Il reclamo proposto dalla coppia di ragazzi - primi in Italia ad essersi sposati all'estero ed aver chiesto la trascrizione del loro matrimonio - contro il decreto del Tribunale di Latina che aveva confermato il rifiuto di tale trascrizione dell'Ufficiale dello stato civile, è stato respinto dalla Corte d'Appello di Roma. 

 

La motivazione rigorosa, almeno in apparenza, si fonda sui seguenti assunti:

- non vi è automatismo nella registrazione di atti formatisi all'estero incidenti sulla capacità delle persone, ben potendo l'ufficiale dello stato civile verificarne preliminarmente la validità alla luce della normativa italiana;

- il matrimonio è un atto negoziale e, quindi, non si può considerare atto di un'autorità amministrativa straniera automaticamente avente valore nel nostro Paese ai sensi degli artt. 65 e 66 l. n. 218/95;

- per valutare la legittimità del rifiuto opposto dall'ufficiale dello stato civile occorre verificare «se l'atto di cui si chiede la trascrizione possa o meno essere considerato atto di matrimonio, verifica che, proprio avuto riguardo alla funzione ed agli effetti di natura pubblicistica connessi alla trascrizione nei registri dello stato civile, non può che essere condotta con rigore alla stregua del diritto vigente e applicabile alla specie».

A partire da questo punto la motivazione del decreto capitolino si fa interessante. 

Ecco alcune delle affermazioni che meriteranno di essere meglio valutate:

1) il matrimonio, sebbene ricopra un ruolo centrale nel sistema normativo che disciplina i rapporti di famiglia, non è "definito" nella Costituzione, né nel codice civile e neppure nelle leggi speciali che nel tempo hanno regolamentato l'istituto.

2) Da questa affermazione si desume che non vi sono norme di diritto positivo da cui si possa ricavare una nozione di matrimonio tanto che si afferma: l'interprete è chiamato ad individuarne il contenuto essenziale con un'attenta considerazione della evoluzione che l'istituto possa avere avuto nel costume sociale e doverosamente ad utilizzare tutti i criteri di interpretazione di cui all'art. 12 delle disposizioni sulla legge in generale, fra i quali il criterio evolutivo.

Dunque, vi è la possibilità di un'interpretazione evolutiva dell'istituto, visto che non vi è alcun impedimento legato all'esistenza di una norma positiva che vieti la celebrazione di un matrimonio tra due persone dello stesso sesso.

3) Ciò nonostante il matrimonio in questione «non può essere trascritto nei registri dello stato civile dello Stato italiano perché non presenta uno dei requisiti essenziali per la sua configurabilità come matrimonio nell'ordinamento interno, ossia la diversità di sesso tra i coniugi». 

 

Se non c'è alcuna norma di diritto positivo che dice una cosa simile come fa il giudice ad affermarla? Semplice: vi è una tradizione interpretativa, basata su alcune norme del codice civile (108, 143, 143 bis, 143 ter, 156 bis etc.) che fanno uso dei termini "moglie" e "marito", in forza della quale si individuano come «requisiti indispensabili per la sua stessa esistenza» tra cui la diversità di sesso, il consenso delle parti e la celebrazione. Tali requisiti di esistenza sarebbero presupposti dalle norme che disciplinano, con elencazione ritenuta tassativa, le cause di invalidità del matrimonio.

Riepilogando: a) l'interprete potrebbe evolutivamente determinare i requisiti essenziali dell'istituto matrimoniale in difetto di una definizione normativa; b) esiste, però, una tradizione interpretativa che ritiene inesistente il matrimonio tra due persone dello stesso sesso; c) nel caso concreto, si ritiene di aderire a tale risalente interpretazione, evitando di operare qualsiasi progresso nella lettura dell'istituto alla luce della diversa realtà sociale oggi esistente.

 

E che vi sia una differenza tra la società del 1942 e la società odierna è chiarissimo al Collegio quando afferma che: sia il codice civile sia la Costituzione furono scritti quando «non sussisteva l'esigenza di alcuna specificazione in merito alla diversità di sesso dei coniugi, essendo questa insita nella comune accezione e nella tradizione sociale e giuridica dell'istituto matrimoniale e non essendosi all'epoca neppure profilata l'ipotesi di un'estensione dell'istituto all'unione affettiva tra persone dello stesso sesso».

Ma oggi le cose sono cambiate oppure no?

Ovviamente la risposta è sì, ma allora perché insistere sull'inesistenza ed evitare un'interpretazione evolutiva del negozio matrimoniale? 

 

La risposta sta altrove, incastonata (forse sarebbe meglio dire mimetizzata) tra la prima parte della motivazione e l'ultima. Quello che fin'ora nessuno ha avuto il coraggio di sostenere a voce alta, ce lo sentiamo finalmente dire dalla Corte d'Appello di Roma: «compete al legislatore dare attuazione, nelle forme che risulteranno conformi alla volontà parlamentare, quale espressione delle istanze provenienti dalla società, all'interno della quale è già da tempo presente il dibattito sull'argomento, alle raccomandazioni che sul tema il Parlamento Europeo ha rivolto agli Stati membri sin dalla Risoluzione dell'8.2.1994, seguita dalle Risoluzioni del 16.3.2000, del 14.7.2001 e del 4.9.2003, raccomandazioni a contenuto meramente programmatico alle quali non può essere riconosciuto alcun effetto vincolante per l'interprete chiamato ad applicare la normativa nazionale che si assume con esse confliggente».

La Corte d'Appello di Roma è chiara circa la definizione dei limiti di intervento riservati alla magistratura dalla divisione tra i poteri dello Stato. Testualmente si afferma che non si può «attuare con lo strumento invocato dai reclamanti e attraverso la forzosa esportazione delle scelte operate da altre comunità nazionali il riconoscimento di nuove realtà di tipo familiare che deve trovare ingresso nella sede e nelle forme istituzionali proprie».

