Pubblichiamo un commento alla sentenza della Cassazione, sez. III civ., 12 luglio 2006, n° 15760 che ha destato l'interesse della cronaca per un obiter dictum del Collegio involgente la figura negoziale del patto civile di solidarietà (PaCS).

 

Nella pronuncia la Corte ripercorre l'evoluzione legislativa e giurisprudenziale dei principi informatori e dei criteri equitativi di valutazione in materia di danno parentale da morte.

La sentenza n. 15760, depositata lo scorso 12 luglio dalla Terza sezione della Cassazione, ha destato l'interesse della cronaca per un obiter dictum del Collegio involgente la figura negoziale del patto civile di solidarietà (cd. PACS): e, ciò nonostante, il tessuto argomentativo della pronuncia è molto più ricco e merita di essere analizzato sotto tutti gli aspetti.

Una premessa è, però, obbligata: la decisione in esame si presta a diversi rilievi critici in quanto la parte motiva appare, per alcuni versi, non solo contraddittoria ma anche torbida.

Si assiste ad una sentenza che cita i PACS ma non tratta di convivenze; che parla di danno tanatologico, ma non ha ad oggetto un siffatto pregiudizio; che richiama la Costituzione Europea ed il Codice delle Assicurazioni Private seppur non siano applicabili al casus decisus; che torna sul danno esistenziale e l'oggetto della quaestio era quello morale. Una sentenza che si sofferma sull'an debeatur quando il petitum sostanziale era il solo quantum del risarcimento.

Una pronuncia, insomma, che si snoda tra una numerosa serie di obiter dicta appesantendo la motivazione ed apparendo, inoltre, non del tutto condivisibile nei punti trattati.

Il Casus Decisus

E' il 4 luglio del 1989: un minore si trova a bordo di un pedalò nelle acque siciliane di Taormina quando, all'improvviso, è violentemente investito da un idrogetto Yamaha, condotto da altro minore. L'impatto è violento: il pedalò si rovescia ed il suo malcapitato a bordo è scaraventato in acqua, restando travolto dall'idrogetto. Portato in ospedale, il minore muore.

Il fratello ed i genitori di quest'ultimo agiscono in giudizio per ottenere il risarcimento del danno morale per morte del congiunto. I giudici di prime cure accolgono la domanda ma quantificano il quantum debeatur, ad avviso dei superstiti, in modo iniquo. Ricorrono, dunque, per Cassazione. E la terza Sezione dà loro ragione.

Le puntualizzazioni della Suprema Corte

- sul danno "morale" cd. parentale

- principi informatori e principi regolatori della materia

- principio equitativo e discrezionalità "vincolata" del Giudice

Accogliendo il ricorso, il Collegio di Cassazione ritiene opportuno enunciare il principio di diritto - cui dovranno attenersi i giudici di merito - che si snoda attraverso tre diverse puntualizzazioni sistematiche in ordine ai principi informatori, regolatori ed ai criteri di valutazione equitativa. Una prima puntualizzazione attiene alla definizione del danno ingiusto da morte, nell'ambito dell'illecito civile. Ad avviso della Suprema Corte, i parenti del defunto, vittima primaria, hanno subito un pregiudizio che può essere qualificato come "danno parentale non patrimoniale", meritevole di tutela ai sensi dell'articolo 2059 Cc. Trattasi, segnatamente, di un nocumento subito iure proprio, direttamente dai familiari stretti, per la perdita del congiunto, come danno morale derivante dal reato di omicidio colposo costituente illecito civile. Il danno da morte dei congiunti (cd danno parentale) come danno morale interessa la lesione (divenendo perdita non patrimoniale) di due beni della vita, inscindibilmente collegati: a) il bene della integrità familiare, con riferimento alla vita quotidiana della vittima con i suoi familiari, in relazione agli articoli 2,3,29,30,31,36 della Costituzione; b) il bene della solidarietà familiare, sia in relazione alla vita matrimoniale che in relazione al rapporto parentale tra genitori e figli e tra parenti prossimi conviventi, specie quando gli anziani genitori sono assistiti dai figli, e ciò in relazione agli articoli 2,3 29 e 30 della Costituzione

