Il presente articolo è stato pubblicato ed è tratto dal sito  Musibrasil

 

 

Il ministero della Salute brasiliano, con un provvedimento entrato in vigore il 18 agosto 2008, ha disposto che il sistema sanitario nazionale (Sus) si faccia carico dei costi sostenuti dalle persone transessuali nei procedimenti per la rettificazione del sesso. In questo modo il ministero esplicitamente intende garantire il diritto alla salute delle persone transessuali, nonché eliminare i casi di violazione dei diritti umani e di discriminazione fondati sull'identità di genere subite in ambito sanitario, in applicazione dei principi riconosciuti dalla "Carta dei diritti degli utenti della sanità pubblica", approvata nel 2006.
Il provvedimento si distingue perché non limita il sostegno economico pubblico all'intervento chirurgico in sé, ma lo estende all'intero percorso medico-psicologico e sanitario di rettificazione del sesso. Questa visione olistica delle problematiche connesse alla transessualità è fondamentale, perché l'intervento chirurgico rappresenta in qualche modo solo il possibile epilogo di un lungo processo di transizione durante il quale la persona transessuale deve fare ricorso a diversi specialisti (psicologo, endocrinologo, etc), a costose cure ormonali e ad altri interventi chirurgici di adeguamento dei caratteri sessuali secondari (seno, etc.) alla nuova identità femminile o maschile.
Anche in Italia, per esempio, grazie alla legge numero 64 del 1982, lo stato riconosce alle persone transessuali il diritto alla rettificazione del sesso, ma il servizio sanitario nazionale si fa carico solo dei costi relativi all'intervento chirurgico, lasciando a carico delle persone transessuali i costi gravosi relativi alle cure e agli interventi ritenuti, a torto, non necessari o di natura solamente estetica, come per esempio la ricostruzione del seno nelle persone che transitano da maschio a femmina.
Ancora più interessante è che il provvedimento del ministero brasiliano stabilisce l'istituzione di percorsi di formazione permanente e specifica rivolti agli operatori sanitari che entrano in contatto con le persone transessuali, nonché azioni finalizzate alla sensibilizzazione e al rispetto delle differenze, rivolte a tutti gli operatori sanitari e a tutti i cittadini che usufruiscono dei servizi del sistema sanitario nazionale. Il ministero ha anche disposto che si valutino l'efficacia, l'effettività, i costi e i benefici, la qualità dell'intero procedimento di transizione per poter intervenire sugli aspetti e le fasi che non raggiungono i migliori standard.
Fin qui l'importante contenuto del provvedimento del ministero della Salute del Brasile. Va tuttavia sottolineato che non si tratta di un provvedimento legislativo, bensì di una fonte subordinata, che al momento rappresenta soltanto un primo passo non inserito in un disegno complessivo di tutela della salute, dei diritti e della dignità delle persone transessuali. Occorre ricordare, infatti, che in Brasile manca una legge che permetta la rettificazione del sesso.
Il primo tentativo di approvazione di una legge in questo senso si ebbe nel 1979, nello stesso anno in cui veniva approvata la legge tedesca sul transessualismo, che avrebbe poi aperto la strada all'approvazione di quella italiana del 1982. La proposta di legge del 1979 fu approvata dal Congresso nazionale, ma su di essa fu messo il veto dal presidente della Repubblica João Figueiredo, su forte pressione di ambienti religiosi, e non venne più riapprovata. Da allora diversi altri progetti di legge sono stati presentati, ma nessuno è mai giunto all'approvazione.
La mancanza di una legge statale, come si dirà appresso, ha costituito una grave violazione dei diritti delle persone transessuali, in un intreccio continuo di questioni giuridiche e mediche. Il Consiglio federale di Medicina (Cfm), massimo organismo di riferimento in campo medico-scientifico, aveva sempre condannato la pratica del cambiamento di sesso, ritenendola mutilante e lesiva dell'integrità fisica della persona. A questa condanna si è affiancata negli anni quella dei tribunali che hanno variamente giustificato il divieto e la condanna dell'intervento di rettificazione di sesso, ora come contrario alla morale o al bene pubblico, ora come violazione dell'art. 129 del codice penale che punisce le lesioni all'integrità fisica.
Soltanto con la risoluzione numero 1482 del 1997, il Cfm ha incominciato a fare delle aperture prevedendo la possibilità che alcuni ospedali pubblici, in genere universitari, potessero realizzare gratuitamente interventi chirurgici di rassegnazione del sesso a fini di ricerca sperimentale, previa autorizzazione e nel rispetto dei criteri stabiliti dallo stesso Cfm. Basti pensare che il chirurgo che per primo annunciò di aver proceduto in Brasile ad un intervento di rettificazione del sesso nel 1971, il dottore Roberto Farina, ha dovuto subire due lunghi processi, uno penale e uno disciplinare, che soltanto di recente si sono conclusi con la sua assoluzione in appello (era stato condannato in primo grado), mentre la prima autorizzazione a rettificare il proprio sesso, con un intervento chirurgico a carico dello Stato, si è avuta soltanto nel 1998.
Con la risoluzione numero 1652 del 2002, lo stesso Cfm ha rivisto e modificato il proprio indirizzo. In particolare ha previsto che la rettificazione di sesso da uomo a donna è libera, potendo essere realizzata in strutture sia pubbliche che private, indipendentemente da finalità di ricerca scientifica, mentre la rettificazione da donna a uomo può ancora essere realizzata solo in ospedali universitari o comunque pubblici solo per scopi di ricerca scientifica.

