Mai come negli ultimi tempi abbiamo sentito tante volte l'espressione diritti umani sulla bocca di esponenti delle gerarchie vaticane. Dal caso Englaro, alla depenalizzazione dell'omosessualità, ai 60 anni della Dichiarazione universale dei diritti dell'Uomo, non c'è stato un solo giorno in cui non abbiamo sentito un richiamo al primato della morale (cattolica) travestito degli abiti, laicamente più comodi, del diritto naturale. Ora il problema è che questo abito apparentemente comodo è una camicia di Nesso. Con l'espressione diritto naturale non ci si riferisce di certo a quello a cui si riferiva Grozio. Non si tratta infatti di argomentazioni basate sulla ragione, bensì dell'applicazione normativa della morale cattolica. Oppure, i principi del cattolicesimo si possono discutere? In tal caso non sarebbero più dei principi. La Chiesa cattolica è espressione di verità, oppure, è un'opinione? Può essere posta in discussione? Senza dubbio ci troviamo nel primo caso, ossia nell'ambito della «verità». Diversamente, dovremmo poter immaginare un Papa che cambia idea sulle unioni omosessuali, sulla legge del divorzio, riguardo alla legge sull'aborto, sul controllo delle nascite eccetera. In questo senso le religioni dogmatiche sono conservatrici per definizione: non vi può essere un Papa "progressista", poiché non può porre in discussione principi che non dipendono da lui.

A prescindere dall'essere favorevoli o contrari su queste o altre questioni, un laico non deve rispondere a problemi in base a una ricerca della giusta interpretazione di un dogma, ma ragionare sulla bontà o meno di un'idea in quanto tale. Essere laici implica il circoscrivere la propria fede a un fatto di coscienza individuale; essere laici significa cercare di risolvere problemi tentando di concepire la migliore legge possibile in funzione della collettività, e non di imporre la propria fede, in funzione di un dogma (indiscutibile in quanto tale), sugli altri. Ciò non equivale a un "relativismo" spicciolo, dove ogni opinione è uguale a un'altra, ci si pone invece nella condizione di pensare leggi in grado di rispondere a una data esigenza, al fine di regolamentare al meglio la vita di una comunità di individui. Per far questo non è necessario fondare un'etica.

Con questo non vogliamo dire che la Chiesa cattolica debba tacere su aspetti della vita considerati fondamentali per la propria missione salvifica, anzi, la possibilità di esprimersi su diverse tematiche è parte integrante del gioco democratico. Eppure, sembra che manifestare una posizione contraria a quella della Chiesa cattolica, per molti politici - anche di sinistra -, significhi esporsi a un costo intollerabile in termini di perdita di consenso. Perciò, tra battersi per il rispetto della dignità della persona (quali la cessazione delle cure di fine vita, l'abolizione della pena di morte per gli omosessuali nel mondo, l'estensione del matrimonio alle persone dello stesso sesso) e il consenso, sarà più saggio e conveniente - a loro giudizio - scegliere il secondo.

La seconda spiegazione (meno evidente) è che nel nostro Paese abbiamo da sempre delegato alla Chiesa cattolica il campo dell'etica, come se fosse una sua prerogativa esclusiva. All'attuale pontefice - che tanto bene conosce l'Italia - ciò è chiarissimo, al punto da aver ribadito non solo che la divisione tra Stato e Chiesa (bontà sua!) è giusta, ma che a quest'ultima spetta un primato sull'etica. Insomma, un'etica laica sembrerebbe non esistere.

Ora, mentre la prima spiegazione, purtroppo, si lega a uno scarso senso delle istituzioni da parte della classe dirigente politica italiana, la seconda spiegazione è assolutamente inconsistente dal punto di vista giuridico. Non si vuole qui sostenere che un ordinamento giuridico sia insensibile a scelte valoriali, il punto è che tali scelte sono state compiute dal legislatore Costituente e vanno via via tradotte in norme e prassi interpretative che seguano questa unica direzione: il rispetto del diritto di ciascuno a realizzare se stesso (art. 2 cost.) autodeterminandosi nelle proprie scelte di vita (art. 13 cost.).

Quello che la Corte costituzionale definisce il principio supremo della laicità, comporta che a tali valori e non a quelli di una confessione religiosa (almeno sulla carta maggioritaria) si dia la prevalenza nell'agone politico nell'amministrazione della giustizia. Ferma ovviamente la libertà dei cattolici di autodeterminarsi nelle proprie scelte di vita alla luce delle Sacre scritture.

Tra l'atteggiamento della Santa sede e quello di uno Stato laico c'è questa differenza: seguendo le direttive vaticane i cattolici hanno il pieno diritto di conculcare la libertà di coloro che non la pensano allo stesso modo; seguendo il modello di uno Stato laico a tutti viene data la possibilità di essere liberi, rimanendo i cattolici nel pieno diritto di conformare la propria vita alla loro fede.

Chissà se anche in Italia - come è accaduto qualche giorno fa in Spagna - ci sarà un giudice che avrà il coraggio di ordinare che i crocifissi vengano tolti dagli edifici pubblici? Per il momento l'unico giudice che si è rifiutato di tenere udienza a Camerino perché in un'aula c'era un crocifisso ha subito una condanna a 7 mesi e a un anno di interdizione dai pubblici uffici per omissione di atti di ufficio e interruzione di pubblico servizio, oltre a varie sanzioni disciplinari dal CSM. È solo un esempio, un episodio tratto dalla cronaca, che suona paradossale per uno Stato laico, mentre è assolutamente coerente con uno Stato confessionale.

Francesco Bilotta - ricercatore di diritto privato nell'Università di Udine.

Luca Taddio - Partito Socialista Fvg / Radicali Italiani

Di seguito sono indicati alcuni dei prossimi appuntamenti organizzati da Avvocatura per i diritti LGBT o comunque interessanti per le Avvocate e gli Avvocati che si occupano di tematiche attinenti  alle questioni LGBT.

Nel caso ci sia bisogno di qualche informazione ulteriore è bene scrivere ad Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

 

 

 

3 febbraio 2009, ore 15.00 - Diritti della persona e laicità

Sala conferenze Fondazione Basso, via della Dogana Vecchia, 5 - Roma

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9 febbraio 2009, ore 15- 17 - Tutela dell'identità e dell'orientamento sessuale nel diritto costituzionale, civile e penale

MAXI AULA 1, Palazzo di Giustizia, C.so Vittorio Emanuele II 130, Torino

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15 maggio 2009, ore 11.00-13.00 - Le unioni fra persone dello stesso sesso: profili comparatistici

Sala Giustino D'Orazio, Facoltà di Giurisprudenza, Via Verdi 53

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Allegati

seminario_Bilotta_15.05.2009.pdf
garanziecostituzionali_torino.pdf

Condannati per aver violentato un connazionale. Per due curdi iracheni è stato però disposto il "divieto di espulsione verso l’Iraq o Stati in cui possano essere oggetto di persecuzione per motivi legati alla sessualità". E' la prima sentenza di questo genere.