La seconda puntualizzazione attiene alla individuazione dei principi informatori ovvero dei principi regolatori della materia ovvero dei criteri equitativi di valutazione del danno parentale da morte "che non risultano derogati o modificati dalle leggi speciali sull' assicurazione di veicoli e natanti". Siffatta puntualizzazione è necessaria, sulla scorta del ragionamento degli ermellini, per poter dare risposta alla denunciata iniquità del risarcimento nel suo ammontare. Statuiscono, in premessa, i Giudici che "principio informatore di rango costituzionale (anche europeo, cfr:articolo II-62 e 63 Costituzione ratificata dall'Italia con legge 57/2005) è quello del diritto delle vittime al risarcimento totale dei danni, patrimoniali e non patrimoniali, conseguenti alla lesione di diritti umani fondamentali". Aggiungono, dunque, che "un secondo principio, questa volta regolatore della materia (illecito da circolazione di veicoli e natanti) si desume dall'interpretazione costituzionalmente orientata dell'articolo 2059 Cc, che la dottrina italiana auspicava, anche attraverso la comparazione del diritto italiano con quella europeo ed anglosassone che svincolano il danno morale come lesione della dignità o integrità morale della persona, dall'accertamento dì un fatto reato": il danno morale, cioè, può essere risarcito a prescindere dall'accertamento in concreto di un illecito penale e, soprattutto, anche in assenza di un pregiudizio cd. biologico. Il Collegio precisa, infine, che ai fini risarcitori occorre attingere dal criterio equitativo, il quale, tuttavia, non attribuisce un libero arbitrio al giudice ma, al contrario, una discrezionalità vincolata: il giudicante deve rispettare il principio di personalizzazione del danno e quello di integrale ristoro. Dai principi richiamati, la Corte desume la iniquità della valutazione equitativa laddove ha escluso, quale criterio per orientare il danno, le tabelle milanesi solo perché la causa pendeva dinnanzi ad un giudice messinese. La decisione impugnata è ritenuta anche claudicante nella parte in cui ha analizzato il pregiudizio da risarcire sminuendone l'intensità per non aver tenuto in debita considerazione aspetti allegati, provati e valorizzati dai ricorrenti.

Gli obiter dicta.

Con le puntualizzazioni richiamate, gli ermellini tessono il nucleo centrale della decisione e fanno germogliare una soluzione ermeneutica assolutamente condivisibile e di perfetta tenuta: se non altro perché in linea con l'attuale jus receptum non obliterato dalla Consulta. Sennonché, le argomentazioni principali della Sezione vengono arricchite di diversi obiter dicta i quali, analizzati singolarmente, lasciano intravedere le nervature scoperte della pronuncia e si prestano a rilievi anche penetranti.

a) Ancora sul danno esistenziale: le paturnie della Terza Sezione

La terza sezione della Cassazione, con la sentenza 15022/2005 aveva ritenuto che il danno esistenziale fosse categoria giuridica "dagli incerti e non definiti confini" da ritenere estranea all'art, 2059 c.c. in quanto non rispettosa del carattere della tipicità proprio del danno non patrimoniale. Successivamente alle Sezioni Unite del 24 marzo 2006, sentenza n. 6572, la stessa sezione aveva optato per un significativo cambio di registro: con la sentenza 13546 del 12 giugno 2006, gli ermellini avevano sposato senza condizioni la dogmatica del danno esistenziale inteso come "ogni pregiudizio ( di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente ac­certabile ) provocato sul fare areddittuale del sogget­to, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazio­nali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quan­to all' espressione e realizzazione della sua personali­tà nel mondo esterno". E sembrava che i gioghi ermeneutici si fossero conclusi. Così, a quanto pare, non è. La stessa sezione della Corte, la Terza, esercita uno jus poenitendi in via di obiter dictum: la tipicità dell'art. 2059 c.c., si afferma in parte motiva, "esclude la inclusione della categoria generale del danno esistenziale, che solo il legislatore può fare, e non già la dottrina creativa del diritto". Una enunciazione apodittica se non altro perché pare ci si dimentichi, che lo stesso danno biologico è nato, a seguito di una lunga gestazione, in assenza di intervento del legislatore (succeduto solo in seguito al diktat delle più alte Corti). Non solo: obliterare o meno voci risarcitorie in nome del mero nomen juris può risultare tautologico se non altro perché lo stesso danno, definito dal Collegio "parentale", di certo non trova allocazione nell'odierno jus positum. Infine, non meno importante, la atipicità del danno esistenziale è tutta da dimostrare: se è vero che esso copre solo interessi di rango costituzionale allora è anche vero che l'area da esso descritta coincide perfettamente con quella delimitata dall'art. 2059 c.c. sub specie di danno non patrimoniale da lesione di interessi costituzionalmente protetti. E' auspicabile, ad ogni modo, un intervento a presa rapida delle Sezioni Unite per contrastare il fenomeno delle oscillazioni giurisprudenziali "ribelli", ovvero prese di posizione ermeneutiche in contrasto con arresti nomofilattici recentissimi nonostante l'assenza di sopravvenienze che legittimino la dissenting opinion (ciò mina la stessa funzione della nomofilachia). 

