi molto frettolosa, delle mezze conquiste. Mi riferisco proprio alle parti che regolamentano la successione (che comporta qualche concessione al riconoscimento di diritti successori molto limitati, dopo almeno 9 anni di DICO, vale a dire non prima del 2017 - una concessione alla possibilità di ripensamento del legislatore?) e, soprattutto, alla pensione ai superstiti; in questo caso l'unica cosa decisa è il limite massimo ai diritti acquisibili dalle coppie DICO, molto inferiore a quello attualmente concesso ai coniugi, non sono invece definiti limiti minimi al di sotto dei quali i diritti previdenziali dei membri di un DICO non possono andare. In altre parole non sono previsti interventi di protezione sociale aggiuntivi rispetto alla situazione in essere. Nessuno dei trasferimenti di protezione sociale previste per i coniugi (assegni familiari e al nucleo familiare, licenza matrimoniale, assenze dal lavoro per assistere il coniuge malato ...) e nessuna detrazione d'imposta per carichi familiari è stata estesa ai membri di un DICO. Basta però inserire la proposta di legge nel contesto di protezione sociale italiano per capire che i DICO non sono solo una collezione di dichiarazioni cattive ed offensive contro le persone omosessuali, ma sono anche uno strumento per ridurre la quota di spesa sociale che le persone omosessuali oggi ricevono. L'ironia sta proprio nel meccanismo pratico che permetterà di ridurre i trasferimenti e i servizi a cui ora possono accedere alcune persone omosessuali: l'appartenenza allo stesso nucleo anagrafico, condizione necessaria per essere membro di un DICO. Per capire il funzionamento del meccanismo che voglio descrivere basta immaginare che le persone omosessuali abbiano, come tutti, dei percorsi di vita articolati e complessi. Mettiamo che la nostra persona omosessuale abbia anche altre caratteristiche che gli/le permettono di accedere ad un qualche servizio sociale. Ad esempio, sia la madre di un bambino che va all'asilo nido, o sia un anziano malato e bisognoso di assistenza di lunga durata. Questo tipo di servizi viene erogato o finanziato dai comuni e il contributo chiesto alla famiglia dipende dal reddito della famiglia del soggetto coinvolto ("prova dei mezzi"). Il calcolo della retta avviene secondo un meccanismo piuttosto complicato, chiamato ISEE, che tiene in considerazione la numerosità famigliare, il reddito e la ricchezza di tutti i membri della famiglia. Questo è il trucco: la famiglia considerata ai fini del calcolo dell'ISEE è la famiglia anagrafica. Se quindi la nostra signora, madre di bebè, si unirà (firmerà? stipulerà? raccomanderà?) anagraficamente in un DICO, il reddito dell'altro membro del DICO verrà considerato ai fini dell'ISEE (da subito) e quindi la retta da pagare all'asilo nido aumenterà, da subito. "Naturalmente", la compagna della nostra signora che deve contribuire al mantenimento e alla cura del bebè, non ha con quest'ultimo/a alcun legame riconosciuto, neppure nel caso di morte della madre naturale: niente eredità, niente reversibilità, perfino bebè adottabile da estranei, purché eterosessuali e sposati. Lo stesso discorso, ovviamente, si applica al caso del signore anziano e malato, se unito con DICO ad un partner, questi avrà l'obbligo di assistenza economica e materiale e perciò dovrà pagare la retta (maggiorata) per l'assistenza domiciliare o della casa di cura cattolica. Magari senza poter neanche visitare il compagno perchè, come la legge permetterà, il regolamento della casa di cura autorizza le visite solo per figli e coniuge.

Ogni occasione ha la sua famiglia. A ben vedere si tratta di un meccanismo molto semplice: c'è una definizione di famiglia quando si deve dare e un'altra quando si deve prendere (chi l'ha detto che adesso la famiglia è una sola?). L'idea geniale sta proprio nel definire famiglia le coppie omosessuali solo quando le si deve far pagare. E' molto difficile credere che questo meccanismo sia sfuggito agli estensori del progetto di legge, se non altro perchè L'ISEE è stata introdotta dal precedente governo di centro sinistra, di cui la Bindi faceva parte. A dire la verità, il meccanismo che ho appena descritto è un vecchio trucco, conosciuto da tempo, di fatto incluso nell'armamentario di quasi tutti i sistemi di sicurezza sociale. Esempi sono il Regno Unito dove le coppie di fatto (di fatto proprio, non unite civilmente) non possono accedere ai trasferimenti previsti per i coniugi, ma vedono i loro redditi sommati per il controllo dei mezzi ai fini dell'accesso all'assistenza sociale. Oppure in Francia, dove i partner informali non accedono certo al quoziente famigliare, ma gli assistenti sociali vengono spediti senza remore ad annusare le lenzuola dei conviventi per appurare l'esatta natura dei loro rapporti, si sa mai che si possano mantenere reciprocamente così da risparmiare sull'erogazione del reddito minimo d'inserimento, in caso di indigenza di uno dei due. La differenza rispetto al nostro paese è che mentre negli altri paesi ci si può sottrarre alla discriminazione sposandosi o unendosi civilmente, da noi l'unione nei DICO sarebbe proprio il mezzo attraverso il quale il meccanismo discriminatorio agisce. La condizione prospettata per le coppie omosessuali sarebbe un po' come quella degli ebrei nell'Europa medievale: il diritto di esistere, pagato con tasse salate versate ai cristiani, vivendo marchiati con la stella di David sui vestiti e chiusi in un ghetto (o, almeno, con un certificato anagrafico che indica una cittadinanza di serie B); se capita l'occasione, con i bambini sottratti per essere educati in un ambiente più consono ai bisogni del loro spirito. Non si tratta di un evento senza precedenti, i pionieri dei diritti delle persone omosessuali sono spesso caduti in questo tranello, negli anni ottanta. Chi si occupa di politiche sociali sa benissimo che nella babele delle norme e politiche in atto si producono interazioni di ogni genere, con effetti non sempre ovvi (ma in questo caso lo sono). Per questo la valutazione degli effetti di una politica si fa misurando la variazione delle imposte versate, dei trasferimenti ricevuti e dei servizi fruiti seguendo i concreti percorsi di vita delle persone, non certo sulla base di affermazioni di principio e dichiarazioni di "civiltà" autocertificate dagli estensori di una legge. Ho troppa stima per la competenza dei ministri e dei politici del centro-sinistra che si occupano di sicurezza sociale per pensare che conoscano così male i ferri del mestiere da essere scivolati su una buccia di banana. Questa proposta di legge non ha certo lo scopo di migliorare le condizioni di vita degli omosessuali. Credo quindi che i nostri politici ci debbano almeno una spiegazione -seria però, stavolta - sul perchè hanno deciso di portarla avanti.

