Sui rapporti tra organi istituzionali il presidente Flick ha affermato: «Preferisco i confini alle invasioni di campo» ROMA — Davanti al Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, che alla fine si alzerà per andare a stringergli la mano, il presidente della Corte Costituzionale, Giovanni Maria Flick, ieri mattina, intervenendo al convegno «Uno sguardo verso il futuro», promosso dall'università Luiss a chiusura del 60° anniversario della Costituzione italiana, ha invitato apertamente il Parlamento a legiferare sui «nuovi diritti fondamentali».

Temi e diritti «dagli incerti confini» che necessitano oggi più che mai, secondo Flick, di «una sicura traccia scritta»: unioni omosessuali, inizio e fine della vita, testamento biologico, trattamento terapeutico per malati terminali o in coma.

«Eludere queste domande — ha ammonito — significa delegare le risposte, caso per caso, agli organi giurisdizionali, talvolta privi di precisi referenti normativi, com'è avvenuto nel drammatico caso di Eluana Englaro». Caso «avvertito a livello istituzionale e non solo etico», ha ricordato il presidente della Consulta, come dimostra il fatto che su Eluana «è stata chiamata a pronunciarsi la stessa Corte costituzionale» per sbrogliare il conflitto tra Parlamento e magistratura.

La politica, dunque, deve tornare a decidere. Solo così, ha detto, si eviterà «il rischio di uno squilibrato rapporto tra legislazione e giurisprudenza, una sorta di paralisi del legislatore contrapposta a un attivismo creativo dei giudici». Sui rapporti tra organi istituzionali, comunque, Flick è stato chiaro: «Preferisco i confini alle invasioni di campo». Un discorso, il suo, accolto con favore dal deputato del Pd Anna Paola Concia: «Ha ragione lui, noi politici dobbiamo avere il coraggio di discutere e legiferare su temi come unioni omosessuali e testamento biologico, che incidono direttamente sulle vite dei cittadini». «Flick correttamente pone un problema — le fa eco il capo della segreteria della Democrazia cristiana per le autonomie, Franco De Luca —. Se la politica mette la testa sotto la sabbia sulle unioni civili sarà la magistratura a supplire. I Didore (Diritti e doveri di reciprocità dei conviventi,

ndr) per noi sono una buona soluzione di compromesso». Le associazioni gay, naturalmente, sono tutte con Flick: «Il Parlamento smetta di fare lo struzzo e affronti con dignità il tema», afferma il presidente di Arcigay, Aurelio Mancuso. Anche GayLib (gay liberali di centrodestra) esprime soddisfazione: «Portiamo subito in aula una proposta condivisa da parlamentari maturi e di buona volontà ».

Ma Flick, ieri alla Luiss, ha messo in guardia anche da quella che ha chiamato «una sorta di frenesia di aggiornamento dei diritti fondamentali » della Carta. Quasi «un'euforia, un'enfasi». Tanto che a volte, la conclusione è amara, «ci interessa di più parlare dei mille nuovi rivoli del diritto alla riservatezza, piuttosto che presidiare il diritto di non morire a causa di incidenti sul lavoro».

(Corriere della Sera, 13 gennaio 2009)

«L’impresa di trasformare un omosessuale in un eterosessuale non offre prospettive di successo molto migliori dell’impresa opposta», scriveva Freud nel 1920. Figlio del suo tempo, voleva a tutti i costi spiegare le «cause» dell’omosessualità, ma non certo per «curarla». Come invece, in passato, qualcuno ha fatto, magari accompagnando la proiezione di immagini-stimolo con scosse elettriche. Oggi, dopo l’eliminazione nel 1973 della «diagnosi» di omosessualità dal «Manuale Statistico e Diagnostico delle Malattie Mentali», la comunità scientifica internazionale considera l’omosessualità una variabile dell’orientamento sessuale e non una patologia.

 

Richieste di aiuto

Questo naturalmente non esclude che vi siano persone che si sentono a disagio con il proprio orientamento omosessuale e che per questo chiedono aiuto. Una domanda che contiene una varietà infinita di ragioni, che ricondurrei a due motivi di base: l’espressione di una fragilità psichica più generale (che chiamiamo «diffusione dell’identità»), di cui l’incertezza o il disagio nei confronti della propria sessualità altro non sono che una manifestazione; oppure la conseguenza dell’interiorizzazione dell’ostilità sociale (come uno che volesse schiarirsi la pelle per sopravvivere in una società razzista). Questo secondo caso prende il nome di «omofobia internalizzata»: è una condizione psichica caratterizzata da un’attitudine negativa (imbarazzo, vergogna, depressione) nei confronti della propria omosessualità (la «difformità» diventa «deformità»). In ogni caso un clinico, attento al vecchio adagio medico «primum non nocere», sceglie la strada dell’ascolto rispettoso, cercando di contestualizzare da un punto di vista psicologico, familiare e sociale il rifiuto di sé e la richiesta di cambiamento portati dal paziente (e quasi mai formulati in modo assoluto, ma in forme attenuate del tipo «non riesco ad accettarmi, mi aiuti a capire che cosa non va in me»). La proposta, che sta affacciandosi anche in Italia (per interessamento di associazioni religiose più che di società scientifiche), di una terapia cosiddetta «riparativa» per trasformare gli omosessuali in eterosessuali mi sembra rispondere a un’esigenza ideologica e non clinica. L’idea della «riparazione», del resto, presuppone quella di un danno odi un guasto. A un’incertezza dolorosa e difficile si risponde con un «pronto soccorso» di riconversione (con un’approccio più del tipo «ti dico io cosa devi fare» che «ti aiuto a capire perché stai male»). In contrasto con quanto affermato dalla comunità scientifica internazionale, le terapie «riparative» partono da una visione intrinsecamente patologica dell’orientamento omosessuale. È quindi legittimo domandarsi come si comporterebbero questi terapeuti di fronte a un paziente eterosessuale che chiede di «diventare omosessuale».