b) Danno tanatologico e danno terminale

La Corte di Cassazione, nonostante non fosse oggetto del petitum, trova opportuno soffermarsi sulle altre voci risarcitorie ristorabili nelle ipotesi di morte del congiunto. Le voci risarcitorie prese in considerazione sono:

- danno cd. parentale (danno morale jure proprio dei congiunti)

- danno morale del defunto (trasmissibile jure hereditatis ai congiunti)

- danno cd. terminale (danno biologico del defunto in relazione alla morte non immediata)

- danno cd. tanatologico, danno da morte come perdita della integrità e delle speranze di vita biologica, in relazione alla lesione del diritto inviolabile della vita, tutelato dall'articolo 2 della Costituzione ed ora anche dall'articolo II-62 della Costituzione europea, nel senso di diritto ad esistere, come chiaramente desumibile dalla lettera e dallo spirito della norma europea.

Si era già evidenziato, al riguardo, in occasione della sentenza di Cassazione 13546/2006, che restava ancora da sciogliere "il nodo al pettine del danno tanatologico". Il Collegio, infatti, ricorda che, secondo l'indirizzo tradizionale della Cassazione, non è risarcibile la domanda di risarcimento del danno da "perdita del diritto alla vita", o danno tanatologico, proposta "iure hereditatis" dagli eredi del "de cuius", in quanto comporta la perdita del bene giuridico della vita in capo al soggetto, che non può tradursi nel contestuale acquisto al patrimonio della vittima di un corrispondente diritto al risarcimento, trasferibile agli eredi, attesa la funzione non sanzionatoria ma di reintegrazione e riparazione degli effettivi pregiudizi svolta dal risarcimento del danno, e la conseguente impossibilità che, con riguardo alla lesione di un bene intrinsecamente connesso alla persona del suo titolare e da questi fruibile solo in natura, esso operi quando la persona abbia cessato di esistere, non essendo possibile un risarcimento per equivalente che operi quando la persona più non esiste (Cass. civ., Sez. III, 16 maggio 2003, n. 7632 in Arch. Giur. Circolaz., 2003, 925). Ricorda, dunque, che, diversamente dal tanatologico, è, invece, risarcibile il cd. danno terminale il quale è una species del generale danno biologico: segnatamente, esso è quello che la vittima di un sinistro subisce nell'apprezzabile lasso di tempo tra la lesione e la conseguente morte, (Cass. civ., Sez. III, 14/07/2003, n.11003, Cass. civ., Sez. III, 23/02/2004, n.3549). Nel caso in cui intercorra, infatti, un apprezzabile lasso di tempo tra le lesioni colpose e la morte causata dalle stesse è configurabile un danno biologico risarcibile, da liquidarsi in relazione alla menomazione della integrità psicofisica patita dal danneggiato per il periodo di tempo indicato, e il diritto del danneggiato a conseguire il risarcimento del danno è trasmissibile agli eredi «iure hereditatis». L'ermeneutica così richiamata non convince più il Collegio di Cassazione, se non altro alla luce di una attenta lettura della Charta Chartorum e di una analisi dettagliata della Costituzione Europea. Evidenziano gli ermellini che "la dottrina italiana ed europea che riconoscono la tutela civile del diritto fondamentale della vita, premono per il riconoscimento della lesione come momento costitutivo di un diritto di credito che entra istantaneamente come corrispettivo del danno ingiusto al momento della lesione mortale, senza che rilevi la distinzione tra evento di morte mediata o immediata. La certezza della morte, secondo le leggi, nazionali ed europee è a prova scientifica, ed attiene alla distruzione delle cellule cerebrali e viene verificata attraverso tecniche raffinate che verificano la cessazione della attività elettrica di tali cellule. La morte cerebrale non è mai immediata, con due eccezioni :la decapitazione o lo spappolamento del cervello. In questo quadro anche il danno da morte, come danno ingiusto da illecito è trasferibile mortis causa, facendo parte del credito del defunto verso il danneggiante ed i suoi solidali".

