Pubblicato sul quotidiano La Repubblica di domenica 22 febbraio 2009

 

di VERA SCHIAVAZZI

 





«Buongiorno, siamo venute per le pubblicazioni». «E lo sposo dov´è?». «Le spose siamo noi». La scena è già avvenuta e avverrà negli uffici del Comune di Torino e in molti altri in tutta Italia, e il 6 aprile se ne discuterà davanti ai giudici della settima sezione del Tribunale civile, quella che si occupa di diritto di famiglia: è possibile, con le attuali leggi italiane, consentire a due donne o a due uomini di celebrare il matrimonio civile? E´ l´ultima battaglia per i diritti civili delle coppie gay e il riconoscimento delle loro unioni, una battaglia simbolica e politica ma non solo. "Il nostro obiettivo - spiega Michele Poté, l´avvocato che con altri due colleghi torinesi, Cesarina Manassero e Donata Brancadoro, ha aderito alla Rete Lenford, un´associazione tra giuristi nata da un anno - è stimolare un dibattito giuridico e provocare sentenze che potrebbero essere d´aiuto per arrivare finalmente a una legge che tuteli i diritti delle coppie di fatto". La Rete di avvocati (info su www. retelenford. it) ha dunque diffuso attraverso le associazione gay il suo appello: "Cerchiamo coppie stabili, conviventi da tempo, che desidererebbero sposarsi e che sono disposte a andarlo a dire anche in Tribunale presentando ricorsi basati sulla volontaria giurisdizione". Sono arrivate le prime domande, soprattutto da coppie di donne. Il 22 gennaio il Tribunale di Saluzzo ha affrontato il primo caso, tra poche settimane arriverà la sentenza: "Le mie clienti si sono presentate prima nel loro Comune, a Marene, poi, di fronte al diniego degli uffici, hanno fatto ricorso. L´avvocatura dello Stato, che in questo caso rappresentava il Comune, ha contestato la nostra istanza scrivendo che 'il matrimonio è un´istituzione tradizionale basata sulla diversità di sesso´. Ma è proprio la tesi che noi rifiutiamo. Le norme principali su questo tema, a cominciare dall´articolo 29 della Costituzione, non parlano del sesso dei coniugi, ma si limitano a affermare che la famiglia si basa sul matrimonio".

 



L´iniziativa di Rete Lenford (il nome ricorda un avvocato giamaicano ucciso per le sue battaglie a difesa dei sieropositivi) è dunque solo in apparenza paradossale. "Il diritto di famiglia ha già più volte ricevuto stimoli importanti dalle sentenze - spiega Poté - e anche di recente mi sono occupato di casi di separazione di persone omosessuali che in precedenza avevano avuto dei figli e ai quali l´ex coniuge voleva negare il diritto di visita proprio sulla base del loro orientamento sessuale. Molti altri casi riguardano la possibilità, piuttosto esile secondo le attuali leggi italiane, di tutelare il proprio compagno o compagna sul piano dell´eredità o del patrimonio. A Saluzzo, a differenza di quanto è avvenuto a Firenze, cioè nell´unico altro caso finora discusso in Italia, il pubblico ministero non si è opposto al nostro ricorso contro il Comune che aveva rifiutato le pubblicazioni di matrimonio alle mie clienti. La parola tocca dunque ai giudici, e la attendiamo con ansia, anche perché in caso di sentenza a noi sfavorevole ricorreremo non solo in Cassazione ma anche in sede europea". Singolari e eterogenee anche le motivazioni con le quali gli uffici comunali respingono le richieste delle coppie gay (fino ad oggi una ventina in tutta Italia). La più frequente è una formula tecnica, "la richiesta è contraria all´ordine pubblico interno", ma l´imbarazzo è generale perché la nuova battaglia legale è arrivata a sorpresa, quando nessuno era preparato a rispondere. Anche i tribunali potrebbero non far arrivare nemmeno in aula i ricorsi di queste coppie, respingendo le istanze con un semplice decreto. Ma, almeno in Piemonte, fino ad ora la scelta è stata quella di discutere nel merito. "Sposarsi è un diritto per chi ha un progetto di vita comune e vuole garantire a sé e al compagno di essere tutelato anche in caso di morte o di separazione - conclude Poté - Paesi come l´Olanda, il Belgio e la Spagna lo hanno già affermato con una semplice modifica del codice civile, da noi il legislatore è inerte e tutto lascia credere che lo resterà per un bel po´. Per questo è importante che se ne parli nei Tribunali, noi qui a Torino abbiamo molta fiducia".

fonte: Folha on line del 04/01/2009

 

Fin da quando aveva 9 anni, João Filho Nogueira de Andrade subisce il   pregiudizio per essere "differente". Ora, a 31 anni, al fine di comprendere questo rifiuto, João Filho - o meglio, Luma Andrade, come preferisce essere chiamata - è entrata nel dottorato in educazione all'Università Federale del Cearà, diventando ufficialmente, il primo travestito a raggiungere questo livello di carriera universitaria nel paese, secondo la ABGLT (Associazione Brasiliana di Gay Lesbiche, Bisessuali, Travestiti e Transessuali).

Luma, è anche impiegata (per aver vinto il relativo concorso statale) nella Segreteria di Educazione con il compito di coordinare 28 scuole in 13 municipi della periferia del Cearà.

Questa sua funzione le consente di intervenire in casi come quello in cui una direttrice aveva convocato i genitori di un ragazzo lamentando il fatto che questi fosse gay e in un altro caso in cui si voleva impedire l'entrata a scuola di alunni travestiti che usavano il rossetto.

"In entrambe le occasioni ho spegato che questo non era corretto, che era immorale. E' necessario far capire che la Costutuzione garantisce il diritto di tutti all' educazione, senza discriminazioni" ha detto Luma, che ha  sempre vissuto in zone di periferia. Oggi vive in Ruddas ( a 165 Km da Fortaleza)

Il cammino di Luma, racconta lei stessa, è stato molto differente dal vissuto della maggioranza dei travestiti. Figlia di analfabeti poveri, ha raccontato di aver avuto varie occasioni per prostituirsi* ma che ha deciso di studiare per aiutare la famiglia.