 

L'autorità esterna

Non c’è una letteratura empirica che supporti queste «terapie», ma pochi dati di carattere aneddotico, con campioni «di convenienza», privi di «follow- up» e non correlati a parametri fisiologici. Temo dunque che le terapie riparative finiscano per naufragare sugli stessi scogli di tutti i trattamenti che incoraggiano i pazienti a fondare su un’autorità esterna le scelte di vita. Esse affrontano solo un lato del conflitto del paziente e lo agiscono, anziché esplorarlo, nella relazione terapeutica. Rinforzano le tendenze dissociative anziché quelle integrative (si veda il volume pubblicato da Raffaello Cortina «Gay e lesbiche in psicoterapia», a cura di Paolo Rigliano e Margherita Graglia). Studi clinici mostrano che la terapia riparativa non solo non produce l’atteso riorientamento sessuale, ma spesso peggiora le condizioni psicologiche del soggetto: esasperando l’autodisprezzo e la vergogna, anziché coltivando (terapeuticamente) l’accettazione di sé. Proprio per questo le associazioni degli psichiatri e degli psicologi americani hanno sentito il bisogno di produrre un documento («Position statement on therapies focused on attempts to change sexual orientation-Reparative or conversion therapies») per disconoscere qualunque trattamento per indurre il paziente a modificare l’orientamento sessuale. Un punto su cui l’ordine dei medici e degli psicologi italiani dovrebbero iniziare a valutare se prendere posizione.

 

Articolo tratto da: Tutto scienze - La Stampa del 25 aprile 2007

 