La sentenza della Corte d'Appello di Firenze in oggetto, è stata definita come "un evento di portata storica" in ordine ad una tematica, quella dei matrimoni omosessuali, che nel nostro ordinamento continua a trovare ostacoli all'attribuzione di qualsivoglia rilevanza giuridica, malgrado il mutamento della realtà sociale ed i plurimi inviti rivolti dalla Comunità Europea ai singoli Stati membri a realizzare anche sul piano degli istituti giuridici familiari una parità di diritti per le persone dello stesso sesso.

Sebbene, infatti, ormai da tempo, si sia presa coscienza che, nel persistente silenzio legislativo, il solo modo per ottenere una qualche protezione e riconoscimento per le unioni tra persone dello stesso sesso, è ricorrere all'alternativa via giurisdizionale, è la prima volta, nella storia del diritto italiano, che tale questione viene posta all'esame di un collegio di giudici quale è la Corte d'Appello.

In particolare la Corte di Firenze si è trovata a dover decidere sul reclamo congiunto avanzato, il 14 novembre scorso, da Matteo Pegoraro ed il suo compagno Francesco Piomboni, avverso il decreto motivato emesso in sede di volontaria giurisdizione dal Tribunale Ordinario di Firenze, giudice Dott.ssa Papait, con il quale è stato respinto il ricorso dagli stessi presentato ex art. 98 c.c., 95 DPR 396/2000 e 737 c.p.c., avverso l'asserito illegittimo e discriminatorio rifiuto dell' Ufficio di Stato Civile del Comune di Firenze di effettuare le loro pubblicazioni matrimoniali ritenendole contrarie all'ordinamento italiano ove, come si evincerebbe dalle norme del codice civile, il rapporto di coniugo è inteso solo tra soggetti di sesso diverso.

I ricorrenti muovendo da tale affermazione, hanno proposto reclamo alla Corte d'Appello di Firenze assumendo, a motivo d'impugnazione del reclamo, che il Tribunale ha errato, appunto, in primo luogo, nell'affermare, a condivisione di quanto sostenuto dall'Ufficio di Stato Civile, che la nozione di matrimonio ricavabile dalla normativa positiva presuppone la diversità di sesso tra i nubendi; in secondo luogo che, posto l'assenza di una normativa in materia, non necessariamente il legislatore deve dare rilevanza giuridica ai mutamenti del costume e della realtà sociale ma, anzi, è la giurisprudenza che deve svolgere una funzione promozionale rispetto ai diritti delle minoranze discriminate così colmando la lacuna normativa; in terzo luogo, ma non ultimo che, anche qualora sussistesse un effettivo divieto nell'ordinamento italiano per le persone dello stesso sesso di contrarre matrimonio, esso risulterebbe contrario ad uno dei principi fondamentali della Costituzione quale è il principio di uguaglianza di cui all'art. 3 Cost.

La Corte d'Appello, avanti alla quale il Comune di Firenze si è costituito esponendo nuovamente le motivazioni del suo diniego alla richiesta di pubblicazione delle nozze, ha inusualmente e, quindi, inaspettatamente, disposto l'audizione delle parti, dimostrando, come mai era accaduto fino ad ora, il proprio interesse, più che ad addivenire ad una sentenza scontata ed immediata, ad affrontare con attenzione, serietà e professionalità una questione tanto delicata quanto attuale.

Il Collegio fiorentino, pur rigettando il reclamo, nelle sue motivazioni ha, infatti, dimostrato ancora una volta originalità nell'affrontare la vicenda sottoposta al suo esame, evidenziando, preliminarmente, che la questione non era tanto quella di affermare, nuovamente, che l'ordinamento italiano non prevede una disciplina positiva delle unioni tra persone dello stesso sesso, quanto piuttosto se, posta tale assenza di previsione normativa, fosse ammissibile o meno un'estensione tout court della disciplina positiva esistente con riferimento alle unioni tra persone di sesso diverso, anche a quelle tra persone dello stesso sesso; nonché se, l'eventuale impossibilità di una tale estensione, costituisse o meno violazione dei principi costituzionali, con particolare riferimento al principio d'uguaglianza, e di quelli sovranazionali europei.

Per rispondere al primo quesito, il Collegio è partito dalla considerazione che l'istituto matrimoniale, essendo un istituto giuridico di diritto pubblico e non essendo inserito nella prima parte della Carta Costituzionale ( Principi Fondamentali Artt. 1 - 12 Cost ), sebbene nell'art. 29 Cost. quale riflesso del principio d'uguaglianza all'interno del matrimonio, non è qualificabile ne' come istituzione pre-giuridica, ne' come diritto fondamentale dell'individuo, e come tale costituisce un limite all'intervento giurisdizionale, la cui sostituzione al legislatore è ammessa, non per disciplinare ciò che non è previsto dalla normativa positiva creando così nuovi diritti, ma solo per tutelare, alla luce delle norme costituzionali, quelli già esistenti.

Secondo la Corte, cioè, essendo nel caso in specie in discussione"semplicemente un istituto che disciplina determinati effetti che il legislatore tutela come diretta conseguenza di un rapporto di convivenza tra persone...", convivenza che, se attuata attraverso un istituto giuridico, produce effetti che trascendono i rapporti tra le parti, "...tale disciplina ha una valenza pubblica ed è esclusivo compito del legislatore, ovvero sia del corpo sociale attraverso i propri legittimi rappresentanti, dare nuova forma giuridica all'evoluzione del costume creando nuovi diritti".