 

Hanno violentato un loro connazionale e per questo sono stati puniti con cinque anni e due mesi di carcere. Per due curdi iracheni residenti a Milano, però, è stato disposto - per la prima volta in una sentenza - il "divieto di espulsione verso l’Iraq o qualsiasi altro Stato in cui, in ragione dei reati per cui sono stati condannati, possano essere oggetto di persecuzione per motivi legati alla sessualità". Così il giudice Guido Salvini ha voluto proteggere due imputati che dopo aver espiato  la pena in Italia, rischiano un’ulteriore condanna nei Paesi in cui l’omosessualità è punita anche con la morte.

In Iraq i gay vanno incontro a dure condanne e la pena capitale nei loro confronti, sebbene sia stata abolita, potrebbe essere reintrodotta. La notte del primo febbraio i due curdi avevano segregato, picchiato e stuprato un ragazzo che aveva pagato 7mila 500 euro alla loro organizzazione per arrivare in Svezia. Il clandestino era stato tenuto  nascosto per diverso tempo in viale Bligny 42, il fortino della droga sgomberato a ottobre. Poi era finito in via Santa Rita da Cascia: mentre i due suoi
carcerieri dormivano, era riuscito a fuggire lanciandosi dal balcone e a denunciare l’episodio.

 

Fonte: www.milano.repubblica.it

Ebrei ed Omosessuali per ricordare insieme la Shoà e l’Homocaust: evento non stop organizzato dall’Associazione “Ecad” in occasione del GIORNO DELLA MEMORIA 2009.

 “La memoria degli altri” – questo il titolo dell’iniziativa culturale ideata da Vittorio Pavoncello -  giunge qui alla sua terza edizione, dopo gli eventi degli anni precedenti dedicati rispettivamente ad  “Ebrei e Rom” (Auditorium Ara Pacis, 2006) ed “Ebrei e Disabili” (Auditorium Parco della Musica, 2007). Nella cornice multipiano del Qube, lunedì 26 gennaio, dalle 11 alle 24, la Shoà sarà così ricordata attraverso testimonianze parlate, discusse, filmate, raffigurate e interpretate che oltre a tracciare la storia passata, cercheranno di disegnare più civili modi di comprensione, analisi e dialogo per le persone e gruppi che da sempre hanno costituito fonte e stimolo per l’identità europea.

 

Programma

 

10.45 Al di qua del bene e del male di Marco BelocchiSpettacolo itinerante elaborato su testi di Primo Levi, Wiesel, Kertesz, Frank, Bruck e BassaniInterpreti: Daniela Di Bitonto, Maurizio Palladino, Eleonora Pariante, Alessandro Waldergan, Paola Surace, Valter Venturelli, Valentina Maselli e Marco Belocchi. Compagnia Genta/Rosselli 

11.00 Incontri-Dibattito con Gianfranco Goretti e Marco Reglia sulle politiche discriminatorie nei confronti degli omosessuali durante la seconda guerra mondiale. Si parlerà anche di Genetica e Sessualità, a partire dalle riflessioni di Magnus Hirschfeld, una delle figure dominanti nell'ambito della difesa dei diritti politici degli omosessuali. 

11.30 Presentazione Mostre Homocausto, a cura del Circolo Mario Mieli e di Arcigay, sull'approccio del fascismo all'omosessualità e sulla persecuzione delle donne lesbiche, con particolare attenzione anche alle discriminazioni effettuate nei regimi totalitari. L’esposizione sarà affiancata dall’omaggio pittorico Arte e Shoà  di 20 artisti sul tema della Shoà e dell’Homocaust, tra i quali si segnalano Eclario Barone, Franca Bernardi, Paola Casalino, Fiorella Corsi, Giorgio Fiume, Stefano Frasca, Vardi Kahana, Menashè Kadishman, Lughia, Rita Mele, Teresa Pollidori, Eliana Prosperi, Rosella Restante, Giovanni Liberatore, Teresa Mancini, Birgitt Shola Starp. 

11.30 Silenzi e Parole  Perfomance di Mimo Rorocchi con letture di Gabriella Tupone, Vittorio Hannuna. 

12.00 La scelta di Turing di Vittorio PavoncelloSpettacolo su Alan Turing, il noto matematico che permise di decifrare i codici crittografati dei nazisti (ENIGMA) permettendo così agli alleati di vincere la guerra e in seguito, a guerra finita, portato al suicidio perché omosessuale. Protagonisti Bruno Maccallini, Toni Garrani, Arianna Lazzaro e Cristina AubryMusiche di Enzo De Rosa,  Costumi di Toni Saracino, aiuto regia Stefano Frasca. 

13.15 -15.00 Proiezione dei filmGrune Rose di Dario Picciau, film-racconto omaggio a Richard Grüne, artista e testimone dello sterminio degli omosessuali sotto il nazismo, prodotto da Visions e Arcigay Firenze "Il Giglio Rosa“ su soggetto e sceneggiatura di Roberto Malini; Paragraf 175, opera diretta da Rob Epstein e Jeffrey Friedman su testo di Sharon Wood, narrata nella versione originale da Rupert Everett: uno straordinario documento tragico e commovente che ritrae 6 sopravissuti alla persecuzione nazista contro gli omosessuali. 

16.00 Incontri con Enrico Oliari, Angelo Pezzana, Rossana Praitano, Luigi Attenasio, Pupa Garriba, Imma Battaglia, Franco Grillini, Franco Siddi, Anna Foa, interverrà lo scrittore israeliano Yossy Levy  

18.00 Premio Teatro e Shoà, a cura del CeRSE Tor Vergata Proclamazione dei vincitori della II edizione e consegna delle targhe della Presidenza della Repubblica. 