Non solo il buon senso, ma anche un notevole corpus di studi culturali e scientifici considerano l’omosessualità (o meglio, le omosessualità) non una patologia, bensì un’espressione normale della sessualità, dell’affettività e del desiderio. Dell’attrazione per le persone del proprio sesso, molti studiosi (gli psicoanalisti in particolare, e più recentemente i biologi e i genetisti) hanno cercato di indagare le “cause”, ma nessuno è approdato a una risposta definitiva, o quantomeno convincente. Le leggi del desiderio sono imperscrutabili, tanto che persino un ricercatore instancabile come Freud (1905) era portato a ritenere che “anche l'interesse sessuale esclusivo dell'uomo per la donna è un problema che ha bisogno di essere chiarito e niente affatto una cosa ovvia”. Ma proprio quando la comunità scientifica internazionale mette finalmente in soffitta come anticaglie teoriche gravate dal pregiudizio tutte quelle posizioni che vedevano nell’omosessualità una forma di psicopatologia e dunque invocavano, in modo più o meno esplicito, una cura, il complesso rapporto tra professionisti della salute mentale e persone omosessuali si arricchisce di un capitolo alquanto scivoloso. Cosa deve fare lo psicologo quando non sono la società o la medicina o la religione a dire alla persona omosessuale “sei sbagliato”, “sei malato” o “sei moralmente disordinato”, ma è il soggetto stesso ad esserne convinto, al punto da chiedere a uno specialista di aiutarlo a “cambiare”? Su questo argomento si gioca una partita clinica, scientifica e deontologica di enorme importanza. Questa partita ha un nome tecnico: “omosessualità egodistonica”, cioè un disagio marcato e persistente riguardo al proprio orientamento sessuale. Si tratta di una categoria diagnostica depennata circa vent’anni fa dal Manuale Diagnostico e Statistico delle Malattie Mentali (DSM) in ragione del fatto che l’egodistonia rappresenta una componente frequente del percorso evolutivo delle persone gay e lesbiche che interiorizzano il pregiudizio antiomosessuale, assorbendolo dal contesto sociale e familiare. Oggi, nel DSM, la parola omosessualità non compare più, e rimane un riferimento al disagio nei confronti del proprio orientamento come sintomo del cosiddetto Disturbo Sessuale NAS (Non Altrimenti Specificato), con un sottile, ma importante, spostamento del focus diagnostico dall’omosessualità in sé al disagio psicologico che il soggetto (omo o etero che sia) prova quando si sente in conflitto con il proprio orientamento. A parte queste sottigliezze nosografiche, l’esistenza di persone egodistoniche rispetto alla propria omosessualità è innegabile. Ed essendo impossibile pensare allo sviluppo della sessualità umana al di fuori di una dimensione sociale, è più che probabile che sia l’ostilità (reale o immaginata) del contesto (o più semplicemente le norme sociali e culturali che regolano tale contesto) a far sì che una persona omosessuale possa diventare egodistonica, al punto da cercare di “convertirsi” all’eterosessualità. Un altro nome per definire questo fenomeno è “omofobia interiorizzata”: un conflitto tra la propria disposizione sessuale e la propria immagine di sé, caratterizzato da imbarazzo, vergogna, depressione e talvolta ideazione suicidaria. Un conflitto che, in un modo o nell’altro, cerca una soluzione: alcuni, spesso grazie a un contesto affettivo, o terapeutico, favorevole, elaborano la propria omofobia interiorizzata, accettano la propria identità gay/lesbica e ritrovano così fiducia e stima in se stessi; altri cercheranno di “guarire”, reputando l’omosessualità una malattia o un grave handicap sociale, e potranno chiedere aiuto a uno psichiatra o a uno psicologo. La prima cosa che lo psicologo deve fare è cercare di capire perché la persona, spesso giovane, che si rivolge a lui con questo problema vive “in disaccordo” con se stessa. Per la paura di deludere i genitori? Perché si sente “sbagliata” o “senza un posto”? Perché il peso di sentirsi “difforme” la fa sentire “deforme”? Perché ha una rappresentazione negativa, sul piano affettivo e cognitivo, di come sarà il suo futuro di gay o di lesbica? È un ragazzo che pensa che se sei omosessuale sei anche un debole e un perdente? Una ragazza che “vuole avere una vita normale”? Oltre a questo tipo di motivazioni, riconducibili alla convinzione di un’incompatibilità tra la realizzazione di sé come persona omosessuale e al tempo stesso come individuo mediamente felice, l’esperienza clinica mostra spesso come certe persistenti dimensioni conflittuali dell’identità sessuale appartengano al quadro più generale di una personalità particolarmente fragile o disturbata, con rappresentazioni di sé confuse o dissociate. Di difficile collocazione sono quelle situazioni in cui l’avversione verso il proprio orientamento sessuale si innesta su una dimensione valoriale di matrice religiosa. In questi casi, infatti, viene prima il precetto o il vissuto? Se prendiamo in considerazione le posizioni della Chiesa, che considera l’inclinazione omosessuale “oggettivamente disordinata” e le unioni affettive tra persone omosessuali indegne di riconoscimento sociale, è facile capire come una persona omosessuale e cattolica possa entrare in conflitto poiché il modo in cui sente è stigmatizzato proprio da quella Chiesa in cui crede. Una posizione di maggior accoglienza da parte della Chiesa nei confronti delle persone omosessuali e credenti sicuramente attenuerebbe la ferita della loro egodistonia e la croce di quel minority stress (lo stress legato all’appartenere a una minoranza) che segna la vita di molte persone omosessuali. Se poi alla negazione di una cittadinanza morale si aggiunge anche la mancanza di riconoscimento giuridico (e inevitabilmente simbolico) della propria affettività, è assai difficile che una rappresentazione si consolidi nella mente come legittima e valida. Un effetto collaterale positivo dell’approvazione di una legge sul riconoscimento delle unioni civili sarebbe invece un progressivo prosciugamento della palude, psicologica e sociale, in cui prolifera l’omofobia. Non è evidente come l’omofobia, compreso il fenomeno in crescita del bullismo omofobico, si alimenti anche del mancato riconoscimento di un pieno diritto di cittadinanza alle persone omosessuali? Non vengono forse legittimati pensieri come: «Se la Chiesa considera queste persone indegne di formare una famiglia, e se lo Stato ne tollera la convivenza, purché senza celebrazioni e senza diritti e tutele, allora vorrà dire che in fondo, davanti a Dio e agli uomini, questi omosessuali non sono proprio cittadini come gli altri…»? Tornando al nostro psicologo (non importa se credente o non credente, cattolico o valdese, ebreo o buddista), riteniamo che di fronte al disagio, più o meno sintomatico, del cliente/paziente, abbia una sola strada da percorrere: “interrogare” il significato personale e collettivo del disagio, analizzare la domanda esplorando cosa sottende il desiderio di diventare “eterosessuale”: quali paure, quali certezze infrante e aspettative deluse. Saper fare, in definitiva, contemporaneamente due cose: accogliere e ostacolare – cioè quello che, diceva Racamier, ogni oggetto buono deve fare. Accogliere i dubbi, le paure, la sofferenza. Ostacolare la distruttività e le soluzioni inautentiche, se necessario interrogando (non per questo stigmatizzando) quelle credenze a loro volta “egodistoniche” rispetto al percorso di realizzazione personale e alla capacità di curarsi di sé. Uno stile di intervento che si chiama “confrontazione” ed è comunemente praticato in psicoterapia. In un documento dell’American Psychiatric Association leggiamo che “l’allinearsi del terapeuta ai pregiudizi sociali contro l’omosessualità può rinforzare l’odio e il disprezzo di sé già provati dal paziente. Molti pazienti che si sono sottoposti a una terapia riparativa riferiscono di avere sentito dire dai loro terapeuti che gli omosessuali sono persone infelici e sole, e che non potranno mai essere accettate o contente. La possibilità che una