A chi scrive sfuggono le ragioni che giustificano questa disparità di trattamento, ma va rilevato che lo stesso provvedimento del ministero della Salute, che riconosce la gratuità dell'intero procedimento di rettificazione del sesso, dispone che siano rispettate le condizioni stabilite dal Consiglio federale di Medicina nella risoluzione n. 1652/2002: quindi i benefici sarebbero limitati alle persone che transitano da maschio a femmina e non il contrario, cosa che appare fortemente discriminatoria. Tra le altre condizioni vi è anche quella che stabilisce in 21 anni l'età minima per accedere all'intervento di rettificazione.

L'altro grande problema che ancora permane, a causa della mancanza di una legge sul transessualismo, riguarda l'impossibilità di modificare il proprio nome e i documenti personali a seguito dell'intervento. A oggi, infatti, esiste un divieto quasi assoluto per i registri dello stato civile di modificare il nome di un cittadino, tranne in quei casi nei quali il nome risultasse ridicolo. Tale divieto permane anche a seguito di avvenuta rettificazione di sesso, autorizzata o meno dal Cfm.

In questo contesto lo Stato pone a carico del sistema sanitario nazionale i costi della transizione, ma non riconosce alle persone transessuali la possibilità di ottenere un nuovo nome adeguato al sesso acquisito e nuovi documenti. È evidente come permanga una profonda violazione dei diritti e della dignità delle persone transessuali, le quali in ambito sociale continueranno a subire discriminazioni e umiliazioni e non vedranno riconosciuto il nuovo status acquisito.

I tribunali intervenuti su questa questione si sono espressi in maniera diversa. Alcuni cercando una possibile soluzione alternativa hanno anche previsto l'inserimento nei registri dello stato civile la dizione «transessuale» come se si trattasse di un terzo sesso, oltre maschio e femmina. La maggior parte dei tribunali ha ritenuto che il sesso giuridico è altro rispetto al sesso psicosociale e comunque differente da quello biologico che è fissato una volta per tutte al momento della nascita e riportato nei registri dello stato civile.

Non sono mancate poche sparute sentenze, peraltro molto recenti, che invece hanno riconosciuto il diritto della persona transessuale alla rettificazione del sesso, autorizzandola a modificare il nome nell'atto di nascita e i documenti personali. Così, per esempio, ha deciso nel giugno 2007 la Defensoria pública regional di Ribeirão Preto (300 chilometri a nord di San Paolo); allo stesso modo, nello stesso anno, hanno deciso il tribunale di Pernambuco (Tjpe) e quello di Porto Alegre.

In conclusione, la situazione in Brasile è costituita ancora oggi, a seguito dell'importante intervento del ministero della Salute, di luci ed ombre. Il cammino verso il pieno riconoscimento dei diritti e della dignità delle persone transessuali sembra non essere giunto a conclusione e appare ben lontano dalla realtà giuridica di altri paesi, ancora pochi per vero, che riconoscono il diritto al cambiamento del nome e dei documenti senza la necessità o prima di procedere all'intervento chirurgico, come per esempio avviene in Spagna.

Il riconoscimento dei diritti delle persone transessuali costituisce uno degli indici del grado di civiltà raggiunto da un paese e che non si misura unicamente dal corpo delle leggi di cui dispone. In questo senso l'Italia, che pur dispone di una legge sulla riattribuzione del sesso, dimostra scarsa sensibilità e grandi pregiudizi nei confronti delle persone transessuali, se si escludono pochissime lungimiranti esperienze portate avanti da amministrazioni locali, ad esempio la Toscana, dove le persone transessuali vengono assistite anche nel percorso di inserimento nel mondo del lavoro, spessissimo ostile nei loro confronti a causa dello stigma sociale.

Con il referendum popolare del 28 settembre 2008, i cittadini ecuadoregni hanno approvato la nuova Costituzione del Paese, con  il 64% dei sì, mentre i no si sono fermati al 28% (le schede nulle sono state il 7 %  e quelle bianche solo lo 0,7%).
La nuova Costituzione è stata elaborata dai 130 componenti dell’Assemblea costituente a partire dal novembre 2007 ed è stata approvata in via definitiva il 23 luglio 2008.
La Costituzione approvata è la ventesima della storia costituzionale dell’Ecuador e succede a quella del 1998. La nuova Costituzione si compone di 444 articoli, divisi in 33 titoli, mentre la precedente conteneva ‘solo’ 284 articoli.
Con riferimento alle disposizioni che riguardano più direttamente le persone LGBT, la nuova Costituzione:
1) riconosce il diritto di uguaglianza e il divieto di discriminazione;
2) definisce il matrimonio come unione di un uomo ed una donna, ma riconosce gli stessi diritti e doveri delle coppie sposate alle coppie di fatto stabili, senza distinzione tra coppie dello stesso o differente sesso. L’adozione, però, è permessa anche alle coppie di fatto, ma solo se di sesso diverso.
L’Equador è una repubblica, con una popolazione di quasi 14 milioni di abitanti, con capitale Quito. Gli aventi diritto al voto sono circa 9,7 milioni.
L’Assemblea costituente ha un proprio sito ufficiale attraverso il quale è possibile scaricare tutti i documenti e il lavori preparatori: http://asambleaconstituyente.gov.ec/
A seguire gli articoli che riguardano il diritto di eguaglianza, la famiglia e le coppie di fatto:

 

Art. 11, comma 2

«Tutte le persone sono uguali e godranno degli stessi diritti, doveri e opportunità.
Nessuno potrà essere discriminato a causa della propria etnia, del luogo di nascita, dell’età, del sesso, dell’identità di genere, dell’identità culturale, dello stato civile, della lingua, della religione, dell’ideologia, dell’appartenenza politica, del passato giudiziario, della condizione socio-economica, della condizione di migrante, dell’orientamento sessuale, dello stato di salute, dell’infezione da HIV, dell’handicap, delle differenze fisiche; né a causa di nessun altra distinzione, personale o collettiva, temporanea o permanente, che abbia come oggetto o risultato quello di ridurre o annullare il riconoscimento, il godimento o l’esercizio dei diritti. La legge sanzionerà tutte le forme di discriminazione.
Lo Stato adotterà azioni positive che promuovano l’uguaglianza reale in favore dei titolari di diritti che si troveranno in situazione di disuguaglianza.»