Una tale conclusione, sostiene la Corte, non risulta essere, peraltro, contraria neanche all'Ordinamento giuridico sovranazionale, dal momento che sia la Comunità Europea, sia la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, in materia matrimoniale, si limitano a dettare i loro principi rimandando ai singoli stati membri l'adeguamento delle legislazioni nazionali.

Accertata l'impossibilità di estendere tout court  la disciplina positiva delle unioni tra persone di sesso diverso a quello dello stesso sesso, la Corte ha affrontato, pronunciandosi anche qui negativamente, il secondo quesito, ovvero se la disciplina dell'istituto matrimoniale, inapplicabile alle coppie dello stesso sesso, costituisca o meno violazione del principio d'uguaglianza di cui all'art. 3 della Costituzione.

Essa ha basato il proprio convincimento sull'interpretazione del principio di uguaglianza, propria dalla stessa Corte Costituzionale (cfr. Corte Cost., sentenza n. 340/2004), in virtù della quale si determina violazione di tale principio solo quando situazioni identiche sono trattate in modo ingiustificatamente diverso mentre tale contrasto non si ha quando alla diversità di disciplina corrispondono situazioni non sostanzialmente identiche. Ciò posto, nel caso di specie, una tale violazione non è configurabile dal momento che il problema non è l'esistenza di una disciplina positiva che limita soltanto alcuni soggetti nell'esercizio dei diritti fissati per la generalità dei consociati ma, piuttosto, la mancata previsione da parte dell'ordinamento giuridico italiano della possibilità stessa di disciplinare le unioni tra persone dello stesso sesso attraverso l'istituto pubblicistico del matrimonio. Secondo la Corte, quindi, manca il presupposto per applicare il principio di uguaglianza: solo qualora la disciplina dell'istituto matrimoniale avesse previsto espressamente il divieto per le persone dello stesso sesso di ricorrervi, si sarebbe potuto ritenere applicabile e violato tale principio. Così, però, non è: in Italia non c'è un espresso divieto per le coppie omosessuali di contrarre matrimonio ma, allo stesso tempo, il ricorrere nelle norme del codice civile dei termini "marito e moglie" e la loro interpretazione nel tempo strettamente collegata all'epoca in cui esso è stato scritto ed in cui non era neanche immaginabile un matrimonio tra persone dello stesso sesso, ha creato nel tempo, condizionata probabilmente dall'ingente rilievo che la Chiesa Cattolica ed il suo pensiero hanno nella realtà italiana, la comune convinzione dell'effettiva esistenza di un tale divieto.

Se così è, se un espresso divieto di contrarre matrimonio tra persone dello stesso sesso non c'è, allora, basterebbe, a detta della stessa Corte d'Appello, che il legislatore si facesse interprete del mutato contesto sociale intervenendo, così come hanno fatto alti paesi europei e non, con una semplice modifica terminologica: sostituire ai termini "marito e moglie" quello di "coniugi" nel Codice Civile attuerebbe una vera e propria rivoluzione dei diritti e dei costumi capace di portare l'Italia, a fianco di paesi quali la Spagna, il Belgio, i Paesi Bassi, il Canada e, di recente anche la California, in un percorso storico diretto a far cessare le discriminazioni basate sulle preferenze sessuali.

In un'Italia dove non si riesce neppure a far approvare una legge sulle unioni civili, aspirare ad un tale risultato sembra, invero, quanto mai illusorio ed utopistico. Ecco perché, malgrado il reclamo presentato da Matteo Pegoraro e Francesco Piomboni sia stato respinto, la sentenza della Corte d'Appello di Firenze, costituendo il primo caso di esame collegiale della questione delle unioni gay ed avendo riconosciuto che il Codice Civile non contiene il divieto espresso per due persone dello stesso sesso di unirsi in matrimonio, costituisce, comunque, un successo per quanti lottano per l'abolizione di ogni discriminazione basata sull'orientamento sessuale auspicando l'effettiva parità sociale di tutti cittadini così come sancita dalla nostra Costituzione.

 

 

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(luned_354 5 novembre 2007_jpg).pdf
CDA_Firenze_628-07.doc

Sommario

1. Premessa - 2. Aspetti internazionalprivatistici: cenni generali - 3. L'opzione «istituzionale», «leggera», ed «interpretativa» - 4. Ipotesi di qualificazione degli istituti stranieri ai fini dell'applicazione delle norme internazionalprivatistiche rilevanti - 5. La validità dell'atto secondo gli articoli 26 ss., l. 218/1995 - 6. Alcuni ambiti di rilevanza degli istituti stranieri nel diritto interno - 7. Aspetti pubblicistici ed esempi di disparità - 8. La partnership ed il matrimonio del cittadino italiano all'estero - 9. Ordine pubblico e ruolo dei diritti fondamentali - 10. (Segue): diritti della persona vs. protezione della famiglia.

 

 

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FERRANDO_cap__24.pdf

Ha di recente preso pubblicamente avvio anche nel nostro Paese il dibattito sulla posizione giuridica delle coppie di fatto e, specificamente, delle coppie formate da persone dello stesso sesso. Il disegno di legge governativo sui Di.Co., scaturito dalla pressante campagna condotta dalle associazioni lgbt (lesbiche, gay, bisessuali, e transgender) sulla proposta di legge relativa al Patto civile di solidarietà (Pacs), è poi sfociato nella proposta relativa al Contratto d'unione sociale (Cus). Prima di allora il Parlamento aveva effettivamente dato avvio a un'indagine conoscitiva sul fenomeno delle convivenze, senza tuttavia giungere ad alcuna soluzione concreta.

Subito smorzato, il dibattito sui Cus è poi stato sostituito da quello sull'omofobia e l'istigazione alla discriminazione, recentemente al centro di una sfortunata vicenda legata a un'imprecisa citazione del Trattato comunitario nell'ambito del c.d. «pacchetto sicurezza».