18.15 La scelta di Turing di Vittorio Pavoncello (replica) 

19.15 I sogni e le pietre liberamente tratto da: “Se questo è un uomo” di Primo Levi -  Come una rana d’inverno” conversazione con tre donne sopravvissute ad Auschwitz di Daniela Padoan e “ Bent” di Martin Shermann, Bertolt  Brecth - con Giuseppe Grisafi, Francesco Magali, Raffaella Mattioli, Gloria Pomardi, Leonardo Sbragia, ideato e diretto da:  Marco Mattolini –Gloria Pomardi, drammaturgia:  Marco Mattolini, coreografie: Gloria Pomardi, costumi: Francesca Linchi, ambientazione scenica: Fabrizio Russo 

20.45 Il giallo e il rosa, composizione del Duo Neoklassic formato da Enzo De Rosa (pianoforte) e Kyung Mi Lee (violoncello)  

21.00 Nudo,  opera di Sylvano Bussotti su testo di Aldo Braibanti, interpretata dal soprano Monica Benvenuti  

21.30 Musica dell’Uomo di domani Francesco Lotoro e l’Ensemble Musica Judaica pianista Francesco Lotoro, soprano Anna Maria Stella Pansini, baritono Angelo De Leonardis, cantore Paolo Candido, chitarrista Leonardo Gallucci , Coro Diapente di Roma diretto da Lucio Ivaldi Antologia di musiche “concentrazionarie”scritte dal 1933 al 1945  

22.30 Eyn, tsvey...DreidelMarco Valabrega (violino) e Trio Dreidel con Ruth Ejzen (voce)Brani tratti dal loro ultimo lavoro di musica klezmer  IL GIALLO E IL ROSA è un’iniziativa realizzata con il sostegno della Provincia di Roma, Comunità Ebraica di Roma e Segretariato Sociale della Rai, con il patrocinio di Parlamento Europeo, Ambasciata di Israele, Ambasciata della Repubblica Federale di Germania, Ambasciata della Gran Bretagna, Regione Lazio, Provincia di Roma, Unione Comunità Ebraiche Italiane, Federazione Nazionale della Stampa Italiana, Università di Tor Vergata, Centro di Cultura Ebraica.

 

Di seguito alcune osservazioni di Sergio Rovasio, segretario Associazione Radicale Certi Diritti

 

Allo scoppio della prima guerra mondiale, Berlino aveva una quarantina di
locali gay, la vita per la popolazione lesbica e gay era tra le più floride
di tutto il mondo. Tuttavia, nella Germania dell'epoca, a causa dell'eredità
del regime prussiano, gli atteggiamenti e le inclinazioni omosessuali erano
regolate dal Paragrafo 175 del Codice penale che recitava testualmente:

"Un atto sessuale innaturale commesso tra persone di sesso maschile o da
esseri umani con animali è punibile con la prigione. Può essere imposta la
pena accessoria della perdita dei diritti civili".

Tale articolo del codice penale era sostanzialmente inapplicato ma dopo un
mese dall'avvento del nazismo, fine gennaio 1933, vennero subito chiuse le
riviste e i locali per gay;  quando nel 1934 venne messa fuori legge l'ala
sinistra del partito nazista, guidata dall'omosessuale Rohm, la repressione
si fece ancor più violenta. Gli omosessuali furono i primi ad essere
perseguitati con la forza della legge che fino ad allora non era applicata.
Il famigerato Paragrafo 175 rimase in vigore fino al 1968 e le persecuzioni
di varia natura delle persone omosessuali continuarono fino a quella data
con oltre centomila processi anche dopo la fine della seconda guerra
mondiale.

La tragedia dello sterminio di milioni di ebrei fu accompagnata dallo
sterminio di zingari, omosessuali, malati di mente, tutte minoranze che in
qualche modo 'disturbavano' la formazione della 'pura razza ariana'.

Gli omosessuali furono tra i primi ad essere perseguiti grazie ad una legge
che era già scritta quando arrivò il nazismo, anzi, fu rafforzata in chiave
più repressiva con integrazioni al Paragrafo 175 nel 1935.

Agli omosessuali internati nei campi di concentramento veniva assegnato il
triangolo rosa, alle lesbiche, considerate malate di mente, veniva invece
assegnato il triangolo nero, quello delle prostitute.


L'omofobia, oggi ancora diffusa in ambito legislativo, sociale e culturale
in molte parti del mondo ha, nel corso degli ultimi decenni, rimosso quasi
totalmente il ricordo delle vittime della ferocia del nazismo e del
famigerato Paragrafo 175.  Così la vita di decine di migliaia di persone si
è conclusa in terribili sofferenze e nell'oblio. Occorre accendere i fari su
questo lato oscuro della storia affinché la violenza dell'intolleranza,
dell'ignoranza, del buio della civiltà non si ripetano. E' quello che con i
radicali tentiamo di fare ogni giorno con la nostra lotta nonviolenta, per
estendere i diritti a chi non ne ha, per proteggere le persone più deboli,
per permettere a ognuno di essere felice.

Grazie per questo giorno di commemorazione che onora ogni persona
perseguitata e sterminata solo perché diversa.

Sui rapporti tra organi istituzionali il presidente Flick ha affermato: «Preferisco i confini alle invasioni di campo» ROMA — Davanti al Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, che alla fine si alzerà per andare a stringergli la mano, il presidente della Corte Costituzionale, Giovanni Maria Flick, ieri mattina, intervenendo al convegno «Uno sguardo verso il futuro», promosso dall'università Luiss a chiusura del 60° anniversario della Costituzione italiana, ha invitato apertamente il Parlamento a legiferare sui «nuovi diritti fondamentali».

Temi e diritti «dagli incerti confini» che necessitano oggi più che mai, secondo Flick, di «una sicura traccia scritta»: unioni omosessuali, inizio e fine della vita, testamento biologico, trattamento terapeutico per malati terminali o in coma.

«Eludere queste domande — ha ammonito — significa delegare le risposte, caso per caso, agli organi giurisdizionali, talvolta privi di precisi referenti normativi, com'è avvenuto nel drammatico caso di Eluana Englaro». Caso «avvertito a livello istituzionale e non solo etico», ha ricordato il presidente della Consulta, come dimostra il fatto che su Eluana «è stata chiamata a pronunciarsi la stessa Corte costituzionale» per sbrogliare il conflitto tra Parlamento e magistratura.

La politica, dunque, deve tornare a decidere. Solo così, ha detto, si eviterà «il rischio di uno squilibrato rapporto tra legislazione e giurisprudenza, una sorta di paralisi del legislatore contrapposta a un attivismo creativo dei giudici». Sui rapporti tra organi istituzionali, comunque, Flick è stato chiaro: «Preferisco i confini alle invasioni di campo». Un discorso, il suo, accolto con favore dal deputato del Pd Anna Paola Concia: «Ha ragione lui, noi politici dobbiamo avere il coraggio di discutere e legiferare su temi come unioni omosessuali e testamento biologico, che incidono direttamente sulle vite dei cittadini». «Flick correttamente pone un problema — le fa eco il capo della segreteria della Democrazia cristiana per le autonomie, Franco De Luca —. Se la politica mette la testa sotto la sabbia sulle unioni civili sarà la magistratura a supplire. I Didore (Diritti e doveri di reciprocità dei conviventi,

ndr) per noi sono una buona soluzione di compromesso». Le associazioni gay, naturalmente, sono tutte con Flick: «Il Parlamento smetta di fare lo struzzo e affronti con dignità il tema», afferma il presidente di Arcigay, Aurelio Mancuso. Anche GayLib (gay liberali di centrodestra) esprime soddisfazione: «Portiamo subito in aula una proposta condivisa da parlamentari maturi e di buona volontà ».