 

Art. 67


«Si riconosce la famiglia nei suoi diversi tipi. Lo Stato la proteggerà come nucleo fondamentale della società e garantirà condizioni che favoriscano integralmente il perseguimento dei suoi fini. Le famiglie si costituiranno per vincolo giuridico o di fatto e si baseranno sulla uguaglianza di diritti e opportunità dei suoi membri.
Il matrimonio è la unione tra un uomo e una donna e si fonderà sul libero consenso delle persone contraenti e in eguaglianza di diritti, obbligazioni e capacità legali».

 

Art. 68
«L’unione stabile e monogama tra due persone libere dal vincolo matrimoniale che formino una famiglia di fatto (nota: la parola qui utilizzata non è famiglia, ma hogar che significa propriamente ‘focolare domestico’. Una coppia sposata rappresenta una familia, ma quando si vuole indicare il matrimonio o una relazione con riferimento all’affetto e alla comunione di vita si utilizza la parola hogar), nei limiti e alle condizioni e circostanze previste dalla legge, genererà gli stessi diritti e obbligazioni che hanno le famiglie costituite mediante matrimonio.
L’adozione è permessa solo a coppie di sesso diverso».

Allegati

testo finale_Nueva_Constitucion_del_Ecuador.pdf

Taking family matters seriously is a distinct, internationally renowned trait of Italian culture. This often ignites fierce feelings, touching upon a bundle of deep-rooted, yet changing values, such as personal autonomy, masculinity, motherhood, reproduction, etc., which have significant implications on national identity itself.

In recent times, new influences have shown that such a bundle of values might sometimes be founded upon reactionary and discriminatory premises, and/or produce unacceptably hard consequences on those who do not conform to the predominant rule. Due to diffuse and diehard prejudices in many parts of Italy, men and women (whom we today call gays and lesbians) continue to face discrimination based on a personal characteristic such as (homo)sexual orientation.

Discrimination which, for its traits, does not belong to the experience of those, heterosexual people, who are not normally marginalised on grounds of (hetero)sexual orientation. The stereotypes which branded the former with characteristics of unreliability or sickness still contribute to ensuring that same-sex couples remain at a distance from ‘conjugality', the socially recognised place - whether we like it or not - for profound commitment and the most significant existential dynamics of love, care, and moral and material communion.

Despite an ongoing need to do so, in this paper I do not purport to discuss or demonstrate discrimination in family matters, nor to address (at least explicitly) the most openly homophobic discourses. Rather, my concern stems from the intrinsic discriminatory arguments present in the rhetoric of those who claim to favour the promotion of equal treatment and individual rights and liberties. Without any claim to thoroughness, I will briefly survey the debate surrounding constitutional values and principles relevant for the matter at hand, as well as the three main bills on de facto partnerships that have attracted public and institutional attention. The survey will serve a twofold aim: it will inform the reader both as to the content of the various proposals, and as to the cultural and political frame of reference within which the proposals found their origin.

By juxtaposing and comparing the three proposals, which have succeeded one another in a relatively short time, I hope to be able to show the reader the different, yet homogenous, political objectives and theoretical or cultural references which underpin each of them, in addition to their material content. The three bills can be seen as the unique testimony of the profound implications of the ‘pull-and-let-go' exercise typical of Italian society and politics. An exercise which, regrettably, mainly descends from the desire to please the wishes of the moderate (mostly) catholic sectors of the population, as well as the official religious predicaments based on clearly antiquated binary notions of right vs wrong, natural vs innatural, and moral vs immoral.

In my view, whilst the process of law reform and modernization should be welcomed if based on values such as personal autonomy and equality, the censoring temptations which have always contributed to the disappearance of same-sex couples, or to the (self)portrayal as something different and less worthy, must be taken seriously, and even more seriously when they propagate from progressive, left-wing narrations of equality and legal recognition. When the worth of family life of such couples is downgraded to a mere matter of competency for the population registry, or once again ignored through the segregation in hybrid legal schemes, it means that there is a severe gap in the ability to seriously question the reiteration of such concepts of ‘family' and ‘nature' which reinforce social and legal exclusion or marginalization.

Therefore, every attempt at law reform in this sense should be regarded with utmost suspicion. My conclusion is that the current Italian anomaly lies precisely in the fact that, masked by the promotion of the much cherished constitutional value of ‘solidarity', there seems to be only one viable option for progressive political parties and scholars: the reductionist hypothesis. I use this formula to indicate the widespread and predominant incapacity or unwillingness to approach the matter of equality for same-sex couples in any other way that differs from that of diluting the specific problems into broader issues concerning all sorts of cohabiting arrangements based on solidarity or, as they are also called, ‘reciprocal help'.

(continua)

Allegati

ULR.pdf

The recognition of lesbian, gay, bisexual and transgender (LGBT) families is one of the main focuses of ILGA-Europe's work. We work for the elimination of discrimination in law, policies and practices relating to any form of partnership or parenting (including marriage, partnership, reproductive rights, adoption and parental responsibility): in particular, the elimination of restrictions on the rights and responsibilities of parents based on sexual orientation, gender identity and gender expression. Most importantly, the rights of the child are at the core and guide ILGA-Europe's demands for recognition of diverse families.