L'interessante caso discusso e approfondito nelle pagine seguenti riguarda proprio tutti gli aspetti ora richiamati, ancorché in diversa misura e con diversa intensità. Da un lato coinvolge certamente il diritto del lavoro e della discriminazione, trattandosi di controversia concernente un vantaggio salariale previsto dal contratto di lavoro; inoltre chiama in causa, in maniera diretta ed evidente, il ruolo del diritto internazionale privato e di quello comunitario, dal momento che il lavoratore era stato distaccato all'estero e lì eseguiva la propria prestazione. Infine coinvolge, anche se in maniera solo indiretta e mediata, il diritto di famiglia, visto attraverso la particolare ottica del conflitto di leggi.

(CONTINUA)

 

 

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20080506_articoloD&L_BoniniBaraldi.pdf

 

L'Italia è chiamata a recepire due direttive comunitarie che riguardanti il diritto ad avere una famiglia e a al contempo il diritto di soggiornare liberamente all'interno del territorio UE.
La direttiva 2003/86/EC si occupa del diritto al ricongiungimento familiare con riferimento ai cittadini di Paesi terzi, mentre la direttiva 2004/38/EC si occupa del diritto dei cittadini dell'Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri.
In entrambe le direttive è presa in considerazione la situazione in cui si trova:
a) il partner non coniugato che abbia una relazione stabile e duratura, 
b) il partner legato al soggiornante o al cittadino comunitario da una relazione formalmente registrata.
La prima delle due direttive ricordate è scaduta il 3 ottobre 2005, mentre la seconda scadrà il 30 aprile 2006.

Ancora una volta ci troveremo nella imbarazzante situazione di dover essere sollecitati dall'Europa per garantire ai cittadini italiani diritti che la nostra Carta costituzionale già da oggi consente di riconoscere loro. E ciò con buona pace di quanti formulano assurde affermazioni (purtroppo si tratta di professori universitari di diritto privato, che - a quanto pare - non scrivono più saggi, ma dettano agenzie di stampa) in base alle quali in Italia la famiglia sarebbe solo quella fondata sul matrimonio.
Verrebbe da chiedere loro: ma se fosse davvero incostituzionale tutelare le unioni di fatto la giurisprudenza italiana allora ha avuto una svista negli ultimi trent'anni? E anche ad ammettere l'errore umano di qualche magistrato, anche la Suprema Corte si è sbagliata?
L'impressione è che l'ideologia qualche volta offuschi le menti. E il sogno della ragione - si sa - genera mostri.

Il riferimento alla possibilità di affrontare la questione della tutela delle unioni tra persone dello stesso sesso, utilizzando il diritto italiano, non vuol essere nazionalismo. Ben vengano direttive come quelle di cui stiamo parlando. Ricordare, però, che la nostra Carta costituzionale NON IMPEDISCE AFFATTO che le unioni tra persone dello stesso sesso siano tutelate qui ed oggi, serve a mettere tutti dinanzi alle proprie responsabilità a cominciare dai giuristi, per finire con i politici.
Quanto ai giudici - se si eccettua la discutibile decisione del Tribunale di Latina di qualche mese fa - si può dire poco male di loro. Purtroppo, nessuno gli fornisce l'opportunità di applicare la legge italiana vigente e di interpretarla conformemente alla Costituzione. 
Ma di ciò non diremo in questa sede. Già altrove e con insistenza si è ricordato come i cittadini italiani omosessuali stentino a portare le loro istanze dinanzi alle Corti.

Pubblichiamo di seguito una guida di riferimento elaborata da Mark BELL, di ILGA Europe e tradotta in italiano da Roberto TADDEUCCI sul processo di recepimento della direttiva dell'unione europea sulla libertà di movimento.
Certo la condizione delle coppie dello stesso sesso è solo uno dei problemi sollevati dalla direttiva, ma è sicuramente l'aspetto che creerà maggiori problemi al nostro Paese. Per tale motivo una lettura attenta del documento - ne siamo sicuri - contribuirà alla riflessione di quanti saranno chiamati a dare effettività alla normativa comunitaria (francesco bilotta).

 

 

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LIBERTA_MOVIMENTO_UE.doc

La identidad sexual constituye un elemento de la identidad personal en la medida que la sexualidad se halla presente en todas las manifestaciones de la personalidad del sujeto. Es, por ello, que no puede prescindirse de su tratamiento cuando se hace referencia a la identidad personal. 

La identidad sexual, hasta no hace mucho, no ha sido generalmente tratada dentro de la perspectiva antes anotada sino, más bien, como un asunto vinculado con la protección de la integridad corporal de la persona así como con los actos de disposición del propio cuerpo. En los últimos tiempos se le viene considerando, acertadamente, como una dimensión del ejercicio de la libertad personal, de la protección de la salud, entendida ésta dentro del amplio concepto de bienestar integral, y de la afirmación de la identidad personal.

(...)

El sexo, al integrar el genérico concepto de identidad personal, presenta también dos vertientes que, si bien normalmente guardan armonía, algunas veces entran en conflicto, creando situaciones existencialmente angustiosas. De un lado, es posible referirse al sexo desde un punto de vista estático, como un elemento inmutable. Nos referimos, en este caso, al sexo cromosómico. El sexo de las personas se identifica, salvo rarísimas excepciones, por sus caracteres anatómicos y fisiológicos y por su morfología externa. El sexo estático es aquel con el que cada persona nace y muere, bajo el cual el sujeto es inscrito en los registros del estado civil. Este sexo es inmodificable. Por ello, en rigor de verdad, no puede hacerse referencia a un "cambio de sexo" sino, más bien, a una adecuación de la morfología genital y a un consiguiente cambio de prenombre . 

De otro lado, cabe aludir a un sexo dinámico, referido a la personalidad misma del sujeto, a su actitud y comportamiento psicosocial, a sus hábitos y modales, a su manera de sentir y de vivir. Estos caracteres son generalmente coincidentes con el sexo biológico. Sin embargo, existen excepciones como son los casos de intersexualidad (hermafroditismo o pseudohermafroditismo) y aquellos en los que se advierte una elocuente disociación entre las dos vertientes de la sexualidad, es decir, entre la cromosómica o biológica y la psicosocial. Esta última situación es aquella en la que se ubica el denominado "transexual". 