La prima difficoltà che ha dovuto affrontare è stata in terza classe, quando, per il solo fatto di giocare con le ragazzine, è stata presa a botte da un compagno di classe. "Quando sono andata piangendo dalla maestra, lei girandosi mi disse: "Ben fatto, chi ti dice di essere in questo modo?" Io
ero una bambina ma ho capito, allora, che lei mi vedeva diversa e che mi condannava"

Scherzi e piccole aggressioni da parte di compagni di scuola l'hanno accompagnata in tutto il suo percorso scolastico, e la cosa diminuiva solo con l'approssimarsi degli esami, quando la cercavano perchè insegnasse loro la matematica.

Lauretata in scienze, con abilitazione in biologia e chimica, presso l'Università Statale di Cearà, Luma ha faticato anche per diventare professoressa. Un direttore è rimasto mesi a spiarla mentre faceva lezione, mentre un altro ha tentato di impedire la sua nomina, nonostante i buoni voti al concorso.

Anche tra gli alunni molte volte ci sono reazioni di distacco. "E' sempre uno choc quando arrivo. Tento di mostrare che, ok sono un travestito ma sono, prima di tutto, un essere umano con dei valori"

Luma ricorda che ha vissuto uno dei suoi peggiori momenti quando è entrata in una scuola a Tibuleiro del Nord (211 Km da Fortaleza). "Sono entrata in classe ed un coro di alunni ha iniziato ad insultarmi: "Viado, viado"* . Sono stata presa dalla disperazione, ma ho pensato che non potevo uscire, e che loro non avevano la colpa, quindi ho cominciato un discorso per mostrar loro che non importa quello che ognuno è"

Per Luma il pregiudizio che si incontra nell'ambiente scolastico finisce per allontanare i travestiti dalle aule condannandoli molte volte alla strada.

Per capire questo processo di esclusione sociale, ha cominciato a ricercare, per la sua tesi, casi di travestiti che frequentano le scuole pubbliche.
Concluderà il suo dottorato nel 2012.

La somministrazione del test anti HIV presuppone, anche nei casi di necessità clinica, il consenso informato del paziente il quale ha diritto di prestarlo o negarlo. Da esso si può prescindere solo in caso di obbiettiva ed indifferibile urgenza del trattamento sanitario ovvero per specifiche esigenze di interesse pubblico. Resta onere del personale sanitario adottare tutte le misure necessarie a garantire il rispetto del diritto  della riservatezza del paziente onde evitare la diffusione a terzi di dati "sensibili" quali quelli relativi all’esito del test, alle condizioni di salute, all'orientamento sessuale del paziente medesimo.

 

Testo sentenza

 

Cassazione - Sezione terza - sentenza 14 novembre 2008 - 30
gennaio 2009, n. 2468
Presidente Di Nanni - Relatore Lanzillo
 
 
Svolgimento del processo
 
 
Con atto di citazione notificato il 30.9.1997 A. V. ha
convenuto davanti al Tribunale di Perugia il prof. L. C. e
l'Azienda SSL omissis della Regione Umbria, chiedendo il
risarcimento dei danni nella misura di lire 1 miliardo
perché - essendo stato ricoverato il omissis presso
l'Ospedaleomissis per un forte attacco febbrile con diagnosi
di leucopenia - era stato sottoposto al test anti-HIV, senza
che gli fosse stato richiesto il consenso. Il test, eseguito
senza rispettare l'anonimato, aveva dato esito positivo e la
cartella clinica - recante anche la registrazione di dati
sensibili non rilevanti, fra cui la sua omosessualità -
era stata custodita senza alcuna riservatezza, sì che le
notizie relative alla sua salute si erano diffuse
all'interno e all'esterno dell'Ospedale, con suo grave
pregiudizio personale e patrimoniale, considerato che, di
conseguenza, egli aveva anche dovuto chiudere la sua
attività commerciale.
I convenuti hanno resistito alla domanda, affermando di
avere agito nell'esclusivo interesse del paziente, al fine
di giungere al più presto alla diagnosi per intraprendere
la terapia necessaria; che l'esecuzione del test senza il
preventivo consenso del paziente si era resa necessaria;
tanto che, se egli non avesse acconsentito, gli si sarebbe
dovuto rifiutare il ricovero o si sarebbe dovuta chiedere
alle competenti autorità l'autorizzazione al trattamento
sanitario obbligatorio. Hanno affermato che l'anonimato è
richiesto solo nei casi di indagini epidemiologiche; che la
cartella clinica era stata conservata in sala infermieri e
che era nota al solo personale medico e infermieristico.
Il Tribunale di Perugia ha respinto la domanda e la Corte di
appello di Perugia - con sentenza 26 febbraio/11 maggio 2004
n. 109 - ha respinto l'appello del V..
Con atto notificato il 15.92004 il V. propone ricorso per
cassazione contro la sentenza - notificatagli il 4.6.2004 -
per tre motivi. Resistono con unico controricorso la Azienda
SSL Umbria e gli eredi del prof. L. C., deceduto nelle more
del processo.
 