This publication is the second of a collection of booklets related to different aspects of LGBT families ranging from social and legal issues to more practical consequences of the non-recognition of LGBT families. It focuses on the implications the Hague Programme has for LGBT families in the areas of freedom and justice.

The areas of justice and freedom are not to be considered in isolation from other obligations and policies in the EU.

Primarily, the Charter of Fundamental Rights recognises the right to family life and the right to non-discrimination on the grounds of gender and sexual orientation. Other policies are developed at EU level which have an impact on the definition of families, such as the Alliance for Families and the increasing consideration given to the question of demographic changes. The EU is also giving more consideration to children's rights and their basic right to a family.

ILGA-Europe would like to thank Dr Matteo Bonini, the author of this report, for his evaluation of the legislation, proposals and policies in the area of justice, freedom and security as they affect LGBT families. This document is particularly important as it offers ILGA-Europe the opportunity to review the Hague Programme midway through its implementation and to suggest some actions to be taken by the EU institutions and Member States. We are grateful for the amount of work, the support and the enthusiasm shown by the author of the report. The author and ILGA-Europe also would like to thank Dr Kees Waaldijk and Prof. Mark Bell for comments on an earlier draft.

Finally, the production of this document is also the result of team work involving proof reading by Peter Norman and Silvan Agius and production and dissemination by Juris Lavrikovs.

This document is an important contribution to ILGA-Europe's work towards the recognition of diverse forms of families and an end to the current discrimination against LGBT families and their children.

 

Christine Loudes

Policy Director

 

 

 

 

Allegati

Report_BoniniBaraldi_final.pdf

Da oltre un decennio numerosi comuni italiani, da nord a sud senza distinzione di latitudine, grandi e piccoli, hanno avviato l'istituzione dei registri delle unioni civili o di fatto, ritenendo che sia nella loro potestà regolamentare l'istituzione di tali registri, sulla base della legge 142/90.

La cronaca recente, sull'onda del dibattito sui Patti civili di solidarietà ha nuovamente posto all'attenzione degli amministratori locali questo tema, su cui non esistono, a quanto ci consta, delle riflessioni organiche.

(...)

I registri delle unioni civili ugualmente non determinano per gli iscritti vincoli giuridici a cui si ricollegano effetti propri, ma ad essi gli enti locali che li istituiscono possono fare riferimento per fini che ritengano degni di tutela.
Un esempio che spesso è stato fatto in riferimento a benefici riconnessi alla convivenza è la legislazione regionale in materia di assegnazione degli alloggi di edilizia pubblica.
Le leggi regionali solitamente distinguevano tra a) nucleo familiare legittimo (coniugi e figli), b) nucleo familiare consanguineo (formato da ascendenti, discendenti e collaterali fino ad un certo grado, nonché affini), nel quale è incluso anche il convivente more uxorio, che possa certificare la durata della convivenza per un certo periodo antecedente determinato dal bando di assegnazione, c) nucleo familiare eventuale (senza che tra i componenti ci siano vincoli di parentela e affinità), che possa certificare l'esistenza e la stabilità della convivenza attraverso la durata richiesta.
La certificazione dell'esistenza e della durata della convivenza deve risultare da certificazione anagrafica o da atto notorio. 

La funzione di certificazione è svolta dai registri anagrafici, ma anche dai registri delle unioni civili. Però al di là di questa precipua funzione, è chiaro che la funzione essenziale dei registri delle unioni civili, come premesso, è quella di dare visibilità alle unioni civili, confermandone la loro dignità e importanza sociale, nell'alveo della costituzione. 

(continua)

 


 

Allegati

Rotelli_I_registri_delle_unioni_civili.doc

MASSIMA - Il combinato disposto degli artt. 1 e 2 della direttiva 2000/78/CE osta ad una normativa in base Alla quale, dopo il decesso del suo partner con il quale ha contratto un'unione solidale, il partner superstite non percepisce una prestazione ai superstiti equivalente a quella concessa ad un coniuge superstite.

È compito del giudice a quo verificare se il partner di unione solidale superstite sia in una posizione analoga a quella di un coniuge beneficiario della prestazione ai superstiti prevista dal regime previdenziale di categoria. 

 

ABSTRACT - La Corte di giustizia ha interpretato per la prima volta il divieto di discriminazione sulla base dell'orientamento sessuale sancito dalla direttiva 2000/78/CE, statuendo su un caso riguardante i diritti pensionistici del partner registrato, superando i propri precedenti in materia. Pur avendo scelto di non attribuire particolare rilevanza al considerando n. 22 della direttiva, che esclude dall'ambito di applicazione della direttiva le norme nazionali sullo stato civile e le prestazioni che ne derivano, la ricostruzione della fattispecie in termini di discriminazione diretta lascia irrisolta la questione della comparabilità dell'unione registrata rispetto al matrimonio secondo la legislazione nazionale.

 

Il presente commento è apparso originariamente su Famiglia e diritto, n. 7/2008, 60

 

Allegati

notaMaruko_def.pdf

Premessa

La legge olandese prevede che le relazioni familiari e le unioni stabili possano essere regolate in più modi. Sono permessi e regolati: 1. il matrimonio (Marriage); 2. l'unione registrata (Registered partnership); 3. il contratto di coabitazione (Cohabitation agreement).