(continua)

 

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sessarego_transessualidad.doc
 

Il DDL del governo prevede alcuni benefici per le coppie coabitanti legata da vincoli affettivi, regolarmente iscritte all'anagrafe. Di questa legge potranno usufruire tanto le coppie, dello stesso o di diverso sesso, con uno stabile progetto di vita in comune (more uxorio), quanto due anziani che vogliano dividere le spese o aiutarsi reciprocamente.
Mentre fino ad oggi dall'iscrizione anagrafica - che certifica solo delle situazioni di fatto- non derivavano direttamente diritti, dall'entrata in vigore della legge, se verrà approvata, potranno derivare diritti per quelle coppie che, dichiarando o avendo dichiarato di essere legate da vincoli affettivi, rientreranno nella definizione di « famiglia anagrafica ».
La legge anagrafica non viene per nulla modificata, quindi, la coppia già è iscritte all'anagrafe come famiglia anagrafica, dovrebbe poter godere della legge senza nessuna iscrizione o dichiarazione aggiuntiva. Gli stati di famiglia l'anagrafe li rilascia già da decenni.
Non si è voluto fare una legge specifica per le coppie di fatto o creare un istituto ad hoc con la registrazione solo per le coppie legate da vincoli affettivo-sessuali, però la struttura è certamente nata per essere riservata a quest'ultimo tipo di relazioni, considerati certi diritti che contiene, come le successioni, la reversibilità, il permesso di soggiorno al partner extracomunitario. 

La soluzione scelta dal governo contiene diverse contraddizioni e lascia dubbi. Solo per citarne due:
(a) è irragionevole che si applichi a fratello e sorella, ma non a nonno e nipote o a suocera e genero;
(b) è irragionevole che possa applicarsi solo ad una coppia, ma non a tre o più persone. Forse l'unico diritto che potrebbe giustificare la scelta fatta nel DDL è quello relativo alla reversibilità: ma questa già oggi non è riservata solo al coniuge, ma anche ai figli e ai nipoti minori che erano a carico del defunto e, in mancanza di questi, ai genitori, ai fratelli celibi e le sorelle nubili. Il principio che vale è che quando a percepire la reversibilità sono più soggetti, questa viene divisa tra loro, ma il totale della somma elargita non può essere mai superiore al 100% della pensione che era percepita dal defunto. Il principio rimarrebbe lo stesso se ad averne diritto fossero più di una persona convivente con il defunto.

Tuttavia va riconosciuto che il DDL nel complesso è positivo, anche se molto migliorabile, perché prova a dare una prima soluzione ai tanti problemi che ogni giorno vengono posti dalle coppie di fatto, così come pure valorizza le convivenze solidaristico-assistenziali.
Però in nessun modo questa legge va nella direzione di riconoscere pari dignità e pari diritti alle coppie omosessuali.
Da un lato perché, continuando ad essere negato l'accesso al matrimonio e non prevedendo neppure un istituto alternativo che abbia lo stesso contenuto, non vengono riconosciute alle coppie omosessuali stessi diritti e stessi doveri di quelle eterosessuali. Dall'altro perché la mancanza di questa possibilità discrimina le coppie dello stesso sesso: infatti nel DDL doveri e benefici si acquistano dopo svariati anni; il diritto di visita e cura negli ospedali è rimesso alla determinazione delle stesse strutture ospedaliere; le scelte in caso di malattia o successive alla morte di uno dei partner possono essere prese dall'altro solo se vi è una precedente procura scritta e solo nei limiti previsti dalle disposizioni vigenti.
Paradossalmente non nel numero minore di diritti, ma nel riconoscerli sotto condizione e a termine, obbligando alla coabitazione - obbligo che manca nel matrimonio - sta la negazione della dignità delle coppie omosessuali.

 

Illustrazione del DDL:

A) Fattispecie

Condizioni per l'applicazione della legge:

1) deve trattarsi di due persone;

2) dello stesso sesso o di sesso diverso;

3) che vivono stabilmente sotto lo stesso tetto;

4) unite da reciproci vincoli affettivi;

5) che si prestano assistenza e solidarietà materiale e morale.

 

Ai fini del DDL i predetti soggetti sono definiti "conviventi".

 

B) Chi

Persone alle quali non si applica:

 

due persone sposate;

genitore e figlia/o (parenti in linea retta di 1° grado);

nonna/o e nipote (parenti in linea retta di 2° grado);

suocera/o e genero/nuora (affini in linea retta di 1° grado);

nonna/o e marito/moglie del/della nipote (affini in linea retta di 2° grado);

due persone legate da adozione o affiliazione;

due persone di cui uno sia tutore, curatore o amministratore di sostegno dell'altro;

due persone legate da rapporti contrattuali, anche lavorativi, che comportino necessariamente l'abitare in comune (per esempio la/il badante retribuita e l'assistito/a).

 

È incomprensibile il fatto che la legge non si applichi alle coppie nelle quali uno sia stato nominato amministratore di sostegno dell'altro. Il codice civile prevede proprio che il coniuge o il convivente siano scelti con precedenza su tutti gli altri all'ufficio di amministratore.

 

Persone alle quali si applica:

 

fratelli e sorelle (parenti in linea collaterale di 2° grado);

zio/zia e nipote (parenti in linea collaterale di 3° grado);

marito e fratello/sorella della moglie (affini in linea collaterale di 2° grado);

moglie e fratello/sorella del marito (affini in linea collaterale di 2° grado);

nipote e moglie dello zio o marito della zia (affini in linea collaterale di 3° grado);

zio/zia e moglie del nipote o marito della nipote (affini in linea collaterale di 3° grado);

tutti i parenti e gli affini fino al 6° (massimo grado di parentela e affinità riconosciuti dalla legge);

tutti coloro che tra di loro non sono né parenti né affini;

 

 

C) Come

Come si può beneficiare della legge?