Motivi della decisione
 
 
1. - Con il primo motivo, deducendo l'erronea applicazione
dell'art. 5, 3° comma, legge 5 giugno 1990 n. 135, in
relazione agli art. 32 Cost. e 360 n. 3 cod. proc. civ., il
ricorrente lamenta che la Corte di appello abbia ritenuto
legittimo il comportamento del medico e dei sanitari
dell'Azienda convenuta esclusivamente in base al rilievo che
la sintomatologia da lui presentata induceva il sospetto che
fosse affetto da Aids, e che rispondeva ad esigenze di
necessità clinica, nel suo stesso interesse, che si
pervenisse al più presto a una diagnosi precisa.
Afferma il ricorrente che l'art. 5, 3° comma, legge n.
135/1990 cit. - secondo cui nessuno può essere sottoposto
a test anti HIV senza il suo consenso, “se non per motivi
di necessità clinica, nel suo interesse” - va
interpretato nel senso che si può prescindere dal consenso
del paziente solo nei casi in cui egli sia del tutto
impossibilitato a prestarlo; che solo tale interpretazione
è in linea con quella della Corte costituzionale - secondo
cui gli accertamenti sanitari che comportano prelievi ed
analisi trovano un limite invalicabile nel rispetto della
dignità e della riservatezza della persona che vi è
sottoposta (sentenza n. 218 del 1994) - e con le analoghe
disposizioni del Garante della privacy e dei principi della
deontologia medica.
Ove egli fosse stato informato, avrebbe potuto disporre che
il test venisse eseguito presso altro Ospedale, in luogo, in
cui non fosse conosciuto, considerato che non vi era alcuna
urgenza di procedervi.
1.1. - Il motivo è fondato.
Va condivisa l'opinione del ricorrente secondo cui la
lettura costituzionalmente orientata dell'art. 5, 3°
comma, legge n. 135/1990 porta a ritenere che il consenso
del paziente al test HIV - così come ad ogni altro
trattamento a cui debba essere sottoposto - deve essere
richiesto in ogni caso in cui ciò sia possibile, senza
pregiudizio per le esigenze di cura del paziente stesso o
per la tutela dei terzi.
Ed invero, se nessuno può essere obbligato ad un
determinato trattamento sanitario, salvo espressa
disposizione di legge (art. 32 Cost.), il malato ha il
diritto di essere preventivamente e tempestivamente
informato delle indagini cliniche e delle cure alle quali lo
si vuol sottoporre, in tutti i casi in cui possa esprimere
liberamente e consapevolmente la sua volontà.
Seguendo l'interpretazione dell'art. 5 adottata dalla
sentenza impugnata - secondo cui le necessità cliniche
sarebbero di per sé sufficienti a consentire di
prescindere dalla preventiva informazione del malato -
verrebbe sostanzialmente vanificato il diritto di
quest'ultimo di accettare o rifiutare le cure. Alla
personale valutazione dell'interessato si sostituirebbe
quella dei medici, i quali sono portati a somministrare
comunque i trattamenti ritenuti opportuni, qualunque ne sia
l'onere od il peso (sotto ogni profilo) per il paziente.
Va soggiunto che - anche quando il trattamento si riveli
indispensabile, per legge o nell'interesse pubblico - va
riconosciuto al malato quanto meno il diritto di scegliere i
tempi, i modi o i luoghi dell'intervento, in ogni caso in
cui ciò sia possibile.
Anche a tal fine è necessario che egli venga
preventivamente informato ed interpellato.
2. - Con il secondo motivo, deducendo violazione dell'art.
5, 1° comma, legge 135/1990, il ricorrente lamenta che
erroneamente la Corte di appello abbia escluso l'indebita
violazione della privacy ed abbia ritenuto che l'obbligo di
mantenere l'anonimato, con riguardo ai campioni prelevati
per le analisi, sia prescritto dalla legge solo in relazione
alle indagini epidemiologiche.
A suo avviso l'art. 5 cit. - nel prescrivere l'anonimato per
tali indagini - non consente di escludere che il medesimo
requisito debba essere rispettato anche negli altri casi.
Avrebbero dovuto essere comunque adottate tutte le misure
idonee a salvaguardare il suo diritto alla riservatezza.
Al contrario, è stata indicata in piena evidenza nella
cartella clinica la sua omosessualità, e la cartella non
è stata custodita con la diligenza necessaria ad evitare
che di essa potessero prendere visione anche persone
estranee al personale sanitario.
3. - Con il terzo motivo, denunciando erronea disamina delle
risultanze processuali ed erronea motivazione in relazione
ad un punto decisivo della controversia, il ricorrente
lamenta che la Corte di appello abbia disatteso, ritenendola
inattendibile, la testimonianza di sua madre, che ha
dichiarato di avere appreso la sieropositività del figlio
dalla lettura della cartella clinica, abbandonata in sala
infermieri su di un termosifone, a disposizione di qualunque
curioso. La motivazione della Corte di appello, secondo cui
l'accesso alla sala infermieri è chiuso al pubblico, è
da ritenere insufficiente a giustificare la decisione, in
quanto è obbligo dei sanitari di predisporre tutte le
misure idonee a garantire la riservatezza dei pazienti
(quindi anche ad evitare che il pubblico acceda ai luoghi
riservati).
4. - I due motivi - che possono essere congiuntamente
esaminati, perché connessi - sono fondati.
Giustamente la Corte di appello ha ritenuto che l'art. 5,
1° comma, imponga l'anonimato solo per le indagini
epidemiologiche.
Ciò non consente di escludere, tuttavia, che anche per le
indagini cliniche debba essere rispettata quanto meno la
riservatezza del paziente, adottando tutte le misure idonee
a far sì che natura ed esito del test, dati sensibili
raccolti nell'anamnesi, e accertamento della malattia, siano
resi noti solo entro il ristretto ambito del personale
medico e infermieristico adibito alla cura e vengano
custoditi adottando tutti gli accorgimenti necessari ad
evitare che altri, ed in particolare il pubblico, possano
venire a conoscenza delle suddette informazioni.
Ciò dispone espressamente il citato 1° comma dell'art.
5, legge n. 135/1990, secondo cui gli operatori sanitari che
vengano a conoscenza di un caso di AIDS sono tenuti ad
adottare tutte le misure occorrenti per la tutela della
riservatezza della persona assistita.
La motivazione della sentenza impugnata appare sul punto
insufficiente.
La Corte non ha positivamente accertato se le modalità di
custodia della cartella clinica siano state tali da
prevenire concretamente il rischio che i terzi potessero
prendere visione del documento, custodendolo in luogo non
accessibile, neppure occasionalmente o di fatto, da parte
del pubblico.
A fronte della precisa disposizione dell'art. 5, sarebbe
stato onere del personale ospedaliero dimostrare di avere
adottato tutte le misure idonee allo scopo.
Il rilievo della Corte di merito, secondo cui la cartella
era stata lasciata in sala infermieri, locale riservato al
personale sanitario, non è di per sé sufficiente, in
mancanza di dimostrazione che a detta sala veniva
effettivamente impedito l'accesso del pubblico.
5. - La sentenza impugnata deve essere cassata, con rinvio
della causa alla Corte di appello di Roma, in diversa
composizione, affinché decida sulle domande attrici
uniformandosi ai seguenti principi di diritto:
“L'art. 5, 3° comma, legge 5 giugno 1990 n. 135 -
secondo cui nessuno può essere sottoposto al test anti HIV
senza il suo consenso, se non per motivi di necessità
clinica, nel suo interesse - deve essere interpretato alla
luce dell'art. 32, 2° comma, Cost., nel senso che, anche
nei casi di necessità clinica, il paziente deve essere
informato del trattamento a cui lo si vuole sottoporre, ed
ha il diritto di dare o di negare il suo consenso, in tutti
i casi in cui sia in grado di decidere liberamente e
consapevolmente”.
“Dal consenso si potrebbe prescindere solo nei casi di
obiettiva e indifferibile urgenza del trattamento sanitario,
o per specifiche esigenze di interesse pubblico (rischi di
contagio per i terzi, od altro): circostanze che il giudice
deve indicare nella motivazione”.
“A norma dell'art. 5, 1° comma, legge cit., è onere
del personale sanitario dimostrare di avere adottato tutte
le misure occorrenti allo scopo di garantire il diritto del
paziente alla riservatezza e di evitare che i dati relativi
all'esito del test ed alle condizioni di salute del paziente
medesimo possano pervenire a conoscenza dei terzi”.
6. - Il giudice di rinvio deciderà anche in ordine alle
spese del presente giudizio.
 