persona gay o lesbica possa essere felice e vivere relazioni interpersonali soddisfacenti non viene presentata, né vengono presi in considerazione approcci alternativi per affrontare gli effetti della stigmatizzazione sociale”. Dubbi, e poco documentati sul piano scientifico, sono i successi della “conversione”. Che sia attuata, come i (fortunatamente pochi) seguaci dello psicologo Joseph Nicolosi propongono, con metodi “psicologici”, oppure, come è stato fatto in passato, con la proiezione di immagini-stimolo accompagnate da scosse elettriche o direttamente con l’elettroshock. Anche in questo caso basterebbe rivolgersi, più che a grandi teorie, a un’onesta conoscenza della clinica: “l’impresa di trasformare un omosessuale in un eterosessuale non offre prospettive di successo molto migliori dell’impresa opposta” (Freud, 1920). Eppure c’è chi, ancora oggi, propone questa fantomatica “riparazione”. E se non la “riparazione”, quantomeno un ascolto particolarmente rivolto alle possibilità di riconversione, indirizzando consapevolmente la terapia verso una repressione tout court dell’omosessualità, rinforzando le attività dissociative del paziente e producendo in definitiva un danno anziché un beneficio. Come testimonia Daniel Gonzales, un “sopravvissuto” alle terapie riparative, l’imposizione dell’aut aut fede/sessualità può portare a risultati indesiderati: “Crescendo come molti gay in un contesto religioso, innumerevoli volte ho pregato il signore di farmi diventare eterosessuale. E non lo ha mai fatto. Dopo aver provato con la fede e senza risultati positivi ho cominciato con una terapia che fino a quel momento non avevo mai provato. […] Come si conclude la terapia ex gay? […] Più di due anni e mezzo di repressione. […] Tutto di tasca mia: migliaia di dollari. Ma la cosa più tragica è stata la perdita della fede (cit. in Lingiardi, 2007, pp. 70-71). Non stupisce che vi siano persone spaventate o preoccupate dalla propria omosessualità, che non si accettano e sognano una vita eterosessuale; ma colpisce che vi siano medici e psicologi che, a questo disagio, aggiungono la propria preferenza (più o meno esplicitata) per una “soluzione eterosessuale”. Preferenza non necessariamente omofoba, talvolta semplicemente “eterofila”. Come più volte ribadito dalle associazioni dei professionisti della salute mentale americani, per esempio l’American Psychiatric Association (APA, 2000): “è un principio generale che un terapeuta non dovrebbe determinare né in modo coercitivo né esercitando una sottile influenza l’obiettivo di un trattamento. Le modalità psicoterapeutiche di conversione o «riparazione» dell’omosessualità sono basate su teorie dello sviluppo la cui validità scientifica è discutibile. Inoltre, i resoconti aneddotici di «cura» sono controbilanciati da dichiarazioni aneddotiche che denunciano un danno psicologico. Negli ultimi quarant’anni, i terapeuti «riparativi» non hanno prodotto alcuna rigorosa ricerca scientifica che sostanzi le loro dichiarazioni di cura. Fino a che non vi sarà accesso a tali ricerche, l’APA raccomanda ai suoi professionisti di astenersi eticamente dal tentativo di modificare l’orientamento sessuale di un individuo, avendo in mente l’adagio medico primum non nocere”. Le cosiddette “terapie riparative” (termine che implica che qualcosa sia rotto) si fondano su falsi presupposti circa lo sviluppo infantile, strettamente legati allo stigma antiomosessuale. Questi psicologi della riparazione ritengono infatti che la vita di una persona omosessuale sia stata segnata da un trauma o da una genitorialità inadeguata, da cui deriverebbe una carenza di mascolinità nell’uomo gay e di femminilità nella donna lesbica. Ecco un primo abbaglio: la lente eteronormativa confonde i percorsi dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere. E così le terapie riparative mirano a “rimettere le cose al loro posto”, incentivando stereotipati atteggiamenti maschili nei gay e femminili nelle lesbiche. I fautori delle terapie riparative vantano una percentuale di successo che dichiarano intorno al 30% dei soggetti trattati. Quello che viene omesso è la natura di tale successo: una reale conversione dell’orientamento o una repressione del comportamento omosessuale, ottenuta rinforzando difese disadattive come la negazione e la dissociazione? Una terapia non si può basare sul rinforzo del senso di colpa o del timore della disapprovazione sociale: piuttosto dovrebbere tendere ad alleviarli. Ma prima di esaminare questo “equivoco” è utile accennare all’eredità psicoanalitica su cui si appoggiano le terapie riparative (per una trattazione più completa si veda: Lingiardi & Luci, 2006; Rigliano, 2006). Tra gli anni ’60 e ’80 alcuni psicoanalisti elaborano teorie che più tardi avrebbero costituito la base (pseudo)scientifica delle attuali terapie riparative. Quella che pemette a Nicolosi (2004) di affermare: «Io non penso che l’omosessualità sia normale. La popolazione omosessuale è circa il 2%, 1.5-2%. Perciò statisticamente non è “normale” nel senso che non è molto diffusa. Oltre a questo, non è nemmeno normale in termini di natural design. Quando parliamo di legge naturale... quando guardiamo alla funzione del corpo umano, l’omosessualità non è normale. È un sintomo di qualche disordine. La normalità è ciò che adempie a una funzione in conformità al proprio design; questo è il concetto di legge naturale, e in questo senso l’omosessualità non può essere normale, perché l’anatomia di due uomini, i corpi di due uomini, o due donne, non sono compatibili». Stephen Mitchell (1981) ci aiuta a comprendere la tecnica fallace dei maestri di Nicolosi (Bieber, Ovesey, Socarides, Hatterer), assertori dell’intrinseca patologia dell’omosessualità: l’“approccio direttivo-suggestivo”. Una tecnica che scinde e dissocia i desideri omosessuali invece di analizzarli e integrarli, e che si fonda su due assunti indimostrati: l’omosessualità come patologia e i benefici derivati dalla sua “guarigione”. Con questo approccio il terapeuta sfrutta e gratifica il transfert agendo «il ruolo del genitore direttivo che sa tutto e può tutto […] al fine di ottenere una “pseudoeterosessualità” […] che ha pochissimo a che vedere con l’espressione spontanea di impulsi o desideri sgorganti dall’interno del paziente, e che ha invece tutta l’aria di essere un’interiorizzazione, fatta col naso tappato, dei valori e degli obiettivi del terapeuta, dunque un riflesso di ciò che Winnicott ha chiamato il falso Sé che si sviluppa su una base di condiscendenza» (p. 234). Nei racconti di chi si è (o, minorenne, è stato) sottoposto a terapie riparative, ricorrono contenuti di fallimento e di perdita. In quelli di chi ha intrapreso terapie che gli hanno consentito di identificare ed elaborare i propri conflitti, integrando gli affetti dissociati, troviamo, insieme a una maggiore consapevolezza di sé, la capacità di piacersi e di essere più contenti della propria vita. Nelle parole di Adriano, un paziente di 37 anni: «Ora comprendo tante cose del mio passato. Mi accadeva di raccontare a mia moglie che avevo lavoro extra da sbrigare, e andavo alla ricerca di uomini. Era qualcosa di irresistibile, incontrollabile. Non lo volevo, eppure lo facevo. Poi tornavo a casa e dovevo inventarmi una scusa per il mio ritardo, venivo invaso dai sensi di colpa e dall’ansia. Ero sempre vigile per la paura di essere “scoperto”, spesso con i colleghi facevo battute contro i gay e cercavo in tutti i modi di mostrarmi eterosessuale, facendo apprezzamenti sulle donne. Aver capito di essere gay e non avere più una vita parallela mi ha salvato: ora mi sento tutto intero» (cit. in Lingiardi & Nardelli, pp. 15-16). In fin dei conti, benché esistano alcune terapie dette “affermative”, contrapposte a quelle “riparative”, non è necessario “inventare” un tipo particolare di terapia per le persone omosessuali. È sufficiente un “ascolto rispettoso”, come avrebbe detto la psicoanalista Luciana Nissim (2001). Con almeno un orecchio, quello del terapeuta, pulito dai pregiudizi.