Il matrimonio e l'unione registrata sono molto simili, entrambi ricollegati al diritto e concetto di famiglia, ma differiscono sostanzialmente per quanto riguarda le modalità di scioglimento del rapporto e il regime giuridico della filiazione. Il contratto di convivenza, invece, non ha alcun rilievo per il diritto di famiglia e può essere assimilato ad un contratto privatistico di mutuo aiuto, al quale si possono ricollegare eccezionalmente alcuni effetti di tipo pubblicistico . Il matrimonio e l'unione registrata, da una parte, e il contratto di coabitazione dall'altro hanno scopi e contenuti molto diversi. Le differenze più rilevanti possono individuarsi: 1.  nel grado e nella necessità di formalizzare il rapporto; 2.  nel contenuto di diritti e doveri previsto direttamente dalla legge o rimesso alla libera determinazione della parti; 3.  nella rilevanza dei rapporti giuridici solo tra le parti o anche rispetto a terzi; 4.  nella presupposta esistenza di un legame affettivo-sessuale, con le limitazioni che ne derivano.
Ciascun rapporto prevede un certo livello di formalizzazione, in particolare in riferimento al momento della nascita dell'unione, tuttavia nel caso di unioni stabili non formalizzate in alcun modo (unioni di fatto nelle quali la stabilità è desunta dal semplice passare del tempo), esiste comunque la possibilità che si determinino conseguenze giuridiche direttamente previste dalla legge, per esempio nel campo della tassazione e della sicurezza sociale. Il contratto di coabitazione, come detto, è un contratto di diritto privato con il quale le persone coabitanti possono stabilire di dividere i costi di mantenimento della casa e di supportarsi a vicenda economicamente. Altresì possono stabilire regole per la gestione dei propri conti corrente e dividere o compartire i propri guadagni e i propri beni. L'accordo può essere redatto con scrittura privata oppure da un notaio con atto pubblico. Questa seconda forma è richiesta necessariamente per poter avere dei diritti sulla pensione del partner che premuore, nonché alcuni riconoscimenti che le imprese prevedono per i dipendenti che vivono una relazione di tipo familiare o parafamiliare (fringe benefits).

Matrimonio, unione registrata e contratto di coabitazione hanno in comune solo alcune caratteristiche: a) sono consentiti solo tra maggiorenni (18 anni), ad eccezione di casi particolari; b) non è rilevante il sesso o l'orientamento sessuale dei partner. Quindi sono riconosciute le unioni omosessuali; c) i presupposti o gli accordi alla base del rapporto non devono confliggere con la morale, l'ordine pubblico e la legge Il regolamento del matrimonio e dell'unione registrata, invece, è quasi identico, tanto che ciò determina le seguenti regole generali: - non si può essere sposati o registrati con più di una persona per volta. Chi è sposato non può registrarsi e chi è registrato non può sposarsi; - non sono permessi tra chi ha legami di sague stretti: tra genitori e figli, nonni e nipoti e tra fratelli e sorelle. Possono essere fatte delle eccezioni per persone legate da rapporti di adozione. Si ricava da ciò che al matrimonio e all'unione registrata: - sono riconosciuti la stessa dignità sociale e un valore giuridico coincidente nei punti caratterizzanti;
- presuppongono sempre un rapporto di coppia non solo caratterizzato dal mutuo sostegno tra i partner, ma anche da un loro legame affettivo-sessuale. 


(continua)

 

 

Allegati

Guida Matrimonio_in Olanda.doc
 

Leggendo i giornali di più ampia diffusione, inclusi quelli della sinistra, si trae la chiara sensazione di un evento -la nascita dei DICO- che, seppur con molti limiti, sta segnando un primo timido passo verso la creazione di un sistema di diritti che includa anche gruppi di persone fino ad ora esclusi da ogni forma di protezione sociale. 

Tant'è che anche all'interno del movimento GLBT vi è una componente che punta, pur lamentando la troppa "prudenza" della legge, ad una approvazione della proposta, possibilmente migliorata (non si capisce da chi, visto che la proposta è stata firmata da tutti i partiti della maggioranza).

Mi permetto perciò di intervenire nel dibattito come economista esperta di sistemi di protezione sociale; una esperienza che mi permette di analizzare le conseguenze di una eventuale introduzione dei DICO nel nostro sistema da un punto di vista non comune, che credo possa fornire a tutti materiale per un dibattito più meditato ed articolato. La nuda realtà è che questa proposta di legge non è il "poco, ma sempre meglio del niente attuale" che molti ci vogliono far credere; I DICO rischiano, se approvati, di riuscire in un'impresa che neppure si poteva immaginare: togliere diritti a chi già non ne aveva. I DICO sono la proposta di un sistema punitivo destinato a peggiorare le condizioni concrete di vita delle coppie omosessuali. Infatti, per ora, i membri di una coppia di fatto, ai fini del sistema di protezione sociale, sono trattati esattamente come i single, mentre i diritti alle erogazioni di protezione sociale dei membri di un DICO saranno minori di quelle spettanti ai single.