 

Si deve essere già iscritti o bisogna iscriversi all'anagrafe come "famiglia anagrafica".

 

La legge anagrafica è in vigore dal 1954, l'attuale regolamento attuativo dal 1989: in base ad essa tutti sono obbligati ad iscriversi all'anagrafe e a comunicargli, entro 20 giorni dalla data in cui si sono verificati i fatti - pena, se il fatto non costituisca reato più grave, l'applicazione di un'ammenda:

a) il trasferimento di residenza da un comune all'altro;

b) il cambio di abitazione all'interno dello stesso comune;

c) la costituzione di una nuova famiglia o di una nuova convivenza, ovvero i mutamento intervenuti nella loro composizione.

L'anagrafe è organizzata in base a schede: 1) per ciascuna persona residente sul territorio comunale viene redatta una scheda personale; 2) se una persona vive nella stessa abitazione con altre, viene inserito anche in un'altra scheda: (a) o in quella di famiglia anagrafica, (b) o in quella di convivenza anagrafica.

I parenti o gli affini che siano coabitanti vengano iscritti d'ufficio nella scheda « famiglia anagrafica »; tutte le altre persone che non siano parenti né affini, sono iscritti nella stessa scheda come « famiglia anagrafica » solo se al momento dell'iscrizione hanno dichiarato (o dichiareranno) di essere legati da vincoli affettivi. Se non lo dichiarano vengono (o sono già stati) registrati nella scheda dedicata alle « convivenze anagrafiche », nella cui definizione non rientrano le persone legate da vincoli affettivi, ma conviventi per altre ragioni.

 

Le comunicazioni all'anagrafe possono farsi recandosi personalmente all'ufficio anagrafico oppure per mezzo di lettera raccomandata - eccetto che nel caso di trasferimento da un comune all'altro.

Ai dichiaranti viene rilasciata ricevuta.

La dichiarazione può essere resa anche da un solo membro della famiglia o della convivenza.

 

Il DDL del governo stabilisce che i benefici, diritti e dovere della legge si applicano alle persone indicate al precedente punto B) che rientrano nella definizione di « famiglia anagrafica ».

 

Il DDL, non modificando in nulla la legge né il regolamento anagrafico, prevede che la « famiglia anagrafica » continui nello stesso modo ad iscriversi, comunicare modificazioni e a cancellarsi dall'anagrafe.

La sola differenza è costituita da un'aggravante: quando l'iscrizione della coppia, che vuole avvantaggiarsi dei contenuti del DDL, viene fatta da uno solo dei partner, anziché da entrambi congiuntamente, il partner che procede all'iscrizione dovrà inviare all'altro membro della coppia una raccomandata con avviso di ricevimento in cui l'avverte di aver proceduto all'iscrizione di entrambi come famiglia anagrafica.

Questa raccomandata diventa di fondamentale importanza perché il certificato di famiglia anagrafica, rilasciato dall'anagrafe, permetterà di godere dei benefici previsti dal DDL solo se unito alla prova dell'invio di questa comunicazione.

 

Il DDL non richiede che le coppie iscritte all'anagrafe come famiglie anagrafiche procedano ad una nuova iscrizione o ad una dichiarazione aggiuntiva per poter beneficiare del contenuto della legge.

 

Stabilisce che le coppie formatesi prima della data di entrata in vigore della legge possano, entro nove mesi, dare la prova di una data di inizio della convivenza anteriore a quella risultante dai certificati dell'anagrafe.

Questo vuol dire poter recuperare il tempo della convivenza pregressa, utile ai fini del raggiungimento della durata minima del rapporto richiesta dal DDL per poter godere dei diritti, per quelle coppie che non sono già iscritte all'anagrafe. Se invece le coppie sono già iscritte all'anagrafe, non dovrebbe porsi alcun problema, in quanto l'ufficio anagrafico potrà certificare essa stessa il periodo pregresso, a condizione che, però, la coppia si sia registrata come « famiglia anagrafica » e non come « convivenza anagrafica ».

Nel silenzio della norma la prova della convivenza pregressa, per le coppie non iscritte all'anagrafe o iscritte come convivenze anagrafiche, dovrà essere data direttamente all'ufficio anagrafico e in caso di non accoglimento al giudice.

Il ricongiungimento del periodo di convivenza pregresso, tuttavia, non sarà possibile con riferimento ai trattamenti pensionistici e previdenziali, per i quali la data della convivenza parte dall'entrata in vigore della legge.

 

Quando della coppia faccia parte una persona legalmente separata e la convivenza è iniziata prima del divorzio - che segna la data di scioglimento legale del matrimonio-, entro tre mesi dal passaggio in giudicato della sentenza di divorzio potrà darsi la prova di una data di inizio della convivenza anteriore a quella della iscrizione all'anagrafe, comunque successiva al triennio di separazione legale calcolato a far tempo dall'avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale.

Quando una persona divorziata inizia una convivenza ai sensi del DDL, questa perde i diritti patrimoniali, successori o previdenziali e le agevolazioni che la legge riconosce all'ex coniuge cessano.

 

Il DDL stabilisce che i diritti patrimoniali, successori o previdenziali e le agevolazioni che contiene cessino qualora uno dei conviventi contragga matrimonio.

 

Al di là del contenuto del DDL, i conviventi rimangono titolari dei diritti e degli obblighi previsti da altre disposizioni vigenti per le situazioni di convivenza, salvi in ogni caso i presupposti e le modalità dalle stesse previste. Bisogna però valutare se questa legge introduce una definizione generale di convivenza, valida per tutto l'ordinamento, per cui sono convivenze solo quelle rientranti nella fattispecie prevista da questo DDL.

 

Per l'esercizio dei diritti e delle facoltà previste dalla legge, la coabitazione deve essere attuale, cioè in corso.