BOX: GLI EFFETTI DELLE TERAPIE RIPARATIVE

Shidlo e Schroeder (2002) hanno condotto una ricerca, pubblicata su Professional Psychology, su un campione di 202 soggetti allo scopo di valutare il funzionamento e gli effetti delle terapie riparative. Lo studio prende anche in esame le motivazioni che hanno condotto alla scelta di intraprendere una terapia riparativa: temi religiosi (senso di colpa e dannazione) e sociali (ansia anticipatoria per lo stigma antiomosessuale o per il rifiuto del gruppo di appartenenza); il desiderio di far parte di una comunità caratterizzata da un missione comune; il desiderio di salvaguardare il proprio matrimonio; un’imposizione esterna (per es. da parte della famiglia); la ricerca di aiuto per problemi psicologici quali ansia e depressione. Del campione studiato, il 74% si sottopone alla terapia su consiglio dell’operatore a cui si è rivolto. Gli autori denominano HBM (Homosexual Behavior Management, gestione del comportamento omosessuale) l’armamentario cognitivo appreso nel corso della terapia riparativa per far fronte ai desideri omoerotici e per incrementare comportamenti e desideri tipici dell’eterosessualità. Ne fanno parte, peresempio: la tecnica della covert sensitization, con cui si insegna al paziente di immaginare qualcosa di dissuasivo al fine di contrastare desideri omosessuali indesiderati (per esempio l’idea di contrarre l’HIV); oppure l’uso di sexual surrogate del sesso opposto (una pratica da espletare per telefono o fisicamente); la lettura della Bibbia e la preghiera. Rispetto alla percezione degli esiti della terapia, la ricerca identifica due gruppi di pazienti: quelli che considerano fallita la terapia (87%) e quelli che la ritengono riuscita (13%) (Figura 1). Del gruppo di “successo”, il 9% riferisce che i benefici sono stati ottenuti grazie all’uso dalle tecniche HBM, optando per il celibato oppure ingaggiando una continua lotta contro i propri desideri omoerotici; il 4% riferisce invece di aver ricevuto un aiuto nel cambiamento verso l’eterosessualità, percependosi come eterosessuale e negando di provare disagio con residui impulsi e desideri omoerotici (queste stesse persone ricoprono una posizione di tutoraggio nei gruppi ex-gay). Del gruppo “fallimentare”, il 10% è classificato come caratterizzato da un “recupero resiliente dell’identità gay” (cioè soggetti che non riportano danni a lungo termine, ma si sentono in certo qual modo “fortificati” dal fatto che, nonostante abbiano tentato la conversione, sono rimasti omosessuali). Il restante 77% accusa invece effetti collaterali negativi derivati dalla frustrazione di non essere riusciti nella conversione: depressione, ansia, dissociazione, abuso di sostanze, comportamenti compulsivi e autolesivi, inclusi ideazione o tentativi suicidari.

La Corte costituzionale magiara ha oggi dichiarato incostituzionale la legge sulla partnership registrata approvata dal Parlamento il 17 dicembre 2007 e che sarebbe dovuta entrare in vigore il primo gennaio 2009.