I DICO non sono una cattiva legge, bensì una legge cattiva. Lascio ai giuristi la discussione delle parti già tanto controverse sul riconoscimento formale delle coppie, sulla regolamentazione delle visite negli ospedali e sulla successione nel contratto di affitto, per concentrarmi su altre parti della proposta che possono perfino apparire, ad un'analisi molto frettolosa, delle mezze conquiste. Mi riferisco proprio alle parti che regolamentano la successione (che comporta qualche concessione al riconoscimento di diritti successori molto limitati, dopo almeno 9 anni di DICO, vale a dire non prima del 2017 - una concessione alla possibilità di ripensamento del legislatore?) e, soprattutto, alla pensione ai superstiti; in questo caso l'unica cosa decisa è il limite massimo ai diritti acquisibili dalle coppie DICO, molto inferiore a quello attualmente concesso ai coniugi, non sono invece definiti limiti minimi al di sotto dei quali i diritti previdenziali dei membri di un DICO non possono andare. In altre parole non sono previsti interventi di protezione sociale aggiuntivi rispetto alla situazione in essere. Nessuno dei trasferimenti di protezione sociale previste per i coniugi (assegni familiari e al nucleo familiare, licenza matrimoniale, assenze dal lavoro per assistere il coniuge malato ...) e nessuna detrazione d'imposta per carichi familiari è stata estesa ai membri di un DICO. Basta però inserire la proposta di legge nel contesto di protezione sociale italiano per capire che i DICO non sono solo una collezione di dichiarazioni cattive ed offensive contro le persone omosessuali, ma sono anche uno strumento per ridurre la quota di spesa sociale che le persone omosessuali oggi ricevono. L'ironia sta proprio nel meccanismo pratico che permetterà di ridurre i trasferimenti e i servizi a cui ora possono accedere alcune persone omosessuali: l'appartenenza allo stesso nucleo anagrafico, condizione necessaria per essere membro di un DICO. Per capire il funzionamento del meccanismo che voglio descrivere basta immaginare che le persone omosessuali abbiano, come tutti, dei percorsi di vita articolati e complessi. Mettiamo che la nostra persona omosessuale abbia anche altre caratteristiche che gli/le permettono di accedere ad un qualche servizio sociale. Ad esempio, sia la madre di un bambino che va all'asilo nido, o sia un anziano malato e bisognoso di assistenza di lunga durata. Questo tipo di servizi viene erogato o finanziato dai comuni e il contributo chiesto alla famiglia dipende dal reddito della famiglia del soggetto coinvolto ("prova dei mezzi"). Il calcolo della retta avviene secondo un meccanismo piuttosto complicato, chiamato ISEE, che tiene in considerazione la numerosità famigliare, il reddito e la ricchezza di tutti i membri della famiglia. Questo è il trucco: la famiglia considerata ai fini del calcolo dell'ISEE è la famiglia anagrafica. Se quindi la nostra signora, madre di bebè, si unirà (firmerà? stipulerà? raccomanderà?) anagraficamente in un DICO, il reddito dell'altro membro del DICO verrà considerato ai fini dell'ISEE (da subito) e quindi la retta da pagare all'asilo nido aumenterà, da subito. "Naturalmente", la compagna della nostra signora che deve contribuire al mantenimento e alla cura del bebè, non ha con quest'ultimo/a alcun legame riconosciuto, neppure nel caso di morte della madre naturale: niente eredità, niente reversibilità, perfino bebè adottabile da estranei, purché eterosessuali e sposati. Lo stesso discorso, ovviamente, si applica al caso del signore anziano e malato, se unito con DICO ad un partner, questi avrà l'obbligo di assistenza economica e materiale e perciò dovrà pagare la retta (maggiorata) per l'assistenza domiciliare o della casa di cura cattolica. Magari senza poter neanche visitare il compagno perchè, come la legge permetterà, il regolamento della casa di cura autorizza le visite solo per figli e coniuge.

Ogni occasione ha la sua famiglia. A ben vedere si tratta di un meccanismo molto semplice: c'è una definizione di famiglia quando si deve dare e un'altra quando si deve prendere (chi l'ha detto che adesso la famiglia è una sola?). L'idea geniale sta proprio nel definire famiglia le coppie omosessuali solo quando le si deve far pagare. E' molto difficile credere che questo meccanismo sia sfuggito agli estensori del progetto di legge, se non altro perchè L'ISEE è stata introdotta dal precedente governo di centro sinistra, di cui la Bindi faceva parte. A dire la verità, il meccanismo che ho appena descritto è un vecchio trucco, conosciuto da tempo, di fatto incluso nell'armamentario di quasi tutti i sistemi di sicurezza sociale. Esempi sono il Regno Unito dove le coppie di fatto (di fatto proprio, non unite civilmente) non possono accedere ai trasferimenti previsti per i coniugi, ma vedono i loro redditi sommati per il controllo dei mezzi ai fini dell'accesso all'assistenza sociale. Oppure in Francia, dove i partner informali non accedono certo al quoziente famigliare, ma gli assistenti sociali vengono spediti senza remore ad annusare le lenzuola dei conviventi per appurare l'esatta natura dei loro rapporti, si sa mai che si possano mantenere reciprocamente così da risparmiare sull'erogazione del reddito minimo d'inserimento, in caso di indigenza di uno dei due. La differenza rispetto al nostro paese è che mentre negli altri paesi ci si può sottrarre alla discriminazione sposandosi o unendosi civilmente, da noi l'unione nei DICO sarebbe proprio il mezzo attraverso il quale il meccanismo discriminatorio agisce. La condizione prospettata per le coppie omosessuali sarebbe un po' come quella degli ebrei nell'Europa medievale: il diritto di esistere, pagato con tasse salate versate ai cristiani, vivendo marchiati con la stella di David sui vestiti e chiusi in un ghetto (o, almeno, con un certificato anagrafico che indica una cittadinanza di serie B); se capita l'occasione, con i bambini sottratti per essere educati in un ambiente più consono ai bisogni del loro spirito. Non si tratta di un evento senza precedenti, i pionieri dei diritti delle persone omosessuali sono spesso caduti in questo tranello, negli anni ottanta. Chi si occupa di politiche sociali sa benissimo che nella babele delle norme e politiche in atto si producono interazioni di ogni genere, con effetti non sempre ovvi (ma in questo caso lo sono). Per questo la valutazione degli effetti di una politica si fa misurando la variazione delle imposte versate, dei trasferimenti ricevuti e dei servizi fruiti seguendo i concreti percorsi di vita delle persone, non certo sulla base di affermazioni di principio e dichiarazioni di "civiltà" autocertificate dagli estensori di una legge. Ho troppa stima per la competenza dei ministri e dei politici del centro-sinistra che si occupano di sicurezza sociale per pensare che conoscano così male i ferri del mestiere da essere scivolati su una buccia di banana. Questa proposta di legge non ha certo lo scopo di migliorare le condizioni di vita degli omosessuali. Credo quindi che i nostri politici ci debbano almeno una spiegazione -seria però, stavolta - sul perchè hanno deciso di portarla avanti.