Ma Flick, ieri alla Luiss, ha messo in guardia anche da quella che ha chiamato «una sorta di frenesia di aggiornamento dei diritti fondamentali » della Carta. Quasi «un'euforia, un'enfasi». Tanto che a volte, la conclusione è amara, «ci interessa di più parlare dei mille nuovi rivoli del diritto alla riservatezza, piuttosto che presidiare il diritto di non morire a causa di incidenti sul lavoro».

(Corriere della Sera, 13 gennaio 2009)

«L’impresa di trasformare un omosessuale in un eterosessuale non offre prospettive di successo molto migliori dell’impresa opposta», scriveva Freud nel 1920. Figlio del suo tempo, voleva a tutti i costi spiegare le «cause» dell’omosessualità, ma non certo per «curarla». Come invece, in passato, qualcuno ha fatto, magari accompagnando la proiezione di immagini-stimolo con scosse elettriche. Oggi, dopo l’eliminazione nel 1973 della «diagnosi» di omosessualità dal «Manuale Statistico e Diagnostico delle Malattie Mentali», la comunità scientifica internazionale considera l’omosessualità una variabile dell’orientamento sessuale e non una patologia.

 

Richieste di aiuto

Questo naturalmente non esclude che vi siano persone che si sentono a disagio con il proprio orientamento omosessuale e che per questo chiedono aiuto. Una domanda che contiene una varietà infinita di ragioni, che ricondurrei a due motivi di base: l’espressione di una fragilità psichica più generale (che chiamiamo «diffusione dell’identità»), di cui l’incertezza o il disagio nei confronti della propria sessualità altro non sono che una manifestazione; oppure la conseguenza dell’interiorizzazione dell’ostilità sociale (come uno che volesse schiarirsi la pelle per sopravvivere in una società razzista). Questo secondo caso prende il nome di «omofobia internalizzata»: è una condizione psichica caratterizzata da un’attitudine negativa (imbarazzo, vergogna, depressione) nei confronti della propria omosessualità (la «difformità» diventa «deformità»). In ogni caso un clinico, attento al vecchio adagio medico «primum non nocere», sceglie la strada dell’ascolto rispettoso, cercando di contestualizzare da un punto di vista psicologico, familiare e sociale il rifiuto di sé e la richiesta di cambiamento portati dal paziente (e quasi mai formulati in modo assoluto, ma in forme attenuate del tipo «non riesco ad accettarmi, mi aiuti a capire che cosa non va in me»). La proposta, che sta affacciandosi anche in Italia (per interessamento di associazioni religiose più che di società scientifiche), di una terapia cosiddetta «riparativa» per trasformare gli omosessuali in eterosessuali mi sembra rispondere a un’esigenza ideologica e non clinica. L’idea della «riparazione», del resto, presuppone quella di un danno odi un guasto. A un’incertezza dolorosa e difficile si risponde con un «pronto soccorso» di riconversione (con un’approccio più del tipo «ti dico io cosa devi fare» che «ti aiuto a capire perché stai male»). In contrasto con quanto affermato dalla comunità scientifica internazionale, le terapie «riparative» partono da una visione intrinsecamente patologica dell’orientamento omosessuale. È quindi legittimo domandarsi come si comporterebbero questi terapeuti di fronte a un paziente eterosessuale che chiede di «diventare omosessuale».

 

L'autorità esterna

Non c’è una letteratura empirica che supporti queste «terapie», ma pochi dati di carattere aneddotico, con campioni «di convenienza», privi di «follow- up» e non correlati a parametri fisiologici. Temo dunque che le terapie riparative finiscano per naufragare sugli stessi scogli di tutti i trattamenti che incoraggiano i pazienti a fondare su un’autorità esterna le scelte di vita. Esse affrontano solo un lato del conflitto del paziente e lo agiscono, anziché esplorarlo, nella relazione terapeutica. Rinforzano le tendenze dissociative anziché quelle integrative (si veda il volume pubblicato da Raffaello Cortina «Gay e lesbiche in psicoterapia», a cura di Paolo Rigliano e Margherita Graglia). Studi clinici mostrano che la terapia riparativa non solo non produce l’atteso riorientamento sessuale, ma spesso peggiora le condizioni psicologiche del soggetto: esasperando l’autodisprezzo e la vergogna, anziché coltivando (terapeuticamente) l’accettazione di sé. Proprio per questo le associazioni degli psichiatri e degli psicologi americani hanno sentito il bisogno di produrre un documento («Position statement on therapies focused on attempts to change sexual orientation-Reparative or conversion therapies») per disconoscere qualunque trattamento per indurre il paziente a modificare l’orientamento sessuale. Un punto su cui l’ordine dei medici e degli psicologi italiani dovrebbero iniziare a valutare se prendere posizione.

 

Articolo tratto da: Tutto scienze - La Stampa del 25 aprile 2007

 