L'approvazione della legge nel dicembre 2007 (con 185 voti a favore e 154 contro) seguiva di appena un mese la bocciatura da parte dello stesso Parlamento di un'altra proposta di legge presentata dalla maggioranza al governo, composta dall' Alliance of Free Democrats (SZDSZ) e dal Partito Socialista Ungherese (MSZP), che estendeva il matrimonio anche alle coppie dello stesso sesso, definendolo semplicemente come l'unione tra due persone di età superiore a 18 anni. Gli oppositori di questa proposta si erano rihciamati ad una recente sentenza della Corte costituzionale, che definiva il matrimonio come un'unione tra un uomo ed una donna.

La legge dichiarata incostituzionale riconosceva pari diritti tanto alle coppie registrate dello stesso sesso che di sesso differente e differiva dal matrimonio solo per poche caratteristiche, come  l'accesso all'istituto dell'adozione riservato solo alle coppie sposate, l'accesso alla fecondazione assistita e la possibilità di prendere il cognome del partner o di aggiugnerlo al proprio.

Data la difficoltà di ottenere una traduzione del testo , che si può scaricare di seguito in lingua originale (ringraziamo anticipatamente chiunque vorrà aiutarci nella sua traduzione), è possibile al momento dire solo due cose:

1) la Corte avrebbe ritenuto incostituzionale la legge per incompatibilità con la preminenza e la protezione assegnata dalla Costituzione magiara al matrimonio;

2) la Corte non ha escluso la possibilità del riconoscimento legale per le coppie dello stesso sesso in quanto, a differenza di quelle formate da persone di sesso differente, non possono al matrimonio.

Il ricorso alla Corte era stato presentato dai cristiano-democratici del Partito popolare (KDNP).

Un portavoce del partito socialista al governo ha annunciato che il governo ha già presentato al Parlamento un nuovo disegno di legge.

In Ungheria sono riconosciuti alcuni limitati diritti alle coppie conviventi sin dal 1996.

 

Di seguito è possibile scaricare un saggio, in inglese, di Orsolya Szeibert-Erdős, della ELTE University of Budapest (Ungheria), sui diritti delle coppie dello stesso sesso in Ungheria, pubblicato su Utrecht law review, Volume 4, Issue 2 (giugno) 2008

 

 

Allegati

2008_06_saggio sui diritti dei same sex partners in Ugheria.pdf
2008_12_15_sentenza Corte costituzionale che dichiara incostituzionale la legge sulle partnership.doc

 

Traduzione dell’articolo di Curt Anderson, Associated Press
Pubblicato su San Francisco Chronicle


Il 25 novembre 2008, una Corte distrettuale della Florida ha stabilito che la legge dello Stato che vieta ai gay di adottare è incostituzionale, perché non ci sono fondamenti legali o scientifici per vietare l’adozione ai gay e solo a loro.
Secondo il giudice la legge del 1977 viola il diritto di uguaglianza del minori e dei loro potenziali genitori, rigettando la tesi dello Stato che ci sarebbe “una supposta nuvola scura che copre le case degli omosessuali e dei loro bambini”.
Nella sentenza di 53 pagine, il giudice scrive che in Florida i gay possono adottare perché “ non ci sono basi razionali al divieto per i gay di adottare”.
La Florida è l'unico stato con uno specifico divieto alla adozione gay. In novembre, gli elettori dell’Arkansas hanno approvato una misura simile ad una legge che in Utah vieta a qualunque coppia non sposata, etero o omosessuale, di adottare bambini o di averli in affidamento. Mississippi bans gay couples, but not single gays, from adopting. In Mississippi esiste un divieto per le coppie omosessuali, ma non per i single gay, di adottare.
La sentenza significa che Martin Gill, 47, e il suo partner possono adottare due fratelli, di 4 e 8 anni di età, dei quali Gill si è preso cura dal dicembre 2004, quando li ha avuti in affidamento.
"Non ho mai visto me stesso come meno di chiunque altro", ha detto Gill. "Siamo molto grati. Oggi, ho pianto le prime lacrime di gioia della mia vita".
Gill ha anche detto che i due ragazzi hanno cominciato ad imparare a scrivere il loro nuovo cognome, e il più grande ha detto: "Questo è ciò che ci sta rendendo una famiglia."
Gli avvocati dell’associazione American Civil Liberties Union, che hanno rappresentato Gill, hanno affermato che questo caso è il primo negli USA in cui numerosi esperti in psicologia infantile, lavoro sociale e altri settori hanno testimoniato che non vi un fondamento scientifico per giustificare un divieto di adozione gay.
Lo Stato prevede di presentare un appello, che probabilmente aprirà la strada ad una battaglia che potrebbe giungere alla Corte suprema della Florida. Anche un giudice della gay-friendly Key West aveva dichiarato la legge incostituzionale nel mese di settembre, ma nonostante la sua sentenza non sia stata impugnata, ha una portata giuridica limitata, a differenza di quest’altra.
Lo Stato ha portato in tribunale esperti che hanno dichiarato che vi è una maggiore incidenza di droga e di abuso di alcol tra le coppie omosessuali, che sono più instabile delle coppie eterosessuali e che i figli di coppie omosessuali subiscono lo stigma sociale.
Ma organizzazioni come l'American Academy of Pediatrics, American Medical Association e la American Psychiatric Association sostengono tutte l’adozione in favore delle coppie dello stesso sesso.
Il giudice ha rigettato fermamente tutte le tesi dello Stato.
"E 'chiaro che l'orientamento sessuale non è una caratteristica che rileva la capacità di una persona di essere genitore”, ha scritto il giudice. "Un bambino che ha bisogno di amore, sicurezza e stabilità non considera come prima cosa l’orientamento sessuale del suo genitore. L'esclusione determina che alcuni bambini sono privati di una sistemazione permanente con una famiglia che è la più adatta alle loro esigenze".
Il sostituto procuratore generale della Florida, Valerie Martin, ha dichiarato che sarà presentato un ricorso dal Dipartimento di Stato per i bambini e le famiglie, ed ha rifiutato ulteriori commenti.
Pronte le reazioni che sono venute da parte dei sostenitori di genitori gay, lesbiche e transessuali che hanno a lungo considerato la legge della Florida la più draconiane degli USA. Jennifer Chrisler, direttore esecutivo della Commissione per l’uguaglianza delle famiglie, con sede in Boston, ha affermato che la decisione è un "riconoscimento atteso per lungo tempo della pari capacità di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali a costituire felici e sane famiglie".
"L'interesse superiore del minore deve essere stabilito dai genitori, dalle famiglie, dai professionisti e dai giudici, non da politici opportunisti e gruppi di interesse", ha detto Chrisler.
John Stemberger, che ha diretto la campagna a favore del referendum, passato a novembre, che ha emendato la Costituzione vietando il matrimonio gay in Florida, ha chiamato la sentenza "classico attivismo giudiziario”. "Ovunque la legge disponga sui bambini, la norma deve essere sempre disporre ciò che è nel miglior interesse del bambino ", ha detto Stemberger, un avvocato di Orlando. "Quello che mi lascia perplesso è che quando la questione riguarda i gay, questa regola viene lanciata dalla finestra. I bambini fanno meglio con una madre e un padre ".