P.Q.M.
 
 
La Corte di Cassazione accoglie il ricorso. Cassa la
sentenza impugnata e rinvia la causa alla Corte di appello
di Roma, in diversa composizione, che deciderà anche in
ordine alle spese del giudizio di cassazione.

 

 

(grazie a Salvatore SIMIOLI, Presidente Arcigay Napoli,  per la segnalazione)

 

 

 

Si avvicina la data dell’udienza del procedimento iniziato di fronte alla Corte Suprema della California per rimuovere il divieto contro i matrimoni omosessuali introdotto nella Costituzione dalla ormai notissima Proposizione 8 che, il passato novembre 2008, è stata approvata da un referendum tenutosi contestualmente alle elezioni presidenziali.
L’udienza si terrà il 5 marzo prossimo, dopodiché la Corte avrà 90 giorni di tempo per depositare le proprie motivazioni.
Il divieto introdotto interessa tutta la comunità omosessuale ed anche le 18 mila coppie che erano riuscite a contrarre matrimonio tra maggio e novembre 2008, dopo che una sentenza della stessa Corte suprema californiana lo aveva reso possibile.

 



Alla Corte suprema sono arrivati ben 63 pareri redatti da altrettanti organizzazioni e privati che hanno voluto offrire il proprio punto di vista alla Corte per aiutarla nella sua decisione. Si tratta di una procedura non possibile nell’ordinamento italiano, che permette a terze parti non coinvolte direttamente nel procedimento ma che hanno un forte interesse di esprimere il proprio parere: si tratta di studiosi di diritto, di avvocati che si occupano di diritti civili, di organizzazioni religiose e singole chiese, organizzazioni sindacali etc. che presentano argomentazioni giuridiche, sociali e religiose relative all’oggetto della causa. Alle volte queste opinioni vengono anche citate dai giudici nelle loro sentenze. Due terzi delle 63 memorie sono di soggetti che si oppongono alla Proposizione 8. In occasione del procedimento che ha portato lo scorso 15 maggio la Corte suprema californiana ha consentire l’accesso al matrimonio alle coppie omosessuali, i pareri fatti pervenire sono stati ben 68.

 



Solo le parti proponenti il ricorso, tuttavia, hanno diritto di partecipare all’udienza e prendere la parola.
In sintesi queste sono le argomentazioni delle parti in causa.

 



Contro la Proposizione 8:
Si ritiene invalida la Proposizione, anche se ormai parte della Costituzione, per tre ragioni:
-    ha un tale drastico impatto su diritti soggettivi che si configura come una revisione della Costituzione e non un semplice emendamento. Una revisione della Costituzione è possibile solo se votata da due terzi dei membri del Parlamento californiano o dai delegati ad un’assemblea costituente;
-    viola la separazione dei poteri regolata dalla Costituzione, avendo sottratto alle corti il potere di proteggere le minoranze dalla discriminazione;
-    cancella un “diritto inalienabile”, che è incluso tra quelli protetti dalla Dichiarazione dei Diritti posta in apertura della Costituzione californiana, senza una valida ragione. Questa argomentazione è stata espressa dall’Avvocato generale dello Stato Jerry Brown, che ha cambiato posizione dopo aver difeso dinanzi la stessa Corte la precedente legge sul matrimonio, che escludeva le persone omosessuali.

 



A favore della Proposizione 8:
La difesa della proposizione è affidata alle associazioni che l’hanno sostenuta prima del voto, che ne fanno un punto di difesa della stessa democrazia.
“La Costituzione è stata emendate, dal popolo sovrano che ne è il creatore. Questo è l’inizio e la fine del caso”, ha scritto in coda alla propria memoria l’avvocato difensore del gruppo a sostegno della Proposizione, Kenneth Starr
La Proposizione 8, ha scritto, non realizza vaste modificazioni della Costituzione, secondo la definizione data dalla Corte suprema alla ‘revisione costituzionale’, ma semplicemente ristabilisce la tradizionale di matrimonio, lasciando i diritti delle coppie omosessuali intatti secondo la disciplina delle leggi che regolamentano la partnership domestica.
Secondo questa difesa, le motivazioni portate dagli oppositori della Proposizione realizzano un ‘rivoluzione costituzionale’.
Secondo la Città e la Contea di San Francisco, che si sono fatti promotori di un proprio ricorso alla Corte contro la Proposizione 8, il potere giudiziario, “ultimo baluardo contro l’oppressione della maggioranza, può proteggere il principio di eguaglianza che è il cuore della Costituzione.

 




Chi fosse interessato ad approfondire o leggere i pareri e le opinioni depositate dinanzi alla Corte, trova tutta la documentazione al seguente indirizzo:
http://www.courtinfo.ca.gov/courts/supreme/highprofile/prop8.htm

Un articolo giornalistico di approfondimento a quest’altro indirizzo:
http://www.sfgate.com/cgi-bin/article.cgi?f=/c/a/2009/01/26/MNB515G17D.DTL&hw=homosexual&sn=012&sc=374

Il chiaro intento derisorio integra il reato di ingiuria
Tribunale di Reggio Calabria - Sezione I penale - Sentenza  18 luglio 2008 n.  1655
(Giudice  Celeste)

 

Pubblicato su Responsabilità e Risarcimento, 2008

 

LA MASSIMA
Reati contro l'onore - Intento di derisione e scherno - Forma graffiante - Fattispecie. (Cp,  articolo   594)
Integra il reato di ingiuria l'espressione "frocio", in quanto si rawisa nel suddetto termine un chiaro intento di derisione  e di scherno  espresso  in forma  graffiante  e pertanto risulta l'offesa  all'onore  e al decoro,  bene giuridico tutelato dall'articolo 594 del codice penale.

In fatto e diritto
Con alto di querela del xx/xx/2001. il sig. (A) denunciava alla  Procura  della Repubblica  di Reggio Calabria, l'aggressione fìsica e verbale subita dello stesso il xx/xx/2001.

[CONTINUA]

 

NOTA

di Michele POTE'

Avvocato in Torino

Serve un intervento normativo ad hoc vista l'inapplicabilità della legge Mancino

La  sentenza  1655/08  inerita  di  essere  segnalata,  in quanto costituisce uno dei pochi precedenti  giurisprudenziali  in  materia  di  lesioni  e  ingiurie  perpetrate  ai  danni  di
persone omosessuali.  Recenti episodi di cronaca, simili  a  quello  di  cui  si  occupa  la  sentenza  in pigrafe, dovrebbero indurre il legislatore a intervenire de iure condendo  per garantire una  maggiore tutela alle vittime di  atti  sostanzialmente omofobici.
[CONTINUA]

 

Allegati

2008_Trib_Reggio_Cal_penale_diff.pdf
2008_Pote_NOta_a_Trib_Reggio_Cal_diffamazione.pdf


l y a tout juste un an, elle était devenue, bien involontairement, l'un des symboles
de la lutte contre l'homophobie en Europe : Emmanuelle B., qui s'était vu refuser un
agrément pour l'adoption parce qu'elle était homosexuelle, avait fait condamner la
France par la Cour européenne des droits de l'homme de Strasbourg. Selon les juges,
les autorités françaises avaient "opéré une distinction dictée par des
considérations tenant à son orientation sexuelle, distinction qu'on ne saurait
tolérer".

Un an plus tard, le conseil général du Jura persiste et signe : malgré la sévère
condamnation infligée en janvier 2008 à la France, son président, Jean Raquin (div.
d.) s'obstine à refuser tout agrément à Emmanuelle B. "Votre demande ne présente pas
actuellement les garanties suffisantes pour préserver l'intérêt de l'enfant qui
serait accueilli dans votre foyer", écrit-il dans un courrier du 26 janvier.
A l'appui de son refus, Jean Raquin invoque deux éléments : selon lui, la compagne
d'Emmanuelle B. donnerait l'impression d'"occuper un rôle de tiers dans la relation
mère-enfant". En outre, Emmanuelle B. ne serait pas hostile à l'accueil d'un enfant
de 8 ans alors que sa compagne aurait parlé d'un enfant légèrement plus jeune. "Des
différences notables apparaissent dans votre projet d'adoption", en conclut-il.
"NOUS ÉTIONS CONFIANTES"

Au terme de l'enquête, l'assistante sociale et la psychologue avaient pourtant émis
un avis favorable. "Le couple semble présenter une disponibilité pour l'enfant et
une réflexion sur la vie qu'il lui proposera", soulignait l'assistante sociale.
"Elles semblent former un couple uni et complémentaire, ouvert sur l'extérieur, au
sein duquel la parole circule librement, ajoutait la psychologue. Malgré un modèle
de couple différent, le contexte socioculturel et familial élargi est harmonieux."
Emmanuelle B., 47 ans, et Laurence R., 44 ans, vivent ensemble depuis dix-huit ans à
Lons-le-Saunier (Jura). La première est enseignante spécialisée, la seconde est
devenue psychologue scolaire après avoir exercé plusieurs années comme institutrice.
"Elles sont conscientes de leur différence, qui semble parfaitement assumée et
acceptée par les deux familles, notait la psychologue. Elles décrivent une vie
sociale riche et ouverte."
Au terme de l'enquête, l'assistante sociale s'était déclarée favorable à l'accueil
d'un "enfant entre six mois et dix ans en adoption internationale". La psychologue,
qui soulignait que les deux femmes "plaçaient l'enfant au centre de leurs
préoccupations", plaidait, elle, pour un enfant "jeune" ou "une fratrie de deux".
"Nous étions confiantes, raconte Emmanuelle B. La Cour européenne nous avait redonné
espoir et les enquêtes étaient positives. Avec ce refus, le ciel nous est tombé sur
la tête."
Pour leur avocate, Caroline Mécary, cette décision qui "bafoue" l'arrêt de la Cour
européenne relève de "l'acharnement". "Les juges de Strasbourg ont condamné la
France, les avis des enquêtes sociales sont élogieux et c'est une nouvelle fois non
! Cette décision fondée sur des motifs fallacieux est arbitraire et
discriminatoire." L'avocate compte saisir le tribunal administratif de Besançon, la
Haute Autorité de lutte contre les discriminations et le comité des ministres de la
Cour européenne de Strasbourg.

fonte: www.lemonde.fr

fonte: http://www.arcigay.it/colombia-gay-piu-diritti

 

A differenza di altri paesi, le coppie dello stesso sesso in Colombia stanno conseguendo dalla Corte costituzionale quello che non hanno ottenuto dal potere legislativo. Il potere giudiziario si avvicina a riconoscere alle coppie omosessuali gli stessi diritti di quelle eterosessuali, escluso il diritto ad adottare figli o a sposarsi.Negli ultimi anni, i magistrati del tribunale hanno riconosciuto alle coppie omosessuali colombiane diritti patrimoniali, di sicurezza sociale – con riferimento alla salute e alle pensioni- e anche in materia di alimenti.
Infine lo scorso mercoledì, la Corte ha fatto un passo ulteriore ed ha accettato le argomentazioni poste a sostegno di una domanda contro 28 leggi le cui disposizioni avevano effetto solo per le coppie eterosessuali.
Il tutto accade nel mezzo di una situazione paradossale. Mentre il Congresso ha negato vari progetti di legge a favore delle coppie dello stesso sesso, la Corte ha derogato disposizioni che considerava in violazione del diritto di uguaglianza di queste unioni.Ha spiegato il presidente della Corte costituzionale, Humberto Sierra: «Quando in queste leggi ricorrono espressioni che parlano di stabile convivente (compañero o compañera) o di coppia, si intende che includono anche le coppie dello stesso sesso, le unioni dello stesso sesso».Per le organizzazioni che difendono i diritti umani, le decisioni dei magistrati sono un riconoscimento elementare delle garanzie consacrate dal 1991 nella Costituzione della Colombia.Tuttavia altri esperti consultati da BBC Mundo, che hanno chiesto di rimanere anonimi, credo che le decisioni della Corte costituzionale sono una risposta «all’omofobia e al machismo che si riscontra nel Congresso della Repubblica».

 

 

Diritto alla nazionalità e ai sussidi



La sentenza della Corte costituzionale permetterà a circa 300 mila coppie lesbiche, gay, trans e bisessuali, tra gli altri benefici, di accedere a differenti tipi di sussidi, di avere diritti in materia di nazionalità, di non essere obbligato a testimoniare contro il o la propria convivente.Se uno dei due è membro delle forze armate, potrà dare al partner i benefici ai quali hanno diritto tutte le coppie eterosessuali che convivono da più di due anni, anche se non sono sposate.Infatti, questo tipo di unione in Colombia è chiamata «unione maritale di fatto» (unión marital de hecho), mentre in altri paesi è chiamata unione civile. L’associazione Colombia Diversa calcola che circa 300 mila coppie omosessuali vivono in questa situazione in Colombia.Grazie all’ultima sentenza della Corte costituzionale, quando uno dei membri della coppia dello stesso sesso sia vittima di reato contro la sua vita o la sua integrità fisica da parte dell’altro o dell’altra componente della coppia, la pena sarà aumentata.Inoltre, la decisione dei magistrati riconosce che i membri delle copie dello stesso sesso siano riconosciute dalle istituzioni come vittime quando l’altro o l’altra sia vittima di crimini commessi con l’uso di armi, come il sequestro di persona, la tortura, gli abusi sessuali e l’omicidio.Essere ammesso come vittime dà diritto ai mebri delle coppie dello stesso sesso a ricevere risarcimenti e a partecipare attivamente nei procedimenti giudiziari.

 

 

 

"Un gran salto"



La direttrice di Colombia Diversa, Marcela Sánchez, una delle 30 organizzazioni che hanno avviato il procedimento dinanzi alla Corte costituzionale, ritiene che con la nuova sentenza “il paese ha fatto un gran salto in avanti”
Se il Canada e l’Uruguay sono in cima alla lista dei paesi che riconoscono diritti alle coppie dello stesso sesso in America, la Colombia le segue”, ha detto a BBC Mundo.Con la sentenza di questa settimana le coppie dello stesso sesso che convivono da almeno due anni sono quasi equiparate a quelle eterosessuali.“La sola cosa che continuerà a mancare alle coppie dello stesso sesso in Colombia è l’adozione e il matrimonio”, ha aggiunto.

Però il matrimonio tra persone dello stesso sesso resta ancora lontano in Colombia
, se si tiene conto della forte opposizione di settori molto influenti come la chiesa cattolica.Senza dubbio, l’avanzamento è evidente, mentre per ora solo sette paesi nel mondo accettano i matrimoni omosessuali e in alcuni ancora si considera l’omosessualità come reato.

 

(traduzione di Antonio ROTELLI)


Allegati

2008_09_diriti gay, paradossi colombiani.doc
  BOLZANO. Il comune senso del pudore non è più quello dei finanzieri. Ne sa qualcosa un transessuale che - a seguito di un verbale redatto nel 2006 dalle Fiamme Gialle - era stato condannato ad un mese di carcere (convertito in una sanzione pecunaria) per essere stato sorpreso a prostituirsi in slip e spolverino trasparente, una «mise» giudicata moralmente censurabile. Il travestito si è opposto ed il giudice Carlo Busato lo ha assolto «perchè il fatto non sussiste». La vicenda risale al 4 marzo 2006, quando un transessuale austriaco - che dalla fine degli anni Novanta fa la spola due volte a settimana tra Bolzano e Innsbruck - è stato fermato da una pattuglia della Guardia di Finanza, che lo ha sorpreso a prostituirsi in via Macello con una mise ritenuta offensiva per il comune senso del pudore: un paio di «slippini» ed uno spolverino trasparente. Ad indurre gli agenti a sanzionare il travestito sembra sia stata anche la reazione dell’uomo - che inizialmente pare si sia rifiutato di dare le sue generalità - sorpreso dall’eccessiva attenzione nei suoi confronti. «Sono almeno dieci anni che vengo nel capoluogo altoatesino due volte a settimana e sono conosciuto tanto dai poliziotti quanto dai carabinieri, che non hanno mai avuto nulla da eccepire sul mio comportamento. Anche per questo, quella sera di 3 anni fa, non ho capito esattamente di cosa mi accusasse le pattuglia intervenuta ai Piani». Il travestito d’oltre Brennero - noto alle cronache giudiziarie per essere stato risarcito con 1.500 euro dopo aver fatto causa ad alcuni giovani che lo aveva picchiato (dopo un incidente stradale) proprio per il suo orientamento sessuale - si è stupito ancora di più quando gli è stato notificato il decreto penale di condanna per aver infranto l’articolo 527: atti osceni in luogo pubblico. Come spiega Karl Pfeifer, legale dello studio Brandstätter che ha assistito il trans, «non c’erano i presupposti per contestare questo tipo di reato, per ravvisare il quale avrebbe dovuto esserci un’estrinsecazione dell’istinto sessuale». Secondo Pfeifer, in buona sostanza, il suo cliente avrebbe potuto essere condannato per atti osceni solo se fosse stato sorpreso in atti di autoerotismo in un luogo pubblico o mentre consumava un rapporto in auto con un cliente. «Tenuto conto del comune senso del pudore, che nel corso degli anni è cambiato profondamente, era davvero difficile condannare il trans per il semplice fatto di essere vestito con abiti femminili, seppur succinti». L’avvocato Pfeifer ha chiesto, durante l’udienza, l’applicazione dell’articolo 129 del codice di procedura penale, in base al quale in ogni stato e grado del processo il giudice - se il fatto non sussiste, l’imputato non lo ha commesso o il fatto non costituisce reato - può emettere la sentenza senza nemmeno sentire i testi. Ora, tra un mese, sarà curioso leggere le motivazioni.

I
CORTE   D'APPELLO    DI   FIRENZE;   decreto   30   giugno 2008;  Pres.  CHINI,  Rei.  NENCINI;  P.  e  altro  e.  Comune  di  Fi-
renze.

Matrimonio —  Pubblicazioni  matrimoniali  — Persone  dello stesso  sesso  —  Rifiuto  dell'ufficiale  di  stato  civile  —  Legittimità (Cost., art.  3, 29).

È  legittimo,  allo  stato  attuale  della  normativa,  il  rifiuto  dell  'ufficiale  di  stato  civile  ad  effettuare    le pubblicazioni  matrimoniali  richieste  da  due persone  dello  stesso  sesso  (si  legge  in motivazione  che tutto ciò  che non è previsto dalla  normativa positiva  non può  essere  disciplinato   dal  giudice,   attraverso un'attività   di  vera  e  propria   creazione  del  diritto,  ma  deve essere  riservato  al legislatore).

 

II
CORTE  D'APPELLO  DI  ROMA;  decreto   13  luglio  2006; Pres. Pucci, Rei.  MONTALDI; G. e altro e. Comune di Latina.


Matrimonio   —   Celebrazione   all'estero   tra  persone   dello stesso sesso — Trascrizione — Rifiuto  dell'ufficiale  di  stato civile —  Legittimità  (Cost., art. 2, 3, 29; cod.  civ., art.  89, 143 bis,  156 bis,  231,  235,  262;  1. 31  maggio  1995  n.  218,  riforma  del sistema italiano di diritto.internazionale privato, art. 16, 64,  65).


È  legittimo  il  rifiuto   opposto  dall'ufficiale   di  stato  civile  alla richiesta  di trascrizione  di un matrimonio  contratto  all'estero tra persone  dello  stesso  sesso

 

Commento di Francesco Dal Canto

La  Corte  d'appello   di  Firenze,  con  la  pronuncia  in  epigrafe, rigetta  un  reclamo  presentato  congiuntamente  da  due  persone  dello stesso  sesso  avverso  un  decreto  emesso  dal  Tribunale di  Firenze  con  il quale  era  stato  respinto  il  ricorso  presentato  dai  medesimi  contro  il  rifiuto  dell'ufficiale  dello  stato civile del comune  di Firenze  di effettuare e pubblicazioni  matrimoniali.
La  Corte  d'appello  di  Roma  ha  respinto  il  reclamo  che  due giovani omosessuali  avevano proposto  contro  il provvedimento del Tribunale di Latina  con  cui  era  stato  rigettato  il  ricorso  dei  medesimi  avverso  il  rifiuto  dell'ufficiale  dello  stato  civile di  trascrivere  il  matrimonio  dagli
stessi  contratto  in  Olanda.
In  particolare,  Trib.  Latina  10 giugno  2005,  Foro  it.,  2006,  I,  287, con  nota  di richiami, confermando  il rifiuto  opposto dall'ufficiale  dello stato  civile  alla  trascrizione   del  matrimonio  fra  persone   dello  stesso sesso celebrato in  Olanda,  aveva  valorizzato, per  un verso,  la giuridica inesistenza  nel  nostro  ordinamento  di  un  matrimonio  fra  persone  del medesimo  sesso, per  altro  verso,  la  contrarietà del matrimonio  omosessuale  all'ordine  pubblico  internazionale. La  corte  d'appello  ha  a  propria  volta rigettato il ricorso argomentando,  oltre  che  su profili   riguardanti  la tematica  dell'ordine  pubblico  internazionale,  sull'osservazione
in  base  alla  quale  uno  dei  «requisiti  essenziali»  dell'istituto  matrimoniale  nell'ordinamento  interno era  quello  della  «diversità  di sesso  tra  i coniugi»,  quale  «presupposto»  delle  norme  del  codice  civile disciplinanti  le  cause  di  invalidità  del  matrimonio,  in  conformità  alla  «tradi-
zione  sociale  e  giuridica».  La corte  d'appello,  nell'occasione,  ha  tuttavia  osservato  che  compete  al  legislatore  provvedere   alla  ricezione  in ambito giuridico  di nuove  figure alle  quali  la società  attribuisca  «il  senso e il valore della esperienza di  'famiglia'».

(CONTINUA)

 

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La Rete Lenford nasce per iniziativa di "Avvocatura per i diritti Igbt", l'associazione fondata  da tre avvocati per rispondere al bisogno di intormazione sul rispetto dei diritti delle  persone omosessuali. Aut ha incontrato uno dei fondatori



LE TUTELE ARRIVANO IN  RETE

 



Da qualche  mese è attivo  il sito internet  della  Rete Lenford,  che  ha come obiettivo quello di  promuovere  una rete di avvocati  che  su tutto  il territorio  nazionale  si occupano della  tutela giudiziaria delle  persone  omosessuali. La rete, chiamata  Rete  Lenford per  ricordare  il barbaro omicidio di un avvocato giamaicano impegnato nel rispetto  e nella lotta per i diritti delle persone  sieropositive, è una delle iniziative  di "Avvocatura  per i diritti Igbt", l'associazione fondata su iniziativa  di tre  avvocati Saveria  Ricci,  Francesco Bilotta e Antonio  Roteili, per rispondere  al  bisogno  di informazione  e di diffusione della  cultura e del rispetto dei diritti delle persone omosessuali nel nostro Paese.