Le certificazioni anagrafiche sono sì atti pubblici, ma attestano unicamente il ‘fatto' della convivenza dichiarata, non che la dichiarazione sia sicuramente vera. Pertanto a fronte di un certificato anagrafico, chiunque sia controinteressato, sia esso un terzo o lo Stato, può:

1.- dare la prova contraria sulla sussistenza di un vincolo di parentela, affinità adozione etc. che preclude i benefici di questa legge;

2.- dare la prova dell'inesistenza (a) dei reciproci vincoli affettivi, (b) della prestazione reciproca dell'assistenza e solidarietà materiale e morale; (c) della coabitazione, (d) della coabitazione stabile; 3.- dare la prova che (e) la convivenza è iniziata successivamente (f) o è terminata in data diversa rispetto alle risultanze anagrafiche. 

 

 

Sanzioni: chi per potere beneficiare della legge, dichiari il falso all'anagrafe:

(a) dichiara di coabitare con un'altra persone, ma ciò non è vero;

(b) dichiara di coabitare con un'altra persona perché a questa è legata da reciproci vincoli affettivi e per prestarsi assistenza e solidarietà materiale e morale, ma ciò non è vero;

è punito con la reclusione da uno a tre anni e con la multa da euro 3000 a euro 10000.

 

Il DDL stabilisce che nel caso sulla base delle false dichiarazioni si fossero ottenuti dei benefici patrimoniali, di questi si possa chiedere la restituzione.

 

 

 

D) Contenuto

Benefici, diritti e doveri previsti dal DDL governativo per le coppie stabili conviventi:

 

solo se e da quando i partner lo stabiliscono

 

Ciascun convivente può designare per iscritto l'altro quale suo rappresentante:

a)      in caso di malattia che comporta incapacità di intendere e volere, al fine di concorrere alle decisioni in materia di salute, nei limiti previsti dalle disposizioni vigenti;

b)      in caso di morte, per quanto riguarda la donazione di organi, le modalità di trattamento del corpo e le celebrazioni funerarie, nei limiti previsti dalle disposizioni vigenti.

Se non si è in grado di firmare l'atto di designazione, è necessario che venga firmato da almeno 3 testimoni.

 

fin dal giorno di inizio della convivenza

 

1) possibilità per uno dei partner, di succedere nel contratto di locazione intestato all'altro, se questi muore o pone fine alla convivenza, a condizione che si abbiano avuti figli comuni;

2) se uno dei due partner lascia per testamento dei beni in eredità all'altro, i beni ricevuti sono esentati da tasse di successione fino al valore complessivo netto di 100.000 euro. Se il valore complessivo netto è superiore a 100.000 euro, si applica l'aliquota del cinque per cento..

 

dal momento in cui la convivenza possa considerarsi stabile

 

Il convivente che abbia prestato attività lavorativa continuativa nell'impresa di cui sia titolare l'altro convivente può chiedere, salvo che l'attività medesima si basi su di un diverso rapporto, il riconoscimento della partecipazione agli utili dell'impresa, in proporzione dell'apporto fornito. 

 

 

quando la stabile convivenza duri almeno da:

 

3 anni

1) Possibilità per uno dei partner, di succedere nel contratto di locazione intestato all'altro, se questi muore o pone fine alla convivenza;

2) la legge e i contratti collettivi disciplinano i trasferimenti e le assegnazioni di sede dei conviventi dipendenti pubblici e privati al fine di agevolare il mantenimento della comune residenza;

3) nell'ipotesi in cui uno dei conviventi versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento, l'altro convivente è tenuto a prestare gli alimenti oltre la cessazione della convivenza, con precedenza sugli altri obbligati, per un periodo determinato in proporzione alla durata della convivenza. L'obbligo di prestare gli alimenti cessa qualora l'avente diritto contragga matrimonio o inizi una nuova convivenza.

 

9 anni

1) ciascun convivente viene considerato dalla legge erede legittimo dell'altro:

a)      eredita un terzo se il convivente defunto aveva un figlio;

b)      eredita un quarto se il convivente defunto aveva più figli;

c)      eredita la metà se sono ancora in vita ascendenti legittimi, fratelli e sorelle del convivente defunto;

d)      eredita due terzi se, in assenza di figli, ascendenti, fratelli e sorelle, ci sono altri parenti del convivente defunto entro il secondo grado in linea collaterale;

e)      eredita tutto negli altri casi.

Il punto d) è un errore e non trova applicazione in quando i parenti del defunto entro il secondo grado, in linea collaterale, sono solo i fratelli e le sorelle, che però sono già ricompresi al punto c).

I beni ricevuti in eredità sono esentati da tasse di successione fino al valore complessivo netto di 100.000 euro. Se il valore complessivo netto è superiore a 100.000 euro, si applica l'aliquota del cinque per cento.

Il diritto successorio cessa qualora uno dei conviventi contragga matrimonio con un'altra persona.

2) in caso di morte del convivente, quello che sopravvive ha il diritto di abitazione sulla casa adibita a residenza della convivenza e di uso sui mobili che la corredano, se di proprietà del defunto o comuni, fatti salvi i diritti dei legittimari (sono tali il coniuge, i figli e relativi discendenti, gli ascendenti legittimi). Tali diritti gravano sulla quota che comunque sarebbe spettante al convivente (vedi punto 1 precedente).

Il diritto cessa qualora uno dei conviventi contragga matrimonio.

 

 

riconoscimenti in via di principio:

 

1) si afferma solo il principio che le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano - che sono competenti in questa materia - devono tenere conto anche delle convivenze in materia di assegnazione di alloggi di edilizia popolare o residenziale pubblica;

2) quando e se sarà riordinata ma materia previdenziale e pensionistica, la legge dovrà prevedere anche i trattamenti che si riconoscono al convivente, tenendo conto di:

a)      una durata minima della convivenza,commisurando le prestazioni alla durata della medesima;

b)      tenendo conto delle condizioni economiche e patrimoniali del convivente superstite.

Il diritto cessa qualora uno dei conviventi o quello superstite contragga matrimonio.