 

(Traduzione di Antonio Rotelli)

 



NOTA: La sentenza che si allega, a tratti commovente nella parte che descrive in che stato di depravazione e malattia erano i bambini quando sono stati inseriti nella famiglia costituita dalla coppia omosessuale, contiene molti importanti passaggi di analisi della crescita e dello sviluppo di un figlio in una famiglia omosessuale. In essa si rinviene una ricca bibliografia aggiornata della dottrina delle scienze sociali e delle ricerche USA condotte sull’incidenza dell’orientamento sessuale sui figli, sulle relazioni e sui comportamenti sociali degli individui.

Allegati

2008_11_25_Sentenza Florida_pro_adozione_gay.pdf

La stampa italiana, si sa, non può essere accomunata facendo di ogni erba un fascio, però a volte si ha l'impressione che faccia del semplice copia-incolla. Prendiamo il caso delle esternazioni di organi della Chiesa cattolica.

Leggo l'articolo di Repubblica "Depenalizzazionedell'omosessualità. No del Vaticano alla proposta
ONU"
.

Già uno si domanda perché la notizia dell'iniziativa della Francia di sollecitare una risoluzione ONU che eviti torture, carcere e pene varie per il semplice fatto di amare una persona, quand'anche dello stesso sesso, non sia stata diffusa e lo sia invece la reazione del Vaticano.

Poi legge "depenalizzare" e ogni cittadino sa che il diritto penale riguarda i reati e che, quindi, non incide sul regime di matrimonio e unioni varie, che è materia di diritto civile. Ciò nonostante, la Repubblica (già, propriola Repubblica) riporta pari pari la posizione dell'ennesimo monsignore, il quale afferma: "Per esempio - ha detto l'arcivescovo all'agenzia cattolica I-Media - gli Stati che non riconoscono l'unione tra persone dello stesso sesso come 'matrimonio' verranno messi alla gogna e fatti oggetto di pressioni". Ogni matricola di giurisprudenza, ma invero ogni persona che abbia una minima idea di cosa sia il diritto, sa bene che tale congettura non ha alcun fondamento ed è fuori luogo. Eppure il giornalista riporta pari pari, è sulla prima pagina del portale, seconda notizia, e non c'è una nota di commento in merito alla scorrettezza dell'analisi svolta dal Monsignore, per quanto palese essa sia.

In occasione della Giornata mondiale per la lotta all'AIDS, il Roma Rainbow
Choir
, in collaborazione con il Circolo Mario Mieli, terrà un concerto per la raccolta di fondi da destinare alle attività di sostegno in favore di malati e servizi di prevenzione.

Il concerto, con ingresso gratuito, si terrà il 4 dicembre 2008 alle ore 20,30, a Roma presso la Chiesa Anglicana All Saints' in via del Babuino 153.

Saranno eseguiti brani di carattere natalizio di diverse epoche e di diversi stili, dal medioevo ai nostri giorni.

Giuseppe Eduardo Polizzi, membro del Comitato esecutivo di Avvocatura per i diritti LGBT, ha organizzato per il 2 dicembre 2008 una serata di dibattito in occasione dell'uscita del libro "Le Unioni tra persone dello stesso sesso".

Insieme al curatore ne hanno discusso l'Avvocata Saveria Ricci, Presidente di Avvocatura per i diritti LGBT e l'Avvocato Antonio Rotelli, Tesoriere dell'Associazione stessa.

E' intervenuto Giovanni Dall'Orto, autore di uno dei saggi contenuto nel volume in cui si analizza il rapporto tra diritto e omosessualità dall'antichità all'età moderna.