c) La cassazione cita i PACS: un aiuto al Patto di Convivenza; un colpo alla famiglia di fatto. Il rischio di una interpretazione a contrario a danno delle convivenze.

In molti, alla notizia pervenuta dalla Stampa, circa l'obiter dictum di Cassazione cha cita i PACS, hanno gridato ad una apertura esplicita del Collegio Supremo a favore di siffatta figura negoziale. Leggere tra le righe della sentenza depone, probabilmente, in tal senso ma mette in risalto i limiti di siffatta citazione. Recita il Collegio: "l'attuale movimento per la estensione della tutela civile ai PACS (patti civili di solidarietà ovvero stabili convivenze di fatto) conduce appunto alla estensione della solidarietà umana a situazioni di vita in comune, e dunque prima o poi anche i "nuovi parenti" vittime di rimbalzo lamenteranno la perdita del proprio caro. Nel caso di specie il danno parentale interessa una societas stabilizzata con vincolo matrimoniale e discendenza legittima, onde i referenti costituzionali sono certi. Orbene: il danno parentale, da perdita del congiunto è risarcibile in capo al familiare superstite per effetto degli artt. 29 e 30 cost. Ma ciò non toglie che anche la perdita del convivente sia già risarcibile a prescindere dalla introduzione dei PACS. La frettolosa citazione del Collegio potrebbe lasciar intendere che il PACS "serve" per poter risarcire i danni anche in assenza di legami familiari. Ma così non è: l'art. 2 della Costituzione rende già oggi rilevante e meritevole di ristoro la morte del convivente. Così ricorda Cassazione , sez. III civile, sentenza 29.04.2005 n°8976: "il dato comune che emerge dalla legislazione vigente e dalle pronunce giurisprudenziali, è che la convivenza assume rilevanza sociale, etica e giuridica in quanto somiglia al rapporto di coniugio, anche nella continuità nel tempo": sussistendo siffatti presupposti anche il danno da morte del convivente è risarcibile. L'obiter dictum del Collegio, tuttavia, potrebbe sortire effetti collaterali: l'interprete, infatti, potrebbe sostenere che, sulla scorta delle disquisizioni della sentenza in esame, in mancanza del PACS la risarcibilità (finora ammessa) deve escludersi. 

d) La Cassazione richiama la Costituzione Europea ma si dimentica che nel testo è stato espunto il riferimento alle "radici cristiane".

La Religione è uno dei più alti valori della persona e, nel rispetto delle libere scelte di autodeterminazione, ogni individuo è libero di professare la propria Fede ovvero, anche, di non credere. A tutti è nota la celebre vicenda che ha caratterizzato la gestazione del testo della Costituzione Europea: si voleva che fosse inserito nel Preambolo il riferimento alle "radici cristiane" dell'Europa. Ma il riferimento è stato espunto. Ebbene, in un passaggio della sentenza, la Cassazione mette in scena un evidente iato laddove recita: "il danno morale è per natura ed essenza la lesione della integrità morale, dove il termine "integrità" scelto dalla Costituzione europea per descrivere il valore universale e cristiano della dignità umana, esprime la centralità dell'uomo nell'ordine costituzionale della unione europea, di cui siamo Stato membro e fondatore". L'attrito è di tutta evidenza. E' doveroso precisar che, in questa sede, non si fa questione in ordine alla religione cristiana o alle altre confessioni religiose: si mette solo in evidenza una aporia che inficia il ragionamento della Corte privandolo di lucentezza.