La sentenza della Corte d'Appello di Firenze in oggetto, è stata definita come "un evento di portata storica" in ordine ad una tematica, quella dei matrimoni omosessuali, che nel nostro ordinamento continua a trovare ostacoli all'attribuzione di qualsivoglia rilevanza giuridica, malgrado il mutamento della realtà sociale ed i plurimi inviti rivolti dalla Comunità Europea ai singoli Stati membri a realizzare anche sul piano degli istituti giuridici familiari una parità di diritti per le persone dello stesso sesso.

Sebbene, infatti, ormai da tempo, si sia presa coscienza che, nel persistente silenzio legislativo, il solo modo per ottenere una qualche protezione e riconoscimento per le unioni tra persone dello stesso sesso, è ricorrere all'alternativa via giurisdizionale, è la prima volta, nella storia del diritto italiano, che tale questione viene posta all'esame di un collegio di giudici quale è la Corte d'Appello.

In particolare la Corte di Firenze si è trovata a dover decidere sul reclamo congiunto avanzato, il 14 novembre scorso, da Matteo Pegoraro ed il suo compagno Francesco Piomboni, avverso il decreto motivato emesso in sede di volontaria giurisdizione dal Tribunale Ordinario di Firenze, giudice Dott.ssa Papait, con il quale è stato respinto il ricorso dagli stessi presentato ex art. 98 c.c., 95 DPR 396/2000 e 737 c.p.c., avverso l'asserito illegittimo e discriminatorio rifiuto dell' Ufficio di Stato Civile del Comune di Firenze di effettuare le loro pubblicazioni matrimoniali ritenendole contrarie all'ordinamento italiano ove, come si evincerebbe dalle norme del codice civile, il rapporto di coniugo è inteso solo tra soggetti di sesso diverso.

I ricorrenti muovendo da tale affermazione, hanno proposto reclamo alla Corte d'Appello di Firenze assumendo, a motivo d'impugnazione del reclamo, che il Tribunale ha errato, appunto, in primo luogo, nell'affermare, a condivisione di quanto sostenuto dall'Ufficio di Stato Civile, che la nozione di matrimonio ricavabile dalla normativa positiva presuppone la diversità di sesso tra i nubendi; in secondo luogo che, posto l'assenza di una normativa in materia, non necessariamente il legislatore deve dare rilevanza giuridica ai mutamenti del costume e della realtà sociale ma, anzi, è la giurisprudenza che deve svolgere una funzione promozionale rispetto ai diritti delle minoranze discriminate così colmando la lacuna normativa; in terzo luogo, ma non ultimo che, anche qualora sussistesse un effettivo divieto nell'ordinamento italiano per le persone dello stesso sesso di contrarre matrimonio, esso risulterebbe contrario ad uno dei principi fondamentali della Costituzione quale è il principio di uguaglianza di cui all'art. 3 Cost.

La Corte d'Appello, avanti alla quale il Comune di Firenze si è costituito esponendo nuovamente le motivazioni del suo diniego alla richiesta di pubblicazione delle nozze, ha inusualmente e, quindi, inaspettatamente, disposto l'audizione delle parti, dimostrando, come mai era accaduto fino ad ora, il proprio interesse, più che ad addivenire ad una sentenza scontata ed immediata, ad affrontare con attenzione, serietà e professionalità una questione tanto delicata quanto attuale.

Il Collegio fiorentino, pur rigettando il reclamo, nelle sue motivazioni ha, infatti, dimostrato ancora una volta originalità nell'affrontare la vicenda sottoposta al suo esame, evidenziando, preliminarmente, che la questione non era tanto quella di affermare, nuovamente, che l'ordinamento italiano non prevede una disciplina positiva delle unioni tra persone dello stesso sesso, quanto piuttosto se, posta tale assenza di previsione normativa, fosse ammissibile o meno un'estensione tout court della disciplina positiva esistente con riferimento alle unioni tra persone di sesso diverso, anche a quelle tra persone dello stesso sesso; nonché se, l'eventuale impossibilità di una tale estensione, costituisse o meno violazione dei principi costituzionali, con particolare riferimento al principio d'uguaglianza, e di quelli sovranazionali europei.

Per rispondere al primo quesito, il Collegio è partito dalla considerazione che l'istituto matrimoniale, essendo un istituto giuridico di diritto pubblico e non essendo inserito nella prima parte della Carta Costituzionale ( Principi Fondamentali Artt. 1 - 12 Cost ), sebbene nell'art. 29 Cost. quale riflesso del principio d'uguaglianza all'interno del matrimonio, non è qualificabile ne' come istituzione pre-giuridica, ne' come diritto fondamentale dell'individuo, e come tale costituisce un limite all'intervento giurisdizionale, la cui sostituzione al legislatore è ammessa, non per disciplinare ciò che non è previsto dalla normativa positiva creando così nuovi diritti, ma solo per tutelare, alla luce delle norme costituzionali, quelli già esistenti.