L'incontro si è tenuto presso il pub "Il Cantiere".  La presentazione del volume è stata coordinata dal Dott. Nicola Rizzo.

 

 

 

MADRID - È finito a sua volta davanti ad un tribunale e ora rischia fino a 9 mesi di carcere, oltre a una lunga sospensione dall'incarico perché accusato di "prevaricazione", il giudice di Murcia Fernando Ferrin Calamita, contrario all'adozione gay benchè sia ora consentita in Spagna. A trascinarlo alla sbarra è stata la denuncia presentata contro di lui da una coppia di lesbiche. Vanesa H., madre biologica di una bimba di due anni, C., avuta con l'inseminazione artificiale, aveva chiesto al tribunale di Murcia presieduto da Ferrin, sulla base della legge su matrimoni e adozioni gay approvata due anni fa dal governo socialista di Josè Luis Zapatero, che la piccola fosse adottata dalla sua compagna Susana M., in quanto secondo genitore. Una procedura quasi automatica secondo la nuova legge. Ma con Ferrin i tempi sono diventati lunghissimi. Il giudice, ritenuto vicino all'Opus Dei, aveva prima respinto due rapporti favorevoli all'adozione della piccola e ne aveva chiesto un terzo alla Direzione per la Famiglia del governo di Murcia, invitando a chiarire se «non sia un diritto del minore di essere inserito in una famiglia normale, formata da persone di diverso sesso».

L'adozione da parte di una coppia gay, ipotizzava inoltre il giudice, rischiava di aumentare le probabilità che anche la bimba diventasse omosessuale, «imitando il modello vissuto in casa negli anni fondamentali della formazione della sua personalità». «Volevo un rapporto asettico, non ideologico, che mi dicesse se era a beneficio della bambina crescere con due madri» spiega ora Ferrin. Secondo il giudice «nessuno ha diritto di adottare, quale che sia il suo sesso: è l'adottato che ha il diritto di esserlo». Ferrin aveva poi sollevato allora anche un dubbio di incostituzionalità della legge Zapatero sulle adozioni gay.

La testarda crociata del giudice di Murcia, una regione rurale della Spagna sudorientale, ha sollevato una tempesta a Madrid. Attaccato dalla stampa progressista, dalle associazioni gay, da esponenti socialisti, Ferrin è stato sospeso nel febbraio scorso. Il suo sostituto in tre mesi ha dato luce verde all'adozione della piccola C., rilevando la relazione "paterna" con la compagna della madre. 

 

 (Articolo tratto da La Gazzetta del Sud del 26 novembre 2008)

 

«Stiamo andando verso una società inclusiva e pluralista oppure no? Bisogna capire che il riconoscimento delle unioni omosessuali serve a dare una risposta a questa domanda: è di una battaglia di tutti, non soltanto di gay e lesbiche». In questi termini Francesco Bilotta riassume il tema di «Le unioni tra persone dello stesso sesso», libro di cui è curatore.

La presentazione del volume, organizzata dall'Associazione Certi Diritti, si è svolta nei giorni scorsi alla Feltrinelli di Trieste: il pubblico ha riempito la sala della libreria. Il libro è frutto di un convegno per giuristi svoltosi a Firenze nel gennaio di quest'anno, e affronta la questione dei diritti delle coppie omosessuali sia dal punto di vista del diritto italiano che da quello dei sistemi giuridici stranieri.

Clara Comelli, presidente di Certi Diritti, ha moderato il dibattito: «La nostra associazione è giovane - spiega - ma è impegnata in una battaglia importante: quindici coppie omosessuali in Italia hanno richiesto ai municipi il riconoscimento dei loro matrimoni, vedendoselo negare. Quel diniego è stato impugnato e puntiamo ad arrivare davanti alla Corte di Cassazione: se la corte dovesse confermare le unioni garantiremmo anche in Italia quello che per altri paesi europei è un diritto fondamentale».

Secondo Comelli casi simili esistono anche a Trieste, e l'associazione spera di includerli nell'iniziativa.

Francesco Bilotta partecipò alla stesura dei progetti di legge sui Pacs, ma ora sostiene la necessità di consentire il matrimonio agli omosessuali: «Anche dal punto di vista giuridico, è più semplice ampliare a tutti il concetto di matrimonio piuttosto che concentrarsi su casi particolari come facevano i Pacs. L'Italia presenta un vuoto legislativo laddove la regolamentazione europea è spesso molto avanzata: è un fenomeno che diventa evidente quando coppie sposate all'estero chiedono il riconoscimento della loro unione in Italia. Il libro tratta del problema dal punto di vista storico e giuridico».

All'incontro hanno partecipato Cathy La Torre, dello Sportello legale Arcigay Nazionale, Francesca Polo, Presidente nazionale Arcilesbica, e Saveria Ricci, Presidente dell'Avvocatura per i diritti Lgbt/Rete Lendford. Secondo La Torre «molte coppie omosessuali richiedono semplicemente di poter disciplinare e regolare il loro rapporto, una necessità che diviene palese in casi drammatici: ad esempio quando un partner si ammala gravemente o viene a mancare».

Polo e Ricci concordano sull'importanza del libro, visto come un utile strumento per giuristi, politici ed attivisti nonché come un mezzo per sensibilizzare il mondo forense.

Ulteriori informazioni sull'Associazione Certi Diritti sono disponibili sul sito www.certidiritti.it .