Due affermazioni abbastanza chiare: 1) il legislatore faccia il suo mestiere: se è latitante non può scaricare il suo lavoro sulle spalle dei giudici; 2) l'interprete non è vincolato agli indirizzi di politica del diritto di origine europea. 

 

Ora mentre la prima affermazione chiama in causa i Parlamentari, la seconda è di competenza dei giuristi.

Quanto al primo profilo, andrebbero ricordate al giudice due circostanze: i) che non è affatto vero che nelle aule parlamentari italiane di questioni legate ai matrimoni omosessuali non si sia fatto mai cenno - come sembra alludere la motivazione - perché proposte di legge del genere sono state avanzate anche nella scorsa legislatura; ii) che se si dovesse definire l'opinione diffusa nella società italiana circa determinati fenomeni giuridicamente rilevanti, sulla base della frequenza in cui i certi temi vengono dibattuti nelle aule parlamentari, probabilmente da tempo dovremmo ritenere giusto dividere il nord dal sud dell'Italia, evitare di assistere gli immigrati che bussano alle nostre porte, non curarci più della tutela ambientale, immaginare che la nostra pubblica amministrazione sia di un'efficienza eccelsa e che la giustizia è celerissima.

Certo, è vero che «in tutti i paesi - ed anche in Olanda, dove i reclamanti si sono uniti in matrimonio - ciò è avvenuto all'esito di un lungo ed elaborato processo, nell'ambito del quale ogni comunità nazionale ha dovuto affrontare un'approfondita ricognizione delle libertà individuali meritevoli di tutela istituzionale in ambito familiare ed individuare i modelli normativi più rispondenti alla evoluzione delle realtà di questo tipo presenti nelle rispettive società». Ma, di grazia, come si può pensare che una minoranza discriminata possa avere in Parlamento i numeri per imporre al dibattito di Aula un tema che la riguarda?

 

Quanto al secondo profilo - più strettamente giuridico - la non vincolatività delle Raccomandazioni del Parlamento europeo è fuori discussione. Forse appare più opinabile ritenere - come fa la Corte - che la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, solennemente siglata a Nizza, nel dicembre del 2000, la quale garantisce all'art. 9 il diritto a sposarsi e a costituire una famiglia, sia priva di obbligatorietà, il che è come ritenerla giuridicamente irrilevante.

Eppure, inferire da ciò che l'interprete possa ignorare tali documenti è semplicemente impossibile. Basti richiamare l'ultima proposizione dell'art. 12 prel. che - in caso di vuoto normativo - impone un'interpretazione ispirata ai principi dell'ordinamento e ricordare che l'adesione all'Unione europea comporta l'incorporazione nel nostro sistema dei principi condivisi dai vari paesi della compagine europea ed espressi non solo nelle Raccomandazioni del Parlamento europeo, ma altresì nella Carta di Nizza, oggi inserita nella seconda parte del Trattato costituzionale per l'Europa.

Che ci si richiami ad una motivazione politica, o che si invochi una motivazione (in apparenza) giuridicamente ineccepibile, rimane comunque un fatto, ossia che i cittadini italiani omosessuali sono privi di qualsiasi tutela quando si tratta di regolare le loro unioni e quando si tratta di tutelare i loro diritti sia all'interno della coppia sia all'esterno della stessa. Di questa denegata giustizia chi si deve occupare? E soprattutto perché nessuno se ne indigna? 

 

E' interessante notare come finalmente anche la magistratura si allinei alle posizioni espresse da tempo in dottrina, con riguardo al presunto ostacolo che la Costituzione rappresenterebbe rispetto al riconoscimento di regole a favore delle coppie omosessuali. «La Costituzione non costituisce di per sé ostacolo alla ricezione in ambito giuridico di nuove figure alle quali sia la società ad attribuire il senso ed il valore della esperienza "famiglia"».

Certo, dopo una tale apertura, sembra quasi che una penna diversa abbia ancora una volta ribadito l'impossibilità di una forzatura dell'istituto matrimoniale per via interpretativa, ma è singolare (se non contraddittorio) che dopo aver ricordato più volte che nessuna norma positiva definisce il matrimonio, si puntualizzi che «le connotazioni essenziali di questo (istituto sono) saldamente ancorate al diritto positivo e alla concezione sociale di cui questo costituisce tuttora univoca espressione».

Ma non era una tradizione interpretativa ad individuare i requisiti dell'esistenza del negozio matrimoniale? E poi, di quale concezione sociale stiamo parlando? Quella dei Parlamentari? Quella della maggioranza eterosessuale della società italiana, che pure al suo interno annovera persone che non hanno alcuna difficoltà ad aprire il sistema al matrimonio tra persone dello stesso sesso? Quella della comunità GLBT italiana, che strategicamente non alza alta la voce a favore del matrimonio omosessuale preferendo un'azione di retroguardia a sostegno del PaCS?

Domande queste che rimangono sospese nel vento. 

 

Purtroppo, in questo momento l'unica certezza è che quando due cittadini italiani decidono di vivere insieme la propria esistenza, realizzando un progetto di vita comune, sono tutelati se si tratta di due persone di sesso diverso, sono ignorati dal diritto se invece sono dello stesso sesso. Una patente discriminazione fondata sull'orientamento sessuale, in spregio al principio di uguaglianza e al diritto alla realizzazione personale, iscritti negli artt. 2 e 3 Costituzione, la legge fondamentale, quella che per primo un giudice dovrebbe applicare quando è chiamato a ius dicere.

 

Allegati

decreto_app_roma.doc