Secondo la Corte, cioè, essendo nel caso in specie in discussione"semplicemente un istituto che disciplina determinati effetti che il legislatore tutela come diretta conseguenza di un rapporto di convivenza tra persone...", convivenza che, se attuata attraverso un istituto giuridico, produce effetti che trascendono i rapporti tra le parti, "...tale disciplina ha una valenza pubblica ed è esclusivo compito del legislatore, ovvero sia del corpo sociale attraverso i propri legittimi rappresentanti, dare nuova forma giuridica all'evoluzione del costume creando nuovi diritti".

Una tale conclusione, sostiene la Corte, non risulta essere, peraltro, contraria neanche all'Ordinamento giuridico sovranazionale, dal momento che sia la Comunità Europea, sia la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, in materia matrimoniale, si limitano a dettare i loro principi rimandando ai singoli stati membri l'adeguamento delle legislazioni nazionali.

Accertata l'impossibilità di estendere tout court  la disciplina positiva delle unioni tra persone di sesso diverso a quello dello stesso sesso, la Corte ha affrontato, pronunciandosi anche qui negativamente, il secondo quesito, ovvero se la disciplina dell'istituto matrimoniale, inapplicabile alle coppie dello stesso sesso, costituisca o meno violazione del principio d'uguaglianza di cui all'art. 3 della Costituzione.

Essa ha basato il proprio convincimento sull'interpretazione del principio di uguaglianza, propria dalla stessa Corte Costituzionale (cfr. Corte Cost., sentenza n. 340/2004), in virtù della quale si determina violazione di tale principio solo quando situazioni identiche sono trattate in modo ingiustificatamente diverso mentre tale contrasto non si ha quando alla diversità di disciplina corrispondono situazioni non sostanzialmente identiche. Ciò posto, nel caso di specie, una tale violazione non è configurabile dal momento che il problema non è l'esistenza di una disciplina positiva che limita soltanto alcuni soggetti nell'esercizio dei diritti fissati per la generalità dei consociati ma, piuttosto, la mancata previsione da parte dell'ordinamento giuridico italiano della possibilità stessa di disciplinare le unioni tra persone dello stesso sesso attraverso l'istituto pubblicistico del matrimonio. Secondo la Corte, quindi, manca il presupposto per applicare il principio di uguaglianza: solo qualora la disciplina dell'istituto matrimoniale avesse previsto espressamente il divieto per le persone dello stesso sesso di ricorrervi, si sarebbe potuto ritenere applicabile e violato tale principio. Così, però, non è: in Italia non c'è un espresso divieto per le coppie omosessuali di contrarre matrimonio ma, allo stesso tempo, il ricorrere nelle norme del codice civile dei termini "marito e moglie" e la loro interpretazione nel tempo strettamente collegata all'epoca in cui esso è stato scritto ed in cui non era neanche immaginabile un matrimonio tra persone dello stesso sesso, ha creato nel tempo, condizionata probabilmente dall'ingente rilievo che la Chiesa Cattolica ed il suo pensiero hanno nella realtà italiana, la comune convinzione dell'effettiva esistenza di un tale divieto.

Se così è, se un espresso divieto di contrarre matrimonio tra persone dello stesso sesso non c'è, allora, basterebbe, a detta della stessa Corte d'Appello, che il legislatore si facesse interprete del mutato contesto sociale intervenendo, così come hanno fatto alti paesi europei e non, con una semplice modifica terminologica: sostituire ai termini "marito e moglie" quello di "coniugi" nel Codice Civile attuerebbe una vera e propria rivoluzione dei diritti e dei costumi capace di portare l'Italia, a fianco di paesi quali la Spagna, il Belgio, i Paesi Bassi, il Canada e, di recente anche la California, in un percorso storico diretto a far cessare le discriminazioni basate sulle preferenze sessuali.

In un'Italia dove non si riesce neppure a far approvare una legge sulle unioni civili, aspirare ad un tale risultato sembra, invero, quanto mai illusorio ed utopistico. Ecco perché, malgrado il reclamo presentato da Matteo Pegoraro e Francesco Piomboni sia stato respinto, la sentenza della Corte d'Appello di Firenze, costituendo il primo caso di esame collegiale della questione delle unioni gay ed avendo riconosciuto che il Codice Civile non contiene il divieto espresso per due persone dello stesso sesso di unirsi in matrimonio, costituisce, comunque, un successo per quanti lottano per l'abolizione di ogni discriminazione basata sull'orientamento sessuale auspicando l'effettiva parità sociale di tutti cittadini così come sancita dalla nostra Costituzione.

 

 

Allegati

(luned_354 5 novembre 2007_jpg).pdf
CDA_Firenze_628-07.doc

Sommario

1. Premessa - 2. Aspetti internazionalprivatistici: cenni generali - 3. L'opzione «istituzionale», «leggera», ed «interpretativa» - 4. Ipotesi di qualificazione degli istituti stranieri ai fini dell'applicazione delle norme internazionalprivatistiche rilevanti - 5. La validità dell'atto secondo gli articoli 26 ss., l. 218/1995 - 6. Alcuni ambiti di rilevanza degli istituti stranieri nel diritto interno - 7. Aspetti pubblicistici ed esempi di disparità - 8. La partnership ed il matrimonio del cittadino italiano all'estero - 9. Ordine pubblico e ruolo dei diritti fondamentali - 10. (Segue): diritti della persona vs. protezione della famiglia.

 

 

Allegati

FERRANDO_cap__24.pdf