3) le strutture ospedaliere e di assistenza pubbliche e private stabiliscono le modalità di esercizio del diritto di accesso per fini di visita e assistenza di una partner all'altro che sia ospedalizzato;

 

 

riconoscimenti dal contenuto non meglio definito:

 

1. Viene introdotto il permesso di "soggiorno per convivenza", di cui può usufruire il cittadino straniero extracomunitario o apolide, che sia convivente con un cittadino italiano o comunitario e non abbia un autonomo diritto di soggiorno. Tenuto conto che ai fini del DDL governativo per convivenza si intende la stabile coabitazione di due persone; tenuto conto che se non si ha un valido permesso di soggiorno all'anagrafe non si viene iscritti, la formulazione dell'articolo pone diversi dubbi e problemi, soprattutto in termini applicativi. Provo a indicarne solo alcuni:

- il permesso soggiorno per convivenza viene riconosciuto solo all'extracomunitario regolare in Italia, iscritto all'anagrafe e convivente con il cittadino italiano o comunitario che, per qualsiasi motivo, non può più ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno scaduto;

- viene riconosciuto all'extracomunitario che arriva in Italia proprio per cominciare la convivenza, quindi non avendo un autonomo diritto di soggiorno;

- viene riconosciuto all'extracomunitario irregolare in Italia, che abbia già una stabile convivenza con il cittadino italiano o comunitario, se entro nove mesi dall'entrata in vigore dalla legge dimostra che la convivenza dura da tempo;

- viene riconosciuto all'extracomunitario convivente stabilmente all'estero con un cittadino italiano o comunitario, che decidono di trasferirsi in Italia.

La casistica sarebbe lunga e non si sottrarrebbe a possibili abusi. Se passasse così com'è dovrebbe essere fornita una direttiva applicativa dal Ministero dell'Interno e potrebbe essere restrittiva o estensiva.

Considerato che dovrebbero rimettere mani al Testo unico sull'immigrazione, forse si disciplinerà in quella sede questo nuovo tipo di permesso di soggiorno.

2. Il cittadino dell'Unione europea, convivente con un cittadino italiano, che non ha un autonomo diritto di soggiorno, ha diritto all'iscrizione anagrafica di cui all'articolo 9 del decreto legislativo di attuazione della direttiva 2004/38/CE.

 

 

Prima di farla finita, l'ultimo messaggio in una lettera: «Non ce la faccio più». 

Al telegiornale di oggi la Preside ammette che era informata dei fatti. Possibile che nessuno abbia fatto niente per impedire il ripetersi di episodi del genere?

Perchè tutti sono stati a guardare? E' possibile immaginare una forma di (cor)responsabilità della scuola in un caso simile?

 

Negli Stati Uniti si possono rintracciare precedenti giurisprudenziali in materia di responsabilità della scuola per omissione in casi come quello di Marco.

 

Una sentenza della Corte d'Appello Federale, emessa nel 1998 rappresenta uno dei precedenti più interessanti del case law americano nella lotta contro le discriminazioni fondate sull'orientamento sessuale (Nabozny v. Podlesny, 92 F.3d 446, 65 USLW 2116).

Si tratta di un tipico caso di discriminazione per omissione. Con questa sentenza, infatti, è stato deciso che le scuole pubbliche, ove ignorino dolosamente i trattamenti discriminatori cui sono fatti oggetto i propri studenti omosessuali, sono responsabili delle molestie che gli stessi sono costretti a subire all'interno degli istituti.La Corte ha affermato che promuovere il dialogo tra studenti, ma soprattutto garantire a tutti gli studenti - a prescindere dall'origine etnica, dal colore della pelle, dal sesso e dall'orientamento sessuale - una "safe education in a suitable environment" è un dovere della scuola, che possiede gli strumenti adeguati "to prevent and remedy harassment, discrimination, and violence suffered by all students".

 

Nel caso in questione la signora Podlesny, in veste di direttrice di una scuola pubblica del Wisconsin, è stata ritenuta responsabile delle sofferenze e dei patemi d'animo che uno studente dovette subire a causa del comportamento discriminatorio e offensivo dei suoi compagni.

Ecco i fatti. Una volta circolata la voce dell'omosessualità del giovane Nobozny, non mancano le occasioni per deriderlo, offenderlo e ferirlo, nel corpo e nell'animo.

Nonostante i solleciti presso le autorità scolastiche perché si ponga fine a quei comportamenti, con interventi opportuni, nulla viene fatto per garantire a Nobozny un ambiente sereno e normale.

L'istituto, nella persona della sua direttrice, viene condannato a risarcire sia il danno psichico e sia quello morale, nonché i punitive damagesper aver scientemente ignorato il trattamento discriminatorio. I danni complessivamente vennero liquidati in un milione di dollari.

Dal 1998 ad oggi sono stati molti i casi in cui studenti omosessuali, vittime di molestie e maltrattamenti, che hanno prima cercato nelle istituzioni scolastiche il referente per ristabilire una condizione di normalità e poi hanno agito in giudizio proprio contro le scuole che si erano dimostrate indifferenti alle loro richieste (Conformi alla decisione di Nabozny v. Podlesny si richiamano: Flores v. Morgan Hill Unified School District, 324 F.3d 1130 (9 th Cir. 2003): la Corte d'Appello federale riconosce responsabile la scuola del comportamento discriminatorio di alcuni studenti contro un compagno gay. Derek Henkle v. Washoe County School District (2002): la scuola viene ritenuta responsabile, ma definisce in via transattiva la questione, corrispondendo a Henkle la somma di 450 mila dollari, a titolo di risarcimento danni. Alma McGowen v. Spencer County School District, 231 F.3d 253, 148 Ed. 2000 Fed.App: una Corte federale del Kentucky condanna la scuola a risarcire 220 mila dollari alla signorina McGowen, frustrata e depressa per il comportamento dei compagni che la insultavano per la sua omosessualità). 

In Italia cosa accadrà? La Procura ha fatto già sapere che si accinge a chiudere il caso con la constatazione che si è trattato di un suicidio. Per il momento l'unica cosa che può affermare il giurista è che ci sono gli strumenti per reagire in sede civile, già oggi. Non serve attendere provvedimenti straordinari del legislatore o del Ministero competente. 

Basta un po' di coraggio: entrare in un'Aula di giustizia. Anche questo è un modo per evitare che si ripetano in futuro casi analoghi.