 



AUT HA INCONTRATO PROPRIO UNO  DEI FONDATORI DELL'ASSOCIAZIONE, L'AVVOCATO SAVERIA RICCI

 



Chi sono i fondatori e come nasce l'idea dell'avvocatura  LGBT e della Rete Lenford?

 

Siamo due  avvocati, Saveria  Ricci ed  Antonio  Roteili, ed  un avvocato-ricercatore  universitario  dell'Università' di Udine, Francesco  Bilotta. Ognuno  di noi aveva avuto l'idea di dar vita ad un'associazione di avvocati che  si impegnasse a sviluppare il tema dell'affermazione e del rispetto dei diritti delle persone Igbt nel mondo degli avvocati e della giustizia, dando un contributo tecnico  rispetto alle proposte che vengono fatte in ambito legislativo e alla loro elaborazione. Però solo incontrandoci  siamo riusciti a mettere insieme le forze e a lavorare per concretizzare la nostra idea.


C'era davvero bisogno, in Italia, di Avvocatura Igbt e Rete Lenford?


In  Italia  due  soggetti come  Avvocatura Igbt  e  Rete Lenford  hanno  tanto  lavoro da  fare, dal  momento che, come  si legge ogni giorno sui giornali, siamo lontani dal riconoscimento dei diritti alle persone Igbt e alle coppie dello stesso sesso. Di esse c'era bisogno almeno per tre motivi: la classe forense e il mondo giudiziario vanno  sensibilizzati sui temi dei  diritti civili delle persone Igbt hanno bisogno di professionisti sensibili e preparati  sui loro temi;  possiamo contribuire alla crescita  della  qualità  del  lavoro di tutte  le associazioni Igbt italiane.  Per questo abbiamo creato  due distinti soggetti: l'associazione Avvocatura Igbt e la Rete Lenford. Di Avvocatura fanno parte solo avvocati e praticanti avvocati, mentre alla Rete Lenford, che è gestita da Avvocatura, possono aderire singoli ed associazioni che sono interessati al tema dei diritti Igbt e che con Avvocatura vogliano interagire, chiedendo aiuto e supporto o sviluppando insieme delle iniziative.


Che obiettivo si prefigge Avvocatura Igbt?


Lo scopo principale  è appunto  quello di sensibilizzare avvocati, magistrati, notai, giuristi ed tutti gli altri operatori del mondo  del diritto sul tema del  riconoscimento dei diritti Igbt. Però vorremmo anche aiutare la diffusione di una vera cultura  dei diritti e partecipare fattivamente alla elaborazione di proposte in campo legislativo  ed  essere  un punto  di riferimento per  le persone LGBT che  necessitino di  assistenza. Avvocatura deve sempre intervenire perché  l'informazione sui diritti delle
persone Igbt non sia falsata o strumentalizzata dai suoi detrattori, come  quando  a  proposito  dei diritti delle coppie Igbt si affermava, anche da parte di stessi giuristi, di matrice cattolica, che una legge sulle unioni civili fosse inutile perché le coppie già godono di tutti i diritti che gli si potrebbero riconoscere. Niente di meno vero.


E che  obiettivo invece si prefigge la  Rete Lenford?


Per quanto  riguarda  la Rete, invece, se singoli e associazioni vorranno costruirla con noi, potremo produrre, in un rapporto  biunivoco,  lavori ed iniziative di sempre maggiore  qualità.  Per esempio attraverso Rete Lenford, Avvocatura  e l'associazione Certi Diritti stanno portando  avanti l'iniziativa dell'affermazione civile, supportando  quelle coppie dello  stesso  sesso che intendono chiedere al proprio comune le  pubblicazionimatrimoniali e nel caso del quasi certo rifiuto intraprendere un percorso giudiziario che  possa arrivare fino in Cassazione o alla Corte costituzionale per vedersi riconosciuto il diritto di sposarsi. Questa iniziativa, attraverso la Rete Lenford è aperta alla partecipazione di tutte le associazioni Igbt che  vogliano  sostenerla. Come dire, noi ci mettiamo il Know-how tecnico assistendo in giudizio le coppie, chi è nella  Rete Lenford si occupa di dare visibilità all'iniziativa  e di contattare  le coppie.


Quali sono  i professionisti cui vi rivolgete? Qual è il contributo che  possono portare, ad es., un avvocato gay  o  una  notaio  lesbica?  Come  si può  effettivamente partecipare?


Ci rivolgiamo a tutti gli operatori del mondo del diritto, in particolare agli avvocati. Il solo associarsi ad Avvocatura  è un contributo  al nostro operato  e allo stesso tempo  un'opportunità  di  crescita  professionale.  Per esempio in autunno  abbiamo avuto due giorni di formazione per i soci sui temi dei diritti delle coppie omosessuali.  Tutti  possono associarsi,  non  è necessario avere un orientamento  sessuale Igbt; anzi, proprio  la presenza tra i soci di molti avvocati eterosessuali dimostra che in Italia i diritti delle persone Igbt stanno a cuore a tutti. Siamo già presenti nelle città più grandied in quasi tutte le regioni del Centro-Nord.


Quali sono le sensazioni vissute in questi primi mesi di vita dell'associazione? Come vi sentite?


I primi mesi sono stati intensi ed abbiamo avuto ottime sensazioni, ma anche tutti i fastidi che la costituzione e l'organizzazione di un'associazione comporta. Tutte le idee, per marciare, hanno bisogno di persone. L'esperienza di Avvocatura LGBT ha solo un anno di vita e stiamo cercando di consolidare il gruppo e farlo crescere ancora. Abbiamo già organizzato o partecipato  a diversi eventi in cui abbiamo ricevuto apprezzamento ed incoraggiamento. Grazie a Francesco  Bilotta abbiamo  anche  pubblicato  un  libro scientifico,  "Le unioni tra persone dello stesso sesso", edizioni Mimesis.


Come si può contattare la Rete Lenford?


Abbiamo  un sito: www.retelenford.it  che stiamo cercando di far crescere  attraverso il contributo di tutti i soci.  Abbiamo  anche  un mail  che  è  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. alla quale chi vuole può scriverci.

 

Visita il sito del circolo Mario Mieli

 

 

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