Non solo il buon senso, ma anche un notevole corpus di studi culturali e scientifici considerano l’omosessualità (o meglio, le omosessualità) non una patologia, bensì un’espressione normale della sessualità, dell’affettività e del desiderio. Dell’attrazione per le persone del proprio sesso, molti studiosi (gli psicoanalisti in particolare, e più recentemente i biologi e i genetisti) hanno cercato di indagare le “cause”, ma nessuno è approdato a una risposta definitiva, o quantomeno convincente. Le leggi del desiderio sono imperscrutabili, tanto che persino un ricercatore instancabile come Freud (1905) era portato a ritenere che “anche l'interesse sessuale esclusivo dell'uomo per la donna è un problema che ha bisogno di essere chiarito e niente affatto una cosa ovvia”. Ma proprio quando la comunità scientifica internazionale mette finalmente in soffitta come anticaglie teoriche gravate dal pregiudizio tutte quelle posizioni che vedevano nell’omosessualità una forma di psicopatologia e dunque invocavano, in modo più o meno esplicito, una cura, il complesso rapporto tra professionisti della salute mentale e persone omosessuali si arricchisce di un capitolo alquanto scivoloso. Cosa deve fare lo psicologo quando non sono la società o la medicina o la religione a dire alla persona omosessuale “sei sbagliato”, “sei malato” o “sei moralmente disordinato”, ma è il soggetto stesso ad esserne convinto, al punto da chiedere a uno specialista di aiutarlo a “cambiare”? Su questo argomento si gioca una partita clinica, scientifica e deontologica di enorme importanza. Questa partita ha un nome tecnico: “omosessualità egodistonica”, cioè un disagio marcato e persistente riguardo al proprio orientamento sessuale. Si tratta di una categoria diagnostica depennata circa vent’anni fa dal Manuale Diagnostico e Statistico delle Malattie Mentali (DSM) in ragione del fatto che l’egodistonia rappresenta una componente frequente del percorso evolutivo delle persone gay e lesbiche che interiorizzano il pregiudizio antiomosessuale, assorbendolo dal contesto sociale e familiare. Oggi, nel DSM, la parola omosessualità non compare più, e rimane un riferimento al disagio nei confronti del proprio orientamento come sintomo del cosiddetto Disturbo Sessuale NAS (Non Altrimenti Specificato), con un sottile, ma importante, spostamento del focus diagnostico dall’omosessualità in sé al disagio psicologico che il soggetto (omo o etero che sia) prova quando si sente in conflitto con il proprio orientamento. A parte queste sottigliezze nosografiche, l’esistenza di persone egodistoniche rispetto alla propria omosessualità è innegabile. Ed essendo impossibile pensare allo sviluppo della sessualità umana al di fuori di una dimensione sociale, è più che probabile che sia l’ostilità (reale o immaginata) del contesto (o più semplicemente le norme sociali e culturali che regolano tale contesto) a far sì che una persona omosessuale possa diventare egodistonica, al punto da cercare di “convertirsi” all’eterosessualità. Un altro nome per definire questo fenomeno è “omofobia interiorizzata”: un conflitto tra la propria disposizione sessuale e la propria immagine di sé, caratterizzato da imbarazzo, vergogna, depressione e talvolta ideazione suicidaria. Un conflitto che, in un modo o nell’altro, cerca una soluzione: alcuni, spesso grazie a un contesto affettivo, o terapeutico, favorevole, elaborano la propria omofobia interiorizzata, accettano la propria identità gay/lesbica e ritrovano così fiducia e stima in se stessi; altri cercheranno di “guarire”, reputando l’omosessualità una malattia o un grave handicap sociale, e potranno chiedere aiuto a uno psichiatra o a uno psicologo. La prima cosa che lo psicologo deve fare è cercare di capire perché la persona, spesso giovane, che si rivolge a lui con questo problema vive “in disaccordo” con se stessa. Per la paura di deludere i genitori? Perché si sente “sbagliata” o “senza un posto”? Perché il peso di sentirsi “difforme” la fa sentire “deforme”? Perché ha una rappresentazione negativa, sul piano affettivo e cognitivo, di come sarà il suo futuro di gay o di lesbica? È un ragazzo che pensa che se sei omosessuale sei anche un debole e un perdente? Una ragazza che “vuole avere una vita normale”? Oltre a questo tipo di motivazioni, riconducibili alla convinzione di un’incompatibilità tra la realizzazione di sé come persona omosessuale e al tempo stesso come individuo mediamente felice, l’esperienza clinica mostra spesso come certe persistenti dimensioni conflittuali dell’identità sessuale appartengano al quadro più generale di una personalità particolarmente fragile o disturbata, con rappresentazioni di sé confuse o dissociate. Di difficile collocazione sono quelle situazioni in cui l’avversione verso il proprio orientamento sessuale si innesta su una dimensione valoriale di matrice religiosa. In questi casi, infatti, viene prima il precetto o il vissuto? Se prendiamo in considerazione le posizioni della Chiesa, che considera l’inclinazione omosessuale “oggettivamente disordinata” e le unioni affettive tra persone omosessuali indegne di riconoscimento sociale, è facile capire come una persona omosessuale e cattolica possa entrare in conflitto poiché il modo in cui sente è stigmatizzato proprio da quella Chiesa in cui crede. Una posizione di maggior accoglienza da parte della Chiesa nei confronti delle persone omosessuali e credenti sicuramente attenuerebbe la ferita della loro egodistonia e la croce di quel minority stress (lo stress legato all’appartenere a una minoranza) che segna la vita di molte persone omosessuali. Se poi alla negazione di una cittadinanza morale si aggiunge anche la mancanza di riconoscimento giuridico (e inevitabilmente simbolico) della propria affettività, è assai difficile che una rappresentazione si consolidi nella mente come legittima e valida. Un effetto collaterale positivo dell’approvazione di una legge sul riconoscimento delle unioni civili sarebbe invece un progressivo prosciugamento della palude, psicologica e sociale, in cui prolifera l’omofobia. Non è evidente come l’omofobia, compreso il fenomeno in crescita del bullismo omofobico, si alimenti anche del mancato riconoscimento di un pieno diritto di cittadinanza alle persone omosessuali? Non vengono forse legittimati pensieri come: «Se la Chiesa considera queste persone indegne di formare una famiglia, e se lo Stato ne tollera la convivenza, purché senza celebrazioni e senza diritti e tutele, allora vorrà dire che in fondo, davanti a Dio e agli uomini, questi omosessuali non sono proprio cittadini come gli altri…»? Tornando al nostro psicologo (non importa se credente o non credente, cattolico o valdese, ebreo o buddista), riteniamo che di fronte al disagio, più o meno sintomatico, del cliente/paziente, abbia una sola strada da percorrere: “interrogare” il significato personale e collettivo del disagio, analizzare la domanda esplorando cosa sottende il desiderio di diventare “eterosessuale”: quali paure, quali certezze infrante e aspettative deluse. Saper fare, in definitiva, contemporaneamente due cose: accogliere e ostacolare – cioè quello che, diceva Racamier, ogni oggetto buono deve fare. Accogliere i dubbi, le paure, la sofferenza. Ostacolare la distruttività e le soluzioni inautentiche, se necessario interrogando (non per questo stigmatizzando) quelle credenze a loro volta “egodistoniche” rispetto al percorso di realizzazione personale e alla capacità di curarsi di sé. Uno stile di intervento che si chiama “confrontazione” ed è comunemente praticato in psicoterapia. In un documento dell’American Psychiatric Association leggiamo che “l’allinearsi del terapeuta ai pregiudizi sociali contro l’omosessualità può rinforzare l’odio e il disprezzo di sé già provati dal paziente. Molti pazienti che si sono sottoposti a una terapia riparativa riferiscono di avere sentito dire dai loro terapeuti che gli omosessuali sono persone infelici e sole, e che non potranno mai essere accettate o contente. La possibilità che una persona gay o lesbica possa essere felice e vivere relazioni interpersonali soddisfacenti non viene presentata, né vengono presi in considerazione approcci alternativi per affrontare gli effetti della stigmatizzazione sociale”. Dubbi, e poco documentati sul piano scientifico, sono i successi della “conversione”. Che sia attuata, come i (fortunatamente pochi) seguaci dello psicologo Joseph Nicolosi propongono, con metodi “psicologici”, oppure, come è stato fatto in passato, con la proiezione di immagini-stimolo accompagnate da scosse elettriche o direttamente con l’elettroshock. Anche in questo caso basterebbe rivolgersi, più che a grandi teorie, a un’onesta conoscenza della clinica: “l’impresa di trasformare un omosessuale in un eterosessuale non offre prospettive di successo molto migliori dell’impresa opposta” (Freud, 1920). Eppure c’è chi, ancora oggi, propone questa fantomatica “riparazione”. E se non la “riparazione”, quantomeno un ascolto particolarmente rivolto alle possibilità di riconversione, indirizzando consapevolmente la terapia verso una repressione tout court dell’omosessualità, rinforzando le attività dissociative del paziente e producendo in definitiva un danno anziché un beneficio. Come testimonia Daniel Gonzales, un “sopravvissuto” alle terapie riparative, l’imposizione dell’aut aut fede/sessualità può portare a risultati indesiderati: “Crescendo come molti gay in un contesto religioso, innumerevoli volte ho pregato il signore di farmi diventare eterosessuale. E non lo ha mai fatto. Dopo aver provato con la fede e senza risultati positivi ho cominciato con una terapia che fino a quel momento non avevo mai provato. […] Come si conclude la terapia ex gay? […] Più di due anni e mezzo di repressione. […] Tutto di tasca mia: migliaia di dollari. Ma la cosa più tragica è stata la perdita della fede (cit. in Lingiardi, 2007, pp. 70-71). Non stupisce che vi siano persone spaventate o preoccupate dalla propria omosessualità, che non si accettano e sognano una vita eterosessuale; ma colpisce che vi siano medici e psicologi che, a questo disagio, aggiungono la propria preferenza (più o meno esplicitata) per una “soluzione eterosessuale”. Preferenza non necessariamente omofoba, talvolta semplicemente “eterofila”. Come più volte ribadito dalle associazioni dei professionisti della salute mentale americani, per esempio l’American Psychiatric Association (APA, 2000): “è un principio generale che un terapeuta non dovrebbe determinare né in modo coercitivo né esercitando una sottile influenza l’obiettivo di un trattamento. Le modalità psicoterapeutiche di conversione o «riparazione» dell’omosessualità sono basate su teorie dello sviluppo la cui validità scientifica è discutibile. Inoltre, i resoconti aneddotici di «cura» sono controbilanciati da dichiarazioni aneddotiche che denunciano un danno psicologico. Negli ultimi quarant’anni, i terapeuti «riparativi» non hanno prodotto alcuna rigorosa ricerca scientifica che sostanzi le loro dichiarazioni di cura. Fino a che non vi sarà accesso a tali ricerche, l’APA raccomanda ai suoi professionisti di astenersi eticamente dal tentativo di modificare l’orientamento sessuale di un individuo, avendo in mente l’adagio medico primum non nocere”. Le cosiddette “terapie riparative” (termine che implica che qualcosa sia rotto) si fondano su falsi presupposti circa lo sviluppo infantile, strettamente legati allo stigma antiomosessuale. Questi psicologi della riparazione ritengono infatti che la vita di una persona omosessuale sia stata segnata da un trauma o da una genitorialità inadeguata, da cui deriverebbe una carenza di mascolinità nell’uomo gay e di femminilità nella donna lesbica. Ecco un primo abbaglio: la lente eteronormativa confonde i percorsi dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere. E così le terapie riparative mirano a “rimettere le cose al loro posto”, incentivando stereotipati atteggiamenti maschili nei gay e femminili nelle lesbiche. I fautori delle terapie riparative vantano una percentuale di successo che dichiarano intorno al 30% dei soggetti trattati. Quello che viene omesso è la natura di tale successo: una reale conversione dell’orientamento o una repressione del comportamento omosessuale, ottenuta rinforzando difese disadattive come la negazione e la dissociazione? Una terapia non si può basare sul rinforzo del senso di colpa o del timore della disapprovazione sociale: piuttosto dovrebbere tendere ad alleviarli. Ma prima di esaminare questo “equivoco” è utile accennare all’eredità psicoanalitica su cui si appoggiano le terapie riparative (per una trattazione più completa si veda: Lingiardi & Luci, 2006; Rigliano, 2006). Tra gli anni ’60 e ’80 alcuni psicoanalisti elaborano teorie che più tardi avrebbero costituito la base (pseudo)scientifica delle attuali terapie riparative. Quella che pemette a Nicolosi (2004) di affermare: «Io non penso che l’omosessualità sia normale. La popolazione omosessuale è circa il 2%, 1.5-2%. Perciò statisticamente non è “normale” nel senso che non è molto diffusa. Oltre a questo, non è nemmeno normale in termini di natural design. Quando parliamo di legge naturale... quando guardiamo alla funzione del corpo umano, l’omosessualità non è normale. È un sintomo di qualche disordine. La normalità è ciò che adempie a una funzione in conformità al proprio design; questo è il concetto di legge naturale, e in questo senso l’omosessualità non può essere normale, perché l’anatomia di due uomini, i corpi di due uomini, o due donne, non sono compatibili». Stephen Mitchell (1981) ci aiuta a comprendere la tecnica fallace dei maestri di Nicolosi (Bieber, Ovesey, Socarides, Hatterer), assertori dell’intrinseca patologia dell’omosessualità: l’“approccio direttivo-suggestivo”. Una tecnica che scinde e dissocia i desideri omosessuali invece di analizzarli e integrarli, e che si fonda su due assunti indimostrati: l’omosessualità come patologia e i benefici derivati dalla sua “guarigione”. Con questo approccio il terapeuta sfrutta e gratifica il transfert agendo «il ruolo del genitore direttivo che sa tutto e può tutto […] al fine di ottenere una “pseudoeterosessualità” […] che ha pochissimo a che vedere con l’espressione spontanea di impulsi o desideri sgorganti dall’interno del paziente, e che ha invece tutta l’aria di essere un’interiorizzazione, fatta col naso tappato, dei valori e degli obiettivi del terapeuta, dunque un riflesso di ciò che Winnicott ha chiamato il falso Sé che si sviluppa su una base di condiscendenza» (p. 234). Nei racconti di chi si è (o, minorenne, è stato) sottoposto a terapie riparative, ricorrono contenuti di fallimento e di perdita. In quelli di chi ha intrapreso terapie che gli hanno consentito di identificare ed elaborare i propri conflitti, integrando gli affetti dissociati, troviamo, insieme a una maggiore consapevolezza di sé, la capacità di piacersi e di essere più contenti della propria vita. Nelle parole di Adriano, un paziente di 37 anni: «Ora comprendo tante cose del mio passato. Mi accadeva di raccontare a mia moglie che avevo lavoro extra da sbrigare, e andavo alla ricerca di uomini. Era qualcosa di irresistibile, incontrollabile. Non lo volevo, eppure lo facevo. Poi tornavo a casa e dovevo inventarmi una scusa per il mio ritardo, venivo invaso dai sensi di colpa e dall’ansia. Ero sempre vigile per la paura di essere “scoperto”, spesso con i colleghi facevo battute contro i gay e cercavo in tutti i modi di mostrarmi eterosessuale, facendo apprezzamenti sulle donne. Aver capito di essere gay e non avere più una vita parallela mi ha salvato: ora mi sento tutto intero» (cit. in Lingiardi & Nardelli, pp. 15-16). In fin dei conti, benché esistano alcune terapie dette “affermative”, contrapposte a quelle “riparative”, non è necessario “inventare” un tipo particolare di terapia per le persone omosessuali. È sufficiente un “ascolto rispettoso”, come avrebbe detto la psicoanalista Luciana Nissim (2001). Con almeno un orecchio, quello del terapeuta, pulito dai pregiudizi.

BOX: GLI EFFETTI DELLE TERAPIE RIPARATIVE

Shidlo e Schroeder (2002) hanno condotto una ricerca, pubblicata su Professional Psychology, su un campione di 202 soggetti allo scopo di valutare il funzionamento e gli effetti delle terapie riparative. Lo studio prende anche in esame le motivazioni che hanno condotto alla scelta di intraprendere una terapia riparativa: temi religiosi (senso di colpa e dannazione) e sociali (ansia anticipatoria per lo stigma antiomosessuale o per il rifiuto del gruppo di appartenenza); il desiderio di far parte di una comunità caratterizzata da un missione comune; il desiderio di salvaguardare il proprio matrimonio; un’imposizione esterna (per es. da parte della famiglia); la ricerca di aiuto per problemi psicologici quali ansia e depressione. Del campione studiato, il 74% si sottopone alla terapia su consiglio dell’operatore a cui si è rivolto. Gli autori denominano HBM (Homosexual Behavior Management, gestione del comportamento omosessuale) l’armamentario cognitivo appreso nel corso della terapia riparativa per far fronte ai desideri omoerotici e per incrementare comportamenti e desideri tipici dell’eterosessualità. Ne fanno parte, peresempio: la tecnica della covert sensitization, con cui si insegna al paziente di immaginare qualcosa di dissuasivo al fine di contrastare desideri omosessuali indesiderati (per esempio l’idea di contrarre l’HIV); oppure l’uso di sexual surrogate del sesso opposto (una pratica da espletare per telefono o fisicamente); la lettura della Bibbia e la preghiera. Rispetto alla percezione degli esiti della terapia, la ricerca identifica due gruppi di pazienti: quelli che considerano fallita la terapia (87%) e quelli che la ritengono riuscita (13%) (Figura 1). Del gruppo di “successo”, il 9% riferisce che i benefici sono stati ottenuti grazie all’uso dalle tecniche HBM, optando per il celibato oppure ingaggiando una continua lotta contro i propri desideri omoerotici; il 4% riferisce invece di aver ricevuto un aiuto nel cambiamento verso l’eterosessualità, percependosi come eterosessuale e negando di provare disagio con residui impulsi e desideri omoerotici (queste stesse persone ricoprono una posizione di tutoraggio nei gruppi ex-gay). Del gruppo “fallimentare”, il 10% è classificato come caratterizzato da un “recupero resiliente dell’identità gay” (cioè soggetti che non riportano danni a lungo termine, ma si sentono in certo qual modo “fortificati” dal fatto che, nonostante abbiano tentato la conversione, sono rimasti omosessuali). Il restante 77% accusa invece effetti collaterali negativi derivati dalla frustrazione di non essere riusciti nella conversione: depressione, ansia, dissociazione, abuso di sostanze, comportamenti compulsivi e autolesivi, inclusi ideazione o tentativi suicidari.

La Corte costituzionale magiara ha oggi dichiarato incostituzionale la legge sulla partnership registrata approvata dal Parlamento il 17 dicembre 2007 e che sarebbe dovuta entrare in vigore il primo gennaio 2009.

L'approvazione della legge nel dicembre 2007 (con 185 voti a favore e 154 contro) seguiva di appena un mese la bocciatura da parte dello stesso Parlamento di un'altra proposta di legge presentata dalla maggioranza al governo, composta dall' Alliance of Free Democrats (SZDSZ) e dal Partito Socialista Ungherese (MSZP), che estendeva il matrimonio anche alle coppie dello stesso sesso, definendolo semplicemente come l'unione tra due persone di età superiore a 18 anni. Gli oppositori di questa proposta si erano rihciamati ad una recente sentenza della Corte costituzionale, che definiva il matrimonio come un'unione tra un uomo ed una donna.

La legge dichiarata incostituzionale riconosceva pari diritti tanto alle coppie registrate dello stesso sesso che di sesso differente e differiva dal matrimonio solo per poche caratteristiche, come  l'accesso all'istituto dell'adozione riservato solo alle coppie sposate, l'accesso alla fecondazione assistita e la possibilità di prendere il cognome del partner o di aggiugnerlo al proprio.

Data la difficoltà di ottenere una traduzione del testo , che si può scaricare di seguito in lingua originale (ringraziamo anticipatamente chiunque vorrà aiutarci nella sua traduzione), è possibile al momento dire solo due cose:

1) la Corte avrebbe ritenuto incostituzionale la legge per incompatibilità con la preminenza e la protezione assegnata dalla Costituzione magiara al matrimonio;

2) la Corte non ha escluso la possibilità del riconoscimento legale per le coppie dello stesso sesso in quanto, a differenza di quelle formate da persone di sesso differente, non possono al matrimonio.

Il ricorso alla Corte era stato presentato dai cristiano-democratici del Partito popolare (KDNP).

Un portavoce del partito socialista al governo ha annunciato che il governo ha già presentato al Parlamento un nuovo disegno di legge.

In Ungheria sono riconosciuti alcuni limitati diritti alle coppie conviventi sin dal 1996.

 

Di seguito è possibile scaricare un saggio, in inglese, di Orsolya Szeibert-Erdős, della ELTE University of Budapest (Ungheria), sui diritti delle coppie dello stesso sesso in Ungheria, pubblicato su Utrecht law review, Volume 4, Issue 2 (giugno) 2008

 

 

Allegati

2008_06_saggio sui diritti dei same sex partners in Ugheria.pdf
2008_12_15_sentenza Corte costituzionale che dichiara incostituzionale la legge sulle partnership.doc

 

Traduzione dell’articolo di Curt Anderson, Associated Press
Pubblicato su San Francisco Chronicle


Il 25 novembre 2008, una Corte distrettuale della Florida ha stabilito che la legge dello Stato che vieta ai gay di adottare è incostituzionale, perché non ci sono fondamenti legali o scientifici per vietare l’adozione ai gay e solo a loro.
Secondo il giudice la legge del 1977 viola il diritto di uguaglianza del minori e dei loro potenziali genitori, rigettando la tesi dello Stato che ci sarebbe “una supposta nuvola scura che copre le case degli omosessuali e dei loro bambini”.
Nella sentenza di 53 pagine, il giudice scrive che in Florida i gay possono adottare perché “ non ci sono basi razionali al divieto per i gay di adottare”.
La Florida è l'unico stato con uno specifico divieto alla adozione gay. In novembre, gli elettori dell’Arkansas hanno approvato una misura simile ad una legge che in Utah vieta a qualunque coppia non sposata, etero o omosessuale, di adottare bambini o di averli in affidamento. Mississippi bans gay couples, but not single gays, from adopting. In Mississippi esiste un divieto per le coppie omosessuali, ma non per i single gay, di adottare.
La sentenza significa che Martin Gill, 47, e il suo partner possono adottare due fratelli, di 4 e 8 anni di età, dei quali Gill si è preso cura dal dicembre 2004, quando li ha avuti in affidamento.
"Non ho mai visto me stesso come meno di chiunque altro", ha detto Gill. "Siamo molto grati. Oggi, ho pianto le prime lacrime di gioia della mia vita".
Gill ha anche detto che i due ragazzi hanno cominciato ad imparare a scrivere il loro nuovo cognome, e il più grande ha detto: "Questo è ciò che ci sta rendendo una famiglia."
Gli avvocati dell’associazione American Civil Liberties Union, che hanno rappresentato Gill, hanno affermato che questo caso è il primo negli USA in cui numerosi esperti in psicologia infantile, lavoro sociale e altri settori hanno testimoniato che non vi un fondamento scientifico per giustificare un divieto di adozione gay.
Lo Stato prevede di presentare un appello, che probabilmente aprirà la strada ad una battaglia che potrebbe giungere alla Corte suprema della Florida. Anche un giudice della gay-friendly Key West aveva dichiarato la legge incostituzionale nel mese di settembre, ma nonostante la sua sentenza non sia stata impugnata, ha una portata giuridica limitata, a differenza di quest’altra.
Lo Stato ha portato in tribunale esperti che hanno dichiarato che vi è una maggiore incidenza di droga e di abuso di alcol tra le coppie omosessuali, che sono più instabile delle coppie eterosessuali e che i figli di coppie omosessuali subiscono lo stigma sociale.
Ma organizzazioni come l'American Academy of Pediatrics, American Medical Association e la American Psychiatric Association sostengono tutte l’adozione in favore delle coppie dello stesso sesso.
Il giudice ha rigettato fermamente tutte le tesi dello Stato.
"E 'chiaro che l'orientamento sessuale non è una caratteristica che rileva la capacità di una persona di essere genitore”, ha scritto il giudice. "Un bambino che ha bisogno di amore, sicurezza e stabilità non considera come prima cosa l’orientamento sessuale del suo genitore. L'esclusione determina che alcuni bambini sono privati di una sistemazione permanente con una famiglia che è la più adatta alle loro esigenze".
Il sostituto procuratore generale della Florida, Valerie Martin, ha dichiarato che sarà presentato un ricorso dal Dipartimento di Stato per i bambini e le famiglie, ed ha rifiutato ulteriori commenti.
Pronte le reazioni che sono venute da parte dei sostenitori di genitori gay, lesbiche e transessuali che hanno a lungo considerato la legge della Florida la più draconiane degli USA. Jennifer Chrisler, direttore esecutivo della Commissione per l’uguaglianza delle famiglie, con sede in Boston, ha affermato che la decisione è un "riconoscimento atteso per lungo tempo della pari capacità di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali a costituire felici e sane famiglie".
"L'interesse superiore del minore deve essere stabilito dai genitori, dalle famiglie, dai professionisti e dai giudici, non da politici opportunisti e gruppi di interesse", ha detto Chrisler.
John Stemberger, che ha diretto la campagna a favore del referendum, passato a novembre, che ha emendato la Costituzione vietando il matrimonio gay in Florida, ha chiamato la sentenza "classico attivismo giudiziario”. "Ovunque la legge disponga sui bambini, la norma deve essere sempre disporre ciò che è nel miglior interesse del bambino ", ha detto Stemberger, un avvocato di Orlando. "Quello che mi lascia perplesso è che quando la questione riguarda i gay, questa regola viene lanciata dalla finestra. I bambini fanno meglio con una madre e un padre ".

 

(Traduzione di Antonio Rotelli)

 



NOTA: La sentenza che si allega, a tratti commovente nella parte che descrive in che stato di depravazione e malattia erano i bambini quando sono stati inseriti nella famiglia costituita dalla coppia omosessuale, contiene molti importanti passaggi di analisi della crescita e dello sviluppo di un figlio in una famiglia omosessuale. In essa si rinviene una ricca bibliografia aggiornata della dottrina delle scienze sociali e delle ricerche USA condotte sull’incidenza dell’orientamento sessuale sui figli, sulle relazioni e sui comportamenti sociali degli individui.

Allegati

2008_11_25_Sentenza Florida_pro_adozione_gay.pdf

La stampa italiana, si sa, non può essere accomunata facendo di ogni erba un fascio, però a volte si ha l'impressione che faccia del semplice copia-incolla. Prendiamo il caso delle esternazioni di organi della Chiesa cattolica.

Leggo l'articolo di Repubblica "Depenalizzazionedell'omosessualità. No del Vaticano alla proposta
ONU"
.

Già uno si domanda perché la notizia dell'iniziativa della Francia di sollecitare una risoluzione ONU che eviti torture, carcere e pene varie per il semplice fatto di amare una persona, quand'anche dello stesso sesso, non sia stata diffusa e lo sia invece la reazione del Vaticano.

Poi legge "depenalizzare" e ogni cittadino sa che il diritto penale riguarda i reati e che, quindi, non incide sul regime di matrimonio e unioni varie, che è materia di diritto civile. Ciò nonostante, la Repubblica (già, propriola Repubblica) riporta pari pari la posizione dell'ennesimo monsignore, il quale afferma: "Per esempio - ha detto l'arcivescovo all'agenzia cattolica I-Media - gli Stati che non riconoscono l'unione tra persone dello stesso sesso come 'matrimonio' verranno messi alla gogna e fatti oggetto di pressioni". Ogni matricola di giurisprudenza, ma invero ogni persona che abbia una minima idea di cosa sia il diritto, sa bene che tale congettura non ha alcun fondamento ed è fuori luogo. Eppure il giornalista riporta pari pari, è sulla prima pagina del portale, seconda notizia, e non c'è una nota di commento in merito alla scorrettezza dell'analisi svolta dal Monsignore, per quanto